Dopo la Brexit il Regno Unito più instabile, anche l’europeista Starmer sta per cadere
AskaNews
di admin Administrator  
il 17/05/2026

Dopo la Brexit il Regno Unito più instabile, anche l’europeista Starmer sta per cadere

Roma, 17 mag. (askanews) – Keir Starmer sta, politicamente, più di là che di qua. Mentre al 10 di Downing street il gatto Larry pisola incurante del possibile (probabile) arrivo di un nuovo coinquilino, ci è venuto in mente un dato interessante per noi rimasti nell’Ue.

Contando David Cameron, padre dello sciagurato referendum sulla Brexit, dal maggio 2010 si sono alternati al momento sei primi ministri, con una media da Italia vecchia maniera. In fila si tratta, oltre a Cameron, di Theresa May, Boris Johnson, la ‘meteora’ Liz Truss, Rishi Sunak e infine Starmer. I precedenti sei (da Harold Wilson a Gordon Brown, Margaret Thatcher e Tony Blair compresi), per fare un paragone, avevano attraversato uno spazio di 36 anni. E’ un caso, o è l’uscita dall’Unione europea che ha creato al Regno Unito più problemi e instabilità politica?

Lo stesso Starmer propende più per la seconda opzione, tanto che nel suo discorso di “rilancio” ha ammesso che la Brexit “ci ha reso più poveri e più deboli su tutti i fronti: difesa, immigrazione, commercio”. Serve dunque un “reset” nel rapporto con Bruxelles e al prossimo vertice Ue-Uk di giugno “indicheremo una nuova direzione per i nostri rapporti. Il governo Labour sarà marcato dalla ridefinizione della nostra relazione con l’Europa, riportando la Gran Bretagna al cuore d’Europa”. Che non vuol dire tornare nell’Ue (percorso possibile ma molto difficile) ma riavvicinarsi ai partner, come auspica, secondo i sondaggi, la maggioranza dei cittadini britannici. Un percorso iniziato con la coalizione dei “volenterosi” e che ora Starmer intende proseguire. Anche se, al momento, ha evitato di dare spiegazioni sui passi concreti che saranno compiuti. Il Regno Unito vuol rientrare nel mercato unico o nell’unione doganale europea? Non si sa. “Quello che imposteremo ora è un grande salto in avanti che ci porti più vicino, su commercio, economia, difesa e sicurezza, e poi su questa piattaforma potremo costruire altri passi a mano a mano”, si è limitato a dire Starmer deludendo molti analisti che sul rapporto con l’Europa si attendevano qualche passo più concreto.

Il punto è anche vedere se a giugno, a quel vertice che ha evocato, Starmer ci sarà ancora. Dopo la batosta alle elezioni amministrative hanno lasciato il governo, chiedendo più o meno apertamente di aprire la successione, Miatta Fahnbulleh (ministro per le Comunità), Wes Streeting (Sanità), Jess Phillips (titolare della Tutela dei minori) e Alex Davies Jones (Vittime delle violenze contro le donne e i minori). Lo stesso Streeting, esponente dell’ala destra del partito laburista, dovrebbe essere uno degli sfidanti di Starmer anche se rischia di essere ostacolato dai suoi legami con Peter Mandelson, l’ex commissario Ue ed ex ambasciatore a Washington al centro dello scandalo Epstein. Altra candidata è Angela Rayner, “ala sinistra” del Partito, vice primo ministro e ministro dell’Edilizia abitativa fino a settembre 2025, quando si è dimessa dopo aver ammesso di non aver pagato tutte le tasse dovute per l’acquisto di un appartamento. Un episodio che potrebbe azzopparla.

Il favorito per succedere a Starmer sembra essere però il sindaco della Greater Manchester Andy Burnham, detto “il Re del Nord”, il politico britannico più popolare e, secondo YouGov, l’unico in grado di attrarre elettori anche al di fuori del Partito laburista. Attualmente è anche il favorito dai bookmaker. A 56 anni, questo veterano del Partito aveva già tentato di conquistare la leadership laburista nel 2015, venendo sconfitto da Jeremy Corbyn. Il suo problema è che secondo le regole del Regno Unito non può diventare primo ministro finché non avrà conquistato un seggio in Parlamento. Un problema a cui è stata trovata una soluzione: Josh Simons, deputato laburista per Makerfield, ha annunciato di volersi dimettere per permettere a Burnham di correre alle suppletive. Se venisse eletto – in una circoscrizione in cui il Labour ha avuto una maggioranza di oltre 5mila voti alle scorse politiche – Burnham potrebbe concorrere per la guida del Partito e quindi del governo. Anche secondo i sondaggi interni al Labour, Burnham sarebbe il chiaro favorito in una contesa per la leadership: in un ipotetico testa a testa con Starmer otterrebbe il 61% delle preferenze contro il 28% dell’attuale premier. Annunciando la candidatura ha sostanzialmente lanciato la sfida a Starmer, basata sul cosiddetto “Manchesterismo”. Burnham ha detto di sperare di “cambiare il Partito Laburista in meglio” e di “renderlo di nuovo un partito in cui credere”. Unico rischio per il sindaco di Manchester potrebbe essere l’impennata di popolarità a Makerfield di Reform UK, con Nigel Farage che ha promesso di “dare il massimo” nella corsa elettorale.

Per completare il percorso (candidatura ufficiale ed elezione in Parlamento) si arriverà comunque almeno alla seconda metà di giugno, in concomitanza con il G7 di Evian e poco prima del vertice Nato di Ankara. Nella corsa a Downing street, Burnham comunque non sarà solo: anche Streeting sarà in campo, in attesa di capire se Starmer ha in serbo qualche contromossa. Una fase di incertezza che, sicuramente, non fa piacere all’Europa che nell’attuale premier aveva trovato un politico più “europeista” di qualche leader Ue.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

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