Italia deve decidere su prestito SAFE, ma pesano divergenze alleati
Roma, 17 mag. (askanews) – Il governo non sa che fare sull’attivazione dei prestito all’Italia previsto dal meccanismo europeo SAFE (Security action for Europe), lo strumento finanziario che mette a disposizione degli Stati membri fino a 150 miliardi di euro in prestiti per spese urgenti in difesa. L’Italia ha richiesto 14,9 miliardi ma la scadenza per attivarli, fine maggio, si avvicina e nell’esecutivo non tutti la pensano allo stesso modo.
A far venire alla luce il problema è stato il 14 maggio il ministro della Difesa Guido Crosetto (Fdi) che si è pubblicamente lamentato dell’atteggiamento del collega leghista titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. “Entro fine maggio – ha detto ai giornalisti – bisognerebbe decidere se accedere al Safe oppure no” e “firmare i contratti”. Ma “sarà una decisione che non spetta alla Difesa ma al Mef”. Naturalmente Crosetto preme per l’adesione italiana al programma, ma al momento non ha trovato sponda in Giorgetti, che tiene stretti i cordoni della borsa. Il ministro della Difesa ha rappresentato di aver già scritto una lettera a Giorgetti e di averne rimandata “un’altra ieri (il 13 maggio, ndr) per sapere qual è la decisione del Mef in merito. Attendo la risposta: non sono né pessimista, né ottimista”. Proprio il giorno prima, rispondendo al Question Time in Parlamento, Giorgetti aveva però ricordato che Safe è “un sistema di finanziamento non certo a costo zero” che se anche ha “il vantaggio di consentire una dilazione in avanti nel tempo e tassi vantaggiosi”, implica comunque “l’obbligo della restituzione”.
Il problema è politico: la Lega, con il suo segretario e vice premier Matteo Salvini sta da tempo facendo una battaglia contro le spese in difesa, sostenendo che quei soldi devono essere piuttosto utilizzati contro il caro bollette e per sostenere famiglie e imprese. “A Bruxelles – aveva detto poche settimane fa al Vinitaly a Verona – chiediamo di poter spendere i soldi che loro oggi ci permettono di spendere per comprare armi anche per aiutare le famiglie e le imprese a pagare le bollette, quindi non chiediamo soldi a Bruxelles chiediamo che ci permettano di fare quello che è giusto fare per aiutare gli italiani in difficoltà”. Per Crosetto, però, gli interventi per la difesa e quelli per affrontare la crisi energetica “non sono alternativi”.
Giorgetti e Crosetto, il 14, sono stati visti parlare a lungo a margine del Consiglio dei ministri, ma il confronto – assicurano fonti di governo – è di “dialogo” e non di “scontro”. Spetterà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni (che nella stessa occasione ha parlato sia con i suoi vice Salvini e Antonio Tajani che con il ministro della Difesa) sciogliere il nodo e prendere una decisione. Probabilmente sarà positiva (e del resto difficilmente Crosetto avrebbe fatto la sua mossa senza una “copertura”) anche se non a cuor leggero. Meloni è infatti consapevole del fatto che, in una fase in cui l’esecutivo sta ancora cercando una strada per il ‘rilancio’ dopo la batosta referendaria, spendere quasi 15 miliardi in armi potrebbe essere una scelta non utile al recupero del consenso, se non un “favore” al centrosinistra e, ancor più, al Carroccio.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli
