Ad Aosta un ciclo di incontri sui 100 anni di letteratura di fantascienza, Andrea Bernagozzi: «Guardare lontano significa avere lungimiranza»
Il ricercatore dell'Osservatorio Astronomico della Regione introduce gli appuntamenti: le sue parole
Andrea Bernagozzi studia le stelle di giorno e legge fantascienza di notte, o forse è il contrario. Ricercatore all’Osservatorio Astronomico della Regione Valle d’Aosta, introduce ad Aosta il ciclo di incontri dedicato ai cento anni del genere. Il primo appuntamento è alle 21 di oggi, 8 aprile, Frankenstein, con Aurelia Scorsone, traduttrice e Massimo Scorsone, curatore e consulente editoriale; seguono il 17 aprile Rimasti a Terra con Andrea Ferrero, ingegnere spaziale; il 24 aprile Rapsodia marziana con Silvia Kuna Ballero, docente e saggista.
Dal 7 al 30 aprile nel Foyerdella biblioteca è inoltre visitabile la mostra di copertine storiche (Amazing Stories e Science Wonder Stories) abbinate a immagini astronomiche.
Mary Shelly, la «madre nobile del genere»
Mary Shelley sfidava la “scienza superba” già nel 1818. Cento anni dopo la nascita di Amazing Stories, resta lei la vera madre del genere che approfondirete ad Aosta, tra etica e progresso?
«È unanimemente considerata la madre nobile del genere. L’aspetto impressionante, oltre alla sua giovane età, è che ha preceduto di oltre un secolo il termine stesso di “fantascienza”. La sua grandezza non è stata solo immaginare una scoperta straordinaria, ma intuire come questa avrebbe influito in maniera determinante sulla società e sullo spirito umano. Se al posto del galvanismo per rianimare i morti mettiamo l’intelligenza artificiale di oggi, capiamo quanto il suo approccio sia attuale. Ul modo in cui ci relazioniamo a queste scoperte decide il mondo in cui vivranno i nostri figli. Ricordiamoci che nel 2026 cade anche l’anno in cui è ambientato il film Metropolis (girato nel 1926); entrambe le opere ci insegnano che scienza e tecnologia non sono sempre neutre, ma strumenti messi nelle nostre mani. Sta a noi indirizzarle, e la fantascienza ci aiuta a riflettere su questo».
Andy Weir e il calcolo delle traiettorie orbitali
Andy Weir ha calcolato traiettorie orbitali, razioni caloriche e chimica del suolo marziano prima di scrivere The Martian. Nella serie televisiva For All Mankind la corsa allo spazio segue regole fisiche reali. Dove finisce oggi il progetto scientifico e inizia la speculazione letteraria?
«Calcoli e letteratura sembrano una contraddizione in termini, numeri contro parole. In realtà, domandiamoci se esista veramente questa differenza: non a caso parliamo quotidianamente di “letteratura scientifica” anche per le scoperte. Il confine è molto più labile di quanto si creda. Ben prima di Andy Weir, Jules Verne chiese a studiosi dell’epoca calcoli precisi per mandare il suo proiettile verso la Luna. Persino Wernher von Braun scrisse un romanzo fantascientifico per illustrare il suo progetto marziano, in cui il leader di Marte si chiamava “Elon”, come il noto imprenditore dei giorni nostri, Elon Musk, che prende il nome di battesimo proprio dal personaggio di quel romanzo. Certo, bisogna saper scrivere come bisogna saper fare i calcoli, ma i due ambiti non sono lontani. La migliore arte si mescola in continuazione con la scienza e la tecnologia, che a loro volta le restituiscono un formidabile immaginario. Tra calcoli e letteratura c’è una profonda complicità».
La letteratura dei grandi “esperimenti mentali”
Il First Contact Day celebra ogni 5 aprile l’incontro umani-alieni del 2063. Quanto pesa l’eredità di Gene Roddenberry, ideatore di Star Trek, nel promuovere un’umanità unita dai valori di uguaglianza e cooperazione?
«Pesa moltissimo, e la cronaca recente ce lo dimostra. In un’epoca in cui la conflittualità, la polarizzazione globale e l’andare contro l’altro sembrano essere diventati valori di per sé, Star Trek fa l’esatto opposto: basa tutta la sua mitologia sul primo contatto. Di fronte all’incontro con gli alieni, cerca la cooperazione e non lo scontro. Gene Roddenberry era un uomo con i suoi limiti, ma diceva di aver messo in quella serie il meglio di sé, appellandosi, per usare una frase di Lincoln, ai “nostri migliori angeli” invece che ai nostri peggiori demoni (non a caso Lincoln compare anche in una puntata della serie classica di Star Trek). Una narrazione che si fonda sul rispetto assoluto della diversità altrui è qualcosa di immensamente significativo per il nostro presente. Ci indica come andare avanti in maniera costruttiva. Oppure possiamo scegliere la via del conflitto: ma la scelta spetta solo a noi».
«Guardare lontano significa avere lungimiranza»
Jerrie Cobb fu esclusa dalla NASA per pregiudizio, Korolëv lavorò in catene per ragioni politiche. Oggi che alcuni governi tagliano sistematicamente i fondi alla ricerca, chi decide cosa vale la pena cercare e secondo quali criteri?
«Nelle democrazie, come si diceva una volta, sulla carta decide sempre il popolo. La fantascienza non prende decisioni operative al posto nostro, ma ci può dare indicazioni e spunti preziosi su come indirizzare i nostri sforzi. Le storie fantascientifiche possono essere concepite come dei veri e propri esperimenti mentali, i Gedankenexperiment cari a Einstein, basati sulla domanda fondante del genere: “What if?”, cosa accadrebbe se? Grazie a questi scenari narrativi acquisiamo prospettiva. Da astronomo dico che ci permettono di guardare lontano: e guardare lontano, se tradotto dalla fantasia alla pratica politica, significa avere “lungimiranza”. Ci aiutano a comprendere le conseguenze delle nostre azioni non nel breve, ma nel medio e lungo periodo».
«L’esplorazione spaziale è sempre guidata da interessi di parte»
Il rover Rosalind Franklin, missione europea per cercare vita sul Pianeta Rosso, è fermo per le guerre. La geopolitica ha reso Marte uno specchio delle nostre divisioni anziché un traguardo comune?
«Purtroppo la risposta è sì. L’esplorazione spaziale viene immaginata come un’impresa “for all mankind”, per il beneficio di tutta l’umanità. Nella pratica, però, è sempre stata guidata da interessi di parte, politici o economici, di nazioni o aziende private. Questa dura realtà si scontra con gli obiettivi utopici della scienza e della fantascienza. Un mio collega mi faceva notare il paradosso di ritrovarsi a fare il tifo per l’esplorazione spaziale cinese, semplicemente per la sua nitidezza d’intenti e la ferrea capacità di programmazione, rispetto alla confusione statunitense, dove le decisioni scientifiche subiscono costanti interferenze, come il lanciatore SLS, prima sostenuto politicamente per anni anche per garantire lavoro all’industria aerospaziale americana e poi fortemente ridimensionato nel giro di una settimana. La fantascienza, in un ruolo “noiosissimo” tra grillo parlante e Cassandra, ci richiama costantemente alla nostra responsabilità di usare le missioni a vero beneficio di tutti».
La ricerca dell’«altro da noi»
Alla ricerca dell’«altro da noi» Se trovassimo vita su Marte, dovremmo applicare la “Prima Direttiva” di Star Trek e non interferire?
«In realtà una Prima Direttiva esiste già ed è in vigore. Sono le rigorose norme di “difesa planetaria” seguite dalle agenzie spaziali. Questa difesa ha due aspetti cruciali. Il primo è che tornando dallo spazio non dobbiamo portare sulla Terra nulla che possa contaminare il nostro ambiente. Il secondo è che andando su altri mondi non dobbiamo contaminarli con i nostri microbi: altrimenti, nelle nostre analisi future, finiremmo per trovare batteri terrestri anziché vera materia aliena. È un esempio perfetto di specchio costruttivo tra ricerca e letteratura. In questa “Prima Direttiva” la curiosità scientifica si sposa con il massimo rigore. Senza rigore si ottengono risposte inaffidabili, come ha dimostrato lo strappo alle regole della sonda Beresheet, di un’azienda privata israeliana, schiantatasi l’11 aprile 2019 sulla Luna spargendo tardigradi, piccoli esseri viventi in grado di sopravvivere in condizioni estreme».
«L’altro da noi lo incontriamo quotidianamente»
Bradbury chiude le Cronache Marziane con un padre che indica ai figli il riflesso della famiglia in un canale marziano: quelli sono i marziani. Dopo un secolo di fantascienza, esplorare l’ignoto serve ancora soprattutto a capire noi stessi?
«Assolutamente sì. Quando nel finale di Cronache marziane Bradbury fa vedere ai figli i marziani come la loro stessa immagine riflessa nell’acqua del canale, sa benissimo che su Marte quei canali ricolmi d’acqua non esistono. Ma a lui non importa l’esattezza astronomica, perché il cuore della fantascienza è un altro: è il confronto profondo con l’alieno, inteso come “l’altro da noi”. Un “altro” che, proprio per la sua radicale diversità, possiederà tratti a noi vicini e zone oscure che rappresentano l’ignoto. Spetta poi a noi esseri umani decidere se questo confronto debba tramutarsi in un incontro, basato sullo scambio reciproco, o in uno scontro, sfociando in una lotta. È una grande lezione etica che vale su Marte, ma vale ancora di più oggi sulla Terra: l’altro da noi lo incontriamo quotidianamente, e decidere come porci nei suoi confronti resta una nostra scelta».
(Paolo Ciambi)
