Il ministro iraniano Araghchi da Putin e la proposta russa di trasferire l’uranio
Roma, 27 apr. (askanews) – L’ipotesi che la Russia si inserisca direttamente in un nuovo accordo sul nucleare iraniano, nel ruolo di custode delle riserve di uranio arricchito di Teheran, torna argomento attuale nel giorno dell’incontro tra il presidente Vladimir Putin e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a San Pietroburgo. Si tratta di uno dei dossier più sensibili, perché lega sicurezza regionale, rapporti tra grandi potenze e futuro del programma atomico della Repubblica islamica. La Casa Bianca ha già declinato l’offerta a metà aprile, ma a Mosca continuano a parlarne come opzione che potrebbe muovere lo stallo negoziale tra Iran e America. Il presidente Donald Trump ancora ieri ha ribadito che il punto principali per gli Usa è arrivare alla certezza che l’Iran non sviluppi l’arma atomica.
Mosca ha più volte avanzato la disponibilità a trasferire sul proprio territorio le scorte iraniane di uranio altamente arricchito. L’idea prevede che la Russia si occupi del trasporto, della messa in sicurezza e dell’eventuale riconversione del materiale fissile.
Secondo le stime dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Iran dispone di centinaia di chilogrammi di uranio arricchito al 60%, una percentuale molto superiore a quella necessaria per uso civile e tecnicamente vicina ai livelli richiesti per l’impiego bellico, se ulteriormente raffinata. Le stime più recenti parlano di circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%.
Parte di questo materiale sarebbe conservata nei siti di Isfahan e Natanz, strutture che hanno subito danni durante gli attacchi americano-israeliani. Proprio lo stato delle scorte e la loro localizzazione rappresentano uno degli elementi più delicati della trattativa.
Per Mosca, il coinvolgimento offrirebbe diversi vantaggi. In primis, consoliderebbe il ruolo di mediatore indispensabile in Medio Oriente, in una fase in cui Mosca punta a recuperare centralità nei dossier internazionali mentre la guerra in Ucraina ha comportato un ridimensionamento su più quadranti. Secondo, permetterebbe al Cremlino di confermare la stretta cooperazione nucleare con Teheran, già sviluppata attraverso la centrale di Bushehr e altri programmi civili. Infine, la gestione del materiale iraniano darebbe alla Russia una leva politica aggiuntiva nei confronti di Washington e delle capitali europee con cui la cooperazione è tracollata a quasi zero a causa dell’invasione dell’Ucraina.
Per l’Iran, l’opzione russa potrebbe risultare più accettabile rispetto a un trasferimento verso Paesi occidentali. Teheran considera Mosca un interlocutore più affidabile e certo meno ostile rispetto agli Stati Uniti, pur mantenendo una tradizionale prudenza verso qualsiasi limitazione della propria sovranità nucleare. Russia e Iran hanno firmato l’anno scorso un accordo di partenariato strategico che prevede la cooperazione anche nel settore della Difesa, ma non hanno incluso una clausola di mutua assistenza militare in caso di attacco a una delle due parti. Un aspetto per cui si rimpallano la responsabilità ultima, e la prova indiretta che tra le due potenze regionali permane un certo grado di diffidenza. Consegnare le riserve di uranio a un alleato strategico consentirebbe comunque alla leadership iraniana di presentare l’operazione come una misura tecnica e temporanea, non come una resa politica.
Gli ostacoli restano. Washington ha mostrato scetticismo sull’idea di affidare alla Russia materiale sensibile, sia per ragioni di fiducia politica sia per il timore di rafforzare il peso geopolitico del Cremlino. Israele osserva con cautela un’eventuale intesa che lasci in vita l’infrastruttura nucleare iraniana, pur alleggerendone il potenziale immediato.
In termini operativi, il trasferimento di uranio arricchito da impianti colpiti o danneggiati richiederebbe un’operazione logistica senza precedenti: messa in sicurezza dei siti, verifica dell’integrità del materiale, trasporto protetto e monitoraggio costante. Il coinvolgimento dell’Aiea risulterebbe essenziale per certificare quantità, condizioni e destinazione delle scorte, oltre che per garantire trasparenza internazionale.
C’è un precedente, che Mosca considera carta a suo favore e non solo in senso operativo. Nell’ambito dell’accordo sul nucleare iraniano del 2015, la Russia ha ricevuto oltre undici tonnellate di uranio arricchito iraniano in cambio di uranio naturale, contribuendo a riportare le riserve di Teheran entro limiti concordati. Quel modello viene ora richiamato come possibile schema tecnico da aggiornare alle nuove condizioni.

