Archeologia, 20 anni di battaglie: summit su futuro professione
Roma, 21 mag. (askanews) – Vent’anni fa gli archeologi italiani erano una categoria senza riconoscimento giuridico, spesso precaria e priva di tutele. Oggi la professione ha finalmente un’identità normativa definita, ma la strada verso la solidità professionale è ancora aperta. Per questo, sabato 23 maggio, alle ore 10, l’Associazione Nazionale Archeologi (ANA), l’associazione di categoria con più iscritti attualmente in Italia, celebrerà a Roma, a Palazzo Rospigliosi, i suoi primi 20 anni di attività con la tavola rotonda “Costruire il futuro di una professione: linee di sviluppo per l’archeologia italiana”.
Un appuntamento che sarà insieme occasione di bilancio e momento di confronto sulle prospettive future di una professione che, negli ultimi due decenni, ha vissuto una profonda trasformazione grazie anche al lavoro svolto dall’Associazione. ANA è stata infatti protagonista delle principali conquiste normative del settore: dal riconoscimento giuridico della figura professionale dell’archeologo con la Legge 110 del 2014 e il Decreto ministeriale 244 del 2019 che ne ha individuato requisiti, conoscenze, abilità e competenze necessari per esercitare la professione, suddividendola per fasce professionali, fino alla sottoscrizione della Convenzione europea sulla protezione del patrimonio archeologico nel 2015 e all’inserimento della figura dell’archeologo nel Codice dei contratti pubblici come professionista incaricato di servizi per la pubblica amministrazione.
Una professione che cresce e cambia – A vent’anni dalla nascita dell’Associazione, il quadro professionale degli archeologi italiani appare profondamente cambiato. Già il III Censimento nazionale condotto dall’ANA nel 2024 su 1/5 degli archeologi italiani ha dimostrato come oggi per il 76% degli archeologi questa sia l’unica attività lavorativa, mentre nel 2011 oltre la metà era costretta ad avere un secondo impiego per integrare il reddito. Anche le retribuzioni mostrano segnali di miglioramento: il 38% dichiara oggi un reddito annuo compreso tra 24mila e 48mila euro, contro il 21% registrato nel precedente censimento, mentre il 49% si colloca tra i 12mila e i 24mila euro. Un dato che si riconferma è la forte presenza femminile tra chi esercita la professione, i dati dell’ultimo censimento ANA ci dicono che il 65% di coloro che la praticano appartiene al genere femminile.
“Oggi l’archeologo non vive solo di scavo – aggiunge Marcella Giorgio – è un professionista che coniuga saperi umanistici e competenze scientifiche, è altamente specializzato e allo scavo affianca altre attività culturali, presta servizio in ambito pubblico e privato e dev’essere dotato di intraprendenza e di capacità di adattamento”.
I dati del nuovo Questionario condotto dall’ANA nel 2025 per approfondire proprio la tematica delle attività che vedono coinvolti gli archeologi mostrano, ad esempio, come il 63% si dedichi all’ambito museale, progettando e allestendo mostre e/o percorsi espositivi e valorizzativi, catalogando e inventariando beni archeologici, ma anche dedicandosi alla didattica per avvicinare i più piccoli alle civiltà del passato.
Lavoro e formazione – Al centro del dibattito ci sarà anche il tema della formazione. Nonostante il settore presenti un altissimo livello di istruzione – il 93% degli archeologi possiede una laurea magistrale, mentre il 72% ha conseguito uno o più titoli post-laurea – resta infatti aperto il nodo della preparazione pratica sul campo. L’ANA ha già avviato un confronto con le università per colmare il divario tra formazione teorica e attività professionale operativa, attraverso percorsi più aderenti alle attuali esigenze del lavoro. Il 53,37% degli archeologi, infatti, ritiene carente la preparazione fornita nel percorso universitario a livello pratico (dati dal Questionario ANA 2025). Tale divario tra formazione e necessità professionali sarà uno dei temi trattati nella tavola rotonda, proprio nell’intento di stimolare un dibattito con i rappresentanti del mondo dell’istruzione universitaria.
Le riforme necessarie – L’incontro di Roma sarà anche l’occasione per esaminare la necessità di rivedere in maniera organica il Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004, che secondo ANA rischia di essere progressivamente indebolito dalle disarmoniche proposte di riforma presentate negli ultimi anni in nome della semplificazione amministrativa e della velocizzazione delle opere pubbliche. “Non siamo contrari al progresso – spiega Marcella Giorgio, presidente di ANA – ma la tutela del patrimonio culturale non può essere sacrificata, bensì va conciliata e coordinata con lo sviluppo infrastrutturale del Paese. La conoscenza preventiva dei territori e una corretta pianificazione consentono di evitare blocchi nei cantieri e di portare avanti le opere in maniera più efficace”.
Sempre secondo il nuovo Questionario ANA del 2025, il 40,67% degli archeologi è attualmente coinvolto in attività legate alla pianificazione territoriale (es. strumenti urbanistici, creazione di carte di potenziale e rischio archeologico, ecc) ma tale percentuale potrebbe crescere in futuro consentendo una maggiore integrazione tra necessità di organizzazione dei territori e valorizzazione e conservazione dei beni archeologici locali.
Archeologia preventiva – È l’archeologia preventiva lo strumento migliore per conciliare le esigenze di tutela e sviluppo, secondo l’ANA, una disciplina che come l’Associazione ha compiuto 20 anni in Italia. Negli ultimi anni si registra una più ampia e corretta applicazione di questa procedura (che vede coinvolti il 75% degli archeologi italiani: dati dal Questionario ANA 2025), che consente di contenere i costi delle opere pubbliche e di salvaguardare i resti archeologici sommersi, sebbene la sua attuazione resti ancora molto disomogenea. In particolare, restano differenze tra opere pubbliche e private come ricorda la presidente ANA Marcella Giorgio “La Convenzione europea per la protezione del patrimonio archeologico, sottoscritta dall’Italia nel 2015, prevede l’applicazione dell’archeologia preventiva anche in ambito privato: è inspiegabile come non si provveda ad aggiornare la normativa in materia rischiando di perdere patrimonio archeologico ogni giorno. L’archeologia preventiva deve essere vista come un fattore di aiuto e non come un ostativo e anche nell’ambito privato può essere attuata prevedendo sgravi fiscali e semplificazioni che consentano di conciliare la realizzazione delle opere e la tutela del passato”.
Verso un ordine professionale – Se il passato è stato quello della conquista del riconoscimento professionale, il futuro – secondo l’Associazione – dovrà essere quello delle tutele. Tra gli obiettivi indicati dall’ANA c’è infatti la costituzione di un ordine professionale, sulla scia di quanto già presente per altre professioni intellettuali di ambito tecnico (es. architetti e ingegneri), per garantire migliori strumenti di welfare, maggiori garanzie previdenziali e una più forte tutela della professione.
In vent’anni gli archeologi hanno conquistato riconoscimento e ruolo pubblico; ora serve una nuova fase: più tutele e diritti, un welfare più solido esteso anche a chi opera in regime di libera professione, formazione più aderente al lavoro reale e alle continue evoluzioni che investono anche il settore (comunicazione e uso dell’AI), regole più efficaci per l’archeologia preventiva e per la valorizzazione della qualità della professione.
La tavola rotonda – Tra i partecipanti alla tavola rotonda ci saranno Maria Beatrice Benedetto, Dirigente dell’Ufficio di Gabinetto del Ministero dell’Università e della Ricerca Alessio De Cristofaro, Direttore dell’Istituto centrale per la valorizzazione economica e la promozione del patrimonio culturale – Ministero della Cultura, Mirella Serlorenzi, Direttrice dell’Istituto Centrale per l’Archeologia – Ministero della Cultura, Marco Natali, Presidente Confprofessioni.
