Nascetta, l’autoctono bianco piemontese con il dono dell’imprevedibilità
AskaNews
di admin Administrator  
il 22/06/2026

Nascetta, l’autoctono bianco piemontese con il dono dell’imprevedibilità

Milano, 22 giu. (askanews) – Al Castello di Novello (Cuneo) si è conclusa ‘Nas-cëttaland’, la prima edizione del festival dedicato al vitigno bianco autoctono semiaromatico Nascetta. Novello, che è uno degli 11 Comuni della zona di produzione del Barolo, ha scelto di rimettere in primo piano non un comprimario, ma un’uva storica a lungo sopravvissuta ai margini e oggi tornata a imporsi come una delle espressioni più personali del Piemonte del vino. Perché la Nascetta porta con sé una qualità che per molto tempo è sembrata una condanna e che oggi può invece essere letta come un valore: l’imprevedibilità. In vigneto, perché la resa non offre mai una rassicurante regolarità e il peso della produzione può cambiare sensibilmente da un’annata all’altra, senza parlare dell’acidità che crolla rapidamente. Nel vino, perché il tempo non lavora mai due volte nello stesso modo e l’evoluzione in bottiglia non ripete un copione fisso. Per decenni questa natura ha penalizzato il vitigno, meno docile e meno governabile di altri, tanto che si faceva in famiglia come vino passito dolce.

Oggi, in una stagione in cui il mercato guarda con maggiore attenzione ai vini identitari e poco standardizzati, la stessa caratteristica cambia segno e la Nascetta non è interessante malgrado la sua imprevedibilità, ma anche per quella. La sua traiettoria storica aiuta a capirlo. Le fonti ottocentesche la ricordano come una varietà pregiata e strettamente legata a Novello, poi, nel corso del Novecento, la sua presenza si assottiglia fino quasi a sparire, travolta dall’avanzata di vitigni rossi più produttivi, più remunerativi e dal conclamato primato simbolico che si erano presi il ‘posto al sole’ così indispensabile per la Nascetta. La rinascita prende forma alla fine degli anni Novanta, quando alcuni vignaioli, tra cui Elvio Cogno, Valter Fissore e Daniele Savio, decidono, dopo anni di sperimentazioni, di scommettere su quei pochi filari superstiti e di riportare il vitigno alla vinificazione in purezza. È da lì che comincia il percorso che porterà prima all’iscrizione al Registro nazionale delle varietà di vite nel 2001, dopo un paio di annate sotto le mille bottiglie, e poi al riconoscimento, nel 2010, all’interno della Doc Langhe, della tipologia storicamente legata a Novello. ‘Nas-cëtta’ non è infatti una semplice variante linguistica di ‘Nascetta’: la menzione ‘Langhe Doc Nas-cëtta del Comune di Novello’ identifica una sottozona e può essere utilizzata soltanto per i vini prodotti nel territorio comunale di Novello. Fuori da quell’areale, la dicitura corretta resta ‘Langhe Doc Nascetta’. Non è un dettaglio normativo, ma un dato sostanziale: sancisce che Novello non è soltanto il luogo della memoria o della rinascita del vitigno, ma il suo baricentro territoriale riconosciuto. E in una Langa che la narrazione pubblica continua a identificare, anche giustamente, con Nebbiolo, Barolo e grandi rossi da invecchiamento, la Nascetta agisce come una deviazione interna al sistema. Non come curiosità laterale né come concessione bianca, ma come voce autonoma, capace di allargare l’immagine stessa delle Langhe, grazie a un vitigno con profondità storica, fisionomia propria e tenuta nel tempo, con suggestioni che spaziano dai Vermentino ai Riesling fino ai Moscato e ai Sauvignon Blanc.

‘Abbiamo deciso di fare questo festival per raccontarci, per far capire che la Nascetta arriva dal Comune di Novello e presentare la mappatura del territorio vitivinicolo realizzata da Alessandro Masnaghetti, un lavoro che va avanti da diversi anni e che ha ancora qualcosa che deve essere limato’ racconta ad askanews la presidente dell’Associazione Produttori di Nas-cëtta del Comune di Novello, Luciana Desanzo (Cantina Passone) che, insieme con la sua vice Roberta Valletti (Valletti Roberta Azienda Agricola) e l’infaticabile Elena Fissore (Cantina Cogno) hanno organizzato ‘Nas-cëttaland’, una giornata dedicata alla stampa e un’altra aperta a tutti con banchi di degustazione dei 15 vignaioli di Nas-cëtta e dei 18 che fanno parte dell’Associazione Indigenous Langa che dal 2015 riunisce i produttori di Nascetta di tutto il territorio. Complessivamente sono una cinquantina le Cantine impegnate su questo bianco, una quindicina delle quali produce anche un Metodo Classico 100% Nascetta.

‘Gli ettari si aggirano sul centinaio ma negli ultimi cinque o sei anni sono nate nuove aziende, tutte guidate da giovani: c’è chi fa 500 bottiglie e chi arriva a tremila. Complessivamente dovremmo raggiungere le 100.000 bottiglie anche perché sono state piantate nuove vigne che entreranno in produzione più o meno nei prossimi tre anni’ prosegue Desanzo, eletta alla guida dell’associazione un anno e mezzo fa, sottolineando che ‘rispetto al Barolo, la percentuale di Nascetta è piccolissima, ma il nostro scopo è dire ‘chi viene a Novello trova la Nascetta’. Se il Barolo è il re, la Nascetta è la regina’. ‘Il nostro bianco è conosciuto tanto all’estero perché chi ci ha preceduto ci ha lavorato con grande impegno. Ci siamo però resi conto che in Italia si conosce ancora poco’ continua Desanzo, precisando ad askanews che ‘si vende nella ristorazione locale e in qualche ristorante siamo riusciti, a forza di insistere, a far tenere più annate vecchie, perché ha poco senso raccontare di un vino che sfida il tempo e poi avere a disposizione solo le ultime annate. Comunque, anche grazie alla ristorazione, adesso chi viene a Novello cerca la Nascetta’.

La Nascetta non è un vitigno che si lascia mettere in riga facilmente: richiede attenzione in campagna, osservazione paziente, precisione nella scelta del momento della raccolta, capacità di tenere insieme maturità e freschezza senza potersi affidare ad automatismi. E poi richiede cantina, cioè scelte tempestive e precise, un’idea molto chiara di che vino si intende fare. È un vitigno esigente, che nel bicchiere restituisce il rapporto che impone a chi lo coltiva e a chi lo interpreta. Ma questa imprevedibilità non va confusa con l’incoerenza, perché la Nascetta è tutt’altro che un vino incerto e irrisolto, al contrario, possiede una sua riconoscibilità, che nasce dall’intreccio fra territorio, tessitura aromatica e struttura. Quello che cambia è il modo in cui questa identità si manifesta: ci sono annate più tese, più salde sulla sapidità e sul passo agrumato; altre che si distendono con lentezza, allargano il registro, lasciano emergere sfumature più complesse; altre ancora che sorprendono per la capacità di tenere insieme slancio giovanile e profondità. Non muta natura ma cambia accento, e questa mobilità interna la rende un vino ‘vivo’. Secondo l’agronomo Claudio Pirra a questa imprevedibilità della Nascetta contribuisce in mondo determinate ‘il fatto che nei nostri vigneti convivono cloni differenti riferibili a biotipi diversi’: un’ipotesi che spiegherebbe, se non tutto, di certo molto.

Il confronto con gli altri bianchi autoctoni piemontesi aiuta a misurarne l’originalità. Il Cortese, soprattutto nella sua espressione più nota e compiuta del Gavi, ha costruito gran parte della propria reputazione sulla misura e sulla continuità espressiva; l’Arneis sulla fragranza e su una leggibilità più immediata; l’Erbaluce su una trama acida più severa e affilata; il Timorasso sulla sua imponente struttura e sulla sua straordinaria capacità di invecchiare con una traiettoria spesso monumentale. La Nascetta, che è oramai acclarato essere un bianco (anche) da evoluzione come ha ben raccontato la preziosa verticale su 15 etichette di ‘Nas-cëttaland’, resta invece più cangiante, più sfuggente da definire a priori, meno disponibile a lasciarsi chiudere in una formula, rappresentando il bianco piemontese che più chiaramente resiste alla tentazione del modello fisso. Il tempo, che non deve mai ridursi a una sterile prova di resistenza, è per la Nascetta un fattore rivelatore. Quando sei convinto di averla capita, lei ti sorprende con nuovi e inaspettati colori, sentori, profumi, intensità, acidità, tannini e persistenze. Detto questo, sarebbe riduttivo leggerla solo in funzione dell’affinamento. Bevuta giovane, conserva infatti una gradevolezza franca, una naturale attitudine alla tavola, una piacevolezza immediata che non entra in contraddizione con la sua capacità di durare. E questa doppia natura la rende nuovamente interessante.

Questa prima edizione di ‘Nas-cëttaland’ ha avuto anche il merito anche di essere riuscita a mettere insieme oltre 30 produttori, per dire che la Nascetta non vive solo in etichetta ma è da sempre nel paesaggio, nelle pratiche agricole, nella lingua, nella memoria locale di queste zone di Langa, e per ricordare che non si vince da soli: serve costruire un racconto più largo del territorio che includa tutti gli attori, non solo i vignaioli. Come dimostra il caso Barolo, non si può vivere sugli allori e serve fare sistema. Per quanto riguarda in particolare la Nascetta mai come oggi il momento sembra favorevole. Si vendono più bianchi che rossi, si parla molto di vini bianchi da affinamento e cresce l’attenzione per i vitigni autoctoni capaci di esprimere una propria identità, di raccontare qualcosa di diverso, di unico. In questo quadro pesa certamente il successo del Timorasso, che negli ultimi anni ha conquistato reputazione, spazio e investimenti anche da parte di diverse e importanti Cantine fuori dall’areale. Insomma il contesto culturale e commerciale è oggi più ricettivo di quanto non fosse in passato verso un bianco territoriale, non standardizzato, capace di sfidare il tempo e, per di più in terra di meravigliosi rossi.

Non a caso oggi la Nascetta viene venduta tutta, a differenza purtroppo di altri vini prodotti dalle stesse Cantine: certo se ne fa poca e quel poco è aiutato dal fascino della ‘rarità’ e dalla sua poliedricità. Ne sono esempi evidenti, solo per citarne alcuni produttori di Novello, non solo i pionieri Cogno e Le Strette, ma anche Cascina Gavetta e soprattutto Arnaldo Rivera, il brand premium della Cooperativa Terre di Barolo. Ma non si può non citare Mauro e Pier che stanno facendo grande la Cantina Mauro Marengo, così come l’altrettanto giovane e brava Serena Anselma alla guida della piccola Cogli l’attimo, unica realtà a produrre una Nascetta macerata di grande spessore. Sono loro, assieme a tanti coetanei che stanno aprendo nuovi percorsi o entrando nelle aziende di famiglia, a dare forma al futuro vitivinicolo di questa parte di Piemonte.

Ed è proprio dentro questo passaggio generazionale che si colloca oggi la sfida più delicata per la Nascetta. Una volta salvata dall’oblio, infatti, non si tratta più soltanto di farla conoscere, ma di accrescerne il valore economico, tema certamente complesso in anni di crollo del potere di acquisto, ma fondamentale. Per farlo serve conservarne la personalità, senza inseguire modelli esterni o smussare ciò che la rende riconoscibile. Sarebbe il modo più rapido per perderne il senso. Perché la Nascetta, oggi, interessa proprio per questo: perché continua a chiedere di essere capita e non soltanto bevuta. (Alessandro Pestalozza)

[A Novello esordisce “Nas-cëttaland” e riflette sull’invecchiamento|PN_20260622_00027|gn00 nv03 sp33 ma00| https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/06/20260622_120013_121FB830.jpg |22/06/2026 12:00:21|Nascetta, l’autoctono bianco piemontese con il dono dell’imprevedibilità|Vino|Cronaca, Agrifood]

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