Elezioni Ungheria, cosa cambia per Kiev se perde Orban
Roma, 11 apr. (askanews) – La capitale europea in cui si osserva con maggiore interesse il voto ungherese è probabilmente Kiev: un cambio al vertice a Budapest potrebbe avere un effetto diretto sull’andamento della guerra con la Russia.
Se Viktor Orban restasse al potere, infatti, l’Ungheria continuerebbe con ogni probabilità a essere il principale fattore di disturbo interno all’Unione europea sulla linea pro- Kiev: veti sugli aiuti economici, attriti sulle sanzioni, blocchi sul percorso euro-atlantico dell’Ucraina e uso della leva energetica come strumento politico. Se invece vincesse l’oppositore Peter Magyar, a Bruxelles ci si aspetta un atteggiamento più costruttivo verso Ue e Nato e quindi un alleggerimento della pressione su Kiev, anche se non una conversione dell’Ungheria in un paese “falco” o favorevole a un’escalation militare.
Il punto di fondo è che Orban ha reso l’Ucraina uno dei cardini della propria campagna, presentando le elezioni come una scelta tra “guerra e pace” e accusando apertamente il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di voler favorire un cambio di governo a Budapest. A gennaio il premier ungherese ha definito il presidente ucraino “un uomo in una posizione disperata”, ha ribadito il rifiuto di sostenere gli sforzi bellici di Kiev e ha sostenuto che gli ucraini sarebbero “parte attiva” della campagna elettorale ungherese perché interessati a una sua sconfitta.
Eppure solo nell’estate del 2024 c’era stato un tentativo, almeno formale, di riaprire il dialogo. Nella visita a Kiev del 2 luglio 2024, la prima dopo oltre un decennio, Orban propose a Zelensky una tregua per accelerare i negoziati. Kiev non raccolse il suggerimento: la presidenza ucraina fece capire che qualunque tregua senza garanzie concrete avrebbe favorito la Russia, dandole tempo per riorganizzarsi. Da allora i rapporti sono tornati rapidamente a peggiorare, anche perché pochi mesi dopo Zelensky criticò duramente la telefonata di Orban con Vladimir Putin, accusandolo di minare l’unità occidentale. Nel 2026 lo scontro è diventato ancora più aspro. A marzo Zelensky ha attaccato Orban per il blocco del prestito europeo da 90 miliardi di euro giudicato vitale per la sopravvivenza finanziaria e militare di Kiev, mentre Budapest ha risposto minacciando di usare “strumenti politici e finanziari” per costringere l’Ucraina a riaprire il corridoio energetico verso l’Ungheria. Lo stesso braccio di ferro ha spinto altri leader europei ad accusare Orban di usare l’Ucraina e la guerra come leva ricattatoria nei confronti dell’Ue.
Il nodo dell’energia, in particolare, è centrale, specialmente in un momento in cui il mondo affronta una delle peggiori crisi su questo fronte da decenni a causa della guerra d’Iran e della chiusura dello stretto di Hormuz. Il contenzioso più pesante oggi riguarda l’oleodotto Druzhba, che trasporta greggio russo attraverso l’Ucraina verso Ungheria e Slovacchia. Le forniture sono ferme dal 27 gennaio, quando Kiev ha sostenuto che un attacco russo ha danneggiato impianti in Ucraina occidentale; Budapest e Bratislava invece accusano l’Ucraina di rallentare deliberatamente le riparazioni.
Su questo punto Orban ha costruito una vera offensiva politica. Ha sostenuto che lo stop del Druzhba sarebbe dovuto a ragioni “politiche, non tecniche”, ha parlato di possibili ulteriori mosse ucraine contro il sistema energetico ungherese e ha disposto il rafforzamento della protezione militare delle infrastrutture critiche. In sede europea ha poi legato esplicitamente il via libera ai fondi per Kiev alla riapertura del flusso di petrolio, arrivando a scrivere che “finché Zelensky non toglie il blocco petrolifero, non riceveranno soldi da Bruxelles”.
Sul gas, invece, i fronti sono due. Da un lato c’è il TurkStream, la condotta che porta gas russo in Europa via Turchia, Mar Nero, Serbia e Ungheria, diventata ancora più importante dopo che l’Ucraina ha interrotto il transito del gas russo all’inizio del 2025. Negli ultimi giorni Budapest ha alzato il livello dello scontro dopo il ritrovamento di esplosivi vicino alla tratta serba del collegamento: Orban e il ministro degli Esteri Peter Szijjarto hanno lasciato intendere un possibile coinvolgimento ucraino, accusa respinta con forza da Kiev, mentre anche il Cremlino ha cercato di attribuire la responsabilità all’Ucraina.
Dall’altro lato c’è il gas che oggi arriva in Ucraina anche passando dall’Ungheria. A fine marzo il governo ungherese ha deciso di avviare una graduale stretta sulle esportazioni di gas verso Kiev fino alla ripresa dei flussi di petrolio nel Druzhba. Secondo Reuters, per marzo l’Ucraina aveva contrattato 180 milioni di metri cubi di gas dall’Ungheria, pari al 28% delle sue importazioni del mese. Orban ha anche ventilato il taglio delle esportazioni di elettricità.
A complicare tutto c’è il contesto più ampio dei rapporti bilaterali. Oltre alla guerra, Budapest continua a invocare la tutela della minoranza ungherese in Transcarpazia come motivo di scontro con Kiev e di blocco sul percorso europeo dell’Ucraina. Nel 2025 i rapporti sono peggiorati anche per le reciproche accuse di spionaggio, l’espulsione di diplomatici e la cancellazione di un incontro bilaterale sui diritti delle minoranze. La tensione Orban-Zelensky, insomma, non nasce solo dal petrolio o dai fondi Ue, ma da un conflitto politico più profondo sulla collocazione dell’Ucraina e sul ruolo dell’Ungheria nella regione.
Se vince Orban, dunque, per Kiev si profila la prosecuzione di questo schema: una frontiera occidentale formalmente dentro Ue e Nato ma politicamente ostile, pronta a rallentare aiuti, sanzioni e integrazione europea, oltre che incline a trasformare ogni incidente energetico in una crisi diplomatica. Se invece vince Magyar, invece, il cambiamento più verosimile è un raffreddamento dello scontro con Zelensky e una maggiore disponibilità a riallinearsi con la posizione prevalente dell’Ue e della Nato. Magyar, in effetti, ha promesso di riorientare verso occidente la politica estera ungherese e di ridurre la dipendenza dall’energia russa entro il 2035. Però questa evoluzione non va sovrastimata: gli stessi diplomatici europei non si aspettano un’inversione a 180 gradi della linea ungherese e Magyar ha insistito su una postura “pragmatica” verso Mosca e sul no a un’escalation del conflitto.
Di Antonio Moscatello
