Delitto di La Salle, la difesa di Teima: «Caso considerato subito chiuso, ipotesi alternative non battute»
La parola agli avvocati Lucia Lupi e Luca Tommaso Calabro, che hanno discusso per circa 3 ore
Una discussione in tre parti, per provare a dimostrare l’innocenza di Teima. L’udienza di mercoledì 25 è stata interamente dedicata alla difesa dell’unico imputato per l’omicidio di Auriane Nathalie Laisne, la 22enne francese uccisa a fine marzo 2024 nella chiesetta diroccata di Equilivaz, frazione disabitata di La Salle. I legali di Teima hanno chiesto l’assoluzione del loro assistito «per non aver commesso il fatto» o in subordine l’esclusione dell’aggravante della premeditazione, la concessione delle attenuanti e la dichiarazione di parziale vizio di mente.
La ricostruzione dei legali di Teima
Il primo a prendere la parola è stato l’avvocato Luca Tommaso Calabrò che ha espresso un ringraziamento «per la serenità processuale, all’interno della quale si è affrontata questa vicenda complessa e dolorosa. Esprimo vicinanza alla famiglia di Auriane; un dolore sordo, composto, ha insegnato a tutti noi qualcosa e la loro compostezza ha consentito di svolgere in modo sereno il processo».
Poi è entrato nel dettaglio. «Nessuno in quest’aula sa cosa è successo nella chiesetta di La Salle – ha affermato -. Stiamo parlando di un processo indiziario. Abbiamo una serie di indizi, ma che devono essere gravi, precisi e concordanti. I collegamenti logici tra gli indizi nella discussione non li ho sentiti».
Calabrò: «Indizi presentati in maniera suggestiva»
Secondo il legale, «non c’è una concordanza tra i gravi indizi, sono stati posti in maniera suggestiva. La mancanza di collegamento è frutto di un errore, di aver ritenuto sin da subito di aver chiuso il caso. Dopo il fermo di Teima parte la conferenza stampa, da lì in avanti non è stata più battuta alcuna ipotesi alternativa. Questa convinzione è stata trasferita direttamente o indirettamente dalla procura ai propri consulenti. Abbiamo sentito delle nozioni che senza essere tecnici sappiamo essere prive di logica. C’è stata una totale superficialità nelle indagini».
La data della morte di Auriane
Per la procura, Auriane Nathalie Laisne sarebbe stata uccisa tra il 26 e il 27 marzo. «La data della morte non è cosa di poco conto, non è ricercata dall’ispezione cadaverica o da accertamenti, è stata fatta coincidere con la partenza di Sohaib verso la Francia – ha rimarcato Calabrò -. Ce lo dice il dottor Testi. Inizialmente aveva fatto risalire la morte della ragazza a 24-48 ore prima. Il consulente, poi, manda le foto a una sua amica professoressa in Australia e data la morte a 7-10 giorni prima. Nella perizia dice di non poter utilizzare dati entomologici per stabilire la data della morte. Il consulente non la può datare, la fa coincidere con la presenza di Sohaib in Italia».
Il gps e le analisi dei reperti
E ancora. «Il delitto glielo attribuiamo con la posizione – ha detto ancora l’avvocato -. Il luogo definito impervio è a 550 passi dalla statale. Il dato del gps indica un’area di stazionamento, la galleria ricade nel raggio di incertezza, per Apple. I due elementi di più grande suggestione di questo processo ci lasciano dei dubbi. Il dato dei passi è neutro, ne ha fatti 4800 passi, mentre quando si sarebbe allontanato sono molti meno, i passi. Nel momento in cui si arriva a trovare i reperti alla chiesetta e si decide di non darli ai periti si abdica alla ricerca della verità processuale. Non sono stati analizzati i fazzoletti. La tuta ha quattro contribuzioni di dna. Nel caso di Yara Gambirasio è stato trovato Dna dopo tre mesi, qua ci vogliono far credere che dopo 10 giorni non ci fosse Dna».
Per la difesa, «non c’è un movente, l’iter motivazionale è illogico. A Sohaib possiamo rimproverare di essere un sociopatico. Basta questo per definirlo un assassino? In questo processo restano i messaggi che ha mandato da Grenoble. Era un rapporto immaturo, ma bilanciato. Abbiamo assistito al più classico dei processi con indagine a senso unico. Resterà il vulnus più grosso di non aver dato una ricostruzione più certa. Con le tecniche di adesso si riaprono casi di 30 anni, è grave dire che una pietra, un’arancia o un fazzoletto non restituiscono Dna».
Il tema della premeditazione
La seconda parte della discussione è stata legata al tema della premeditazione. «La cassazione indica due elementi, il lasso di tempo tra il proposito omicidiario e l’esecuzione – ha ricordato l’avvocata Lucia Lupi -. Il proposito, poi, deve essere mantenuto fino alla commissione del delitto. Dobbiamo distinguere i fatti dalle interpretazioni. Il pm si concentra sulla cocaina messa di nascosto la cocaina, non è logico come sia questo indice della premeditazione. Se uno premedita questo omicidio, perché inventare la storia del resort che non trovano in Valgrisenche? Tutte le azioni sono state fatte alla luce del sole».
L’avvocata si è soffermata su altri particolari. «Le ferite si allineano quando la mano si chiude, vuol dire che la mano ha afferrato il coltello. Non viene mai dedotto nemmeno quando Sohaib le avrebbe somministrato lo xanax – ha aggiunto -. Sull’occultamento di cadavere, il posizionare il corpo sul fianco sinistro non vuole essere un modo per nascondere. Valutare la posizione del corpo e l’avvolgimento del collo come occultamento è frutto di una interpretazione del pm. L’agire dell’imputato va valutato sulla base delle prove».
Il parziale vizio di mente
La chiusura è stata affidata nuovamente all’avvocato Calabrò. «Veramente dobbiamo credere che l’imputato abbia speso 3 o 4 mila euro per mettere la droga nella valigia e farla arrestare? È incredibile metterla a fondamento della condanna e della premeditazione – ha aggiunto -. Sulla valutazione della capacità di intendere e di volere, l’ordinamento è rimasto indietro. Credo che sia un retaggio di una antica cultura dove si fa il matto per non andare in carcere. L’errore è dare importanza all’atteggiamento dell’imputato. Questo grave difetto di personalità mi aspetto che entri nel processo e non in maniera punitiva».
Quindi la conclusione. «Io quando sento parlare di ergastolo rabbrividisco – ha dichiarato -. Come pensiamo di rieducare se non diamo la possibilità di riscattarsi? L’ergastolo è una pena iniqua».
(t.p.)
