Dopo multa a Google torna lo scontro Trump-Ue, qual è la posta in gioco
Roma, 25 lug. (askanews) – A un anno dall’accordo di Turnberry sui dazi e pochi giorni dopo la sua entrata in vigore (primo luglio) tornano gli spettri di una guerra economica e commerciale tra Usa e Unione europea. E in questo caso in ballo non c’è un presidente (Donald Trump) che semplicemente cerca di far cassa per coprire l’enorme debito pubblico americano, ma due idee differenti, se non opposte, di come gli Stati si debbano rapportare alle cosiddette Big Tech.
Il 23 luglio, la Commissione europea ha comminato a Google due multe per un totale di 890 milioni di euro (circa 1 miliardo di dollari) per violazioni del regolamento Ue sui mercati digitali (‘Digital Markets Act’ – Dma). Prese insieme le due sanzioni – rispettivamente di 460 milioni e 430 milioni di euro – costituiscono la multa più alta finora decisa in applicazione del regolamento Dma per una singola società. Le due multe precedenti erano state inflitte nell’aprile 2025 a Meta (200 milioni di euro) e ad Apple (500 milioni di euro).
Secondo la Commissione, Google ha privilegiato i propri servizi sul motore di ricerca Google Search e ha imposto sulla piattaforma Google Play delle restrizioni alle aziende che indirizzano i consumatori verso canali di acquisto alternativi, spesso più economici (‘steering’). Secondo il regolamento Dma, i ‘gatekeeper’ (i ‘guardiani dell’accesso’, ovvero le più grandi aziende tecnologiche che controllano l’accesso ai principali mercati e servizi online) nel gestire i risultati di ricerca devono applicare criteri di trasparenza, equità e non discriminazione, e non devono dare preferenza e maggiore visibilità ai propri servizi rispetto a quelli di terzi.
Trump ha risposto come suo solito, definendo ‘illegale’ la multa e accusando l’Ue di volere prendere ‘di mira direttamente le grandi aziende americane’. Quella e altre multe contro i Big Tech saranno cancellate, ha detto il tycoon, minacciando un dazio ‘sostanzioso’ per cui l’Ue ‘pagherà un prezzo molto alto’ per il suo comportamento. ‘Dopo aver multato Apple, senza alcun motivo, per 15 miliardi di dollari, Meta per 3 miliardi, Amazon per 2,5 miliardi e molte altre – ha scritto sul suo social Truth – ci è appena stato comunicato che Google, un gruppo davvero avanzato e straordinario, è stato multato ancora una volta di 1 miliardo di dollari, senza spiegazioni. Questo porta il totale di Google a oltre 18 miliardi di dollari! Questa pratica illegale e altamente discriminatoria è iniziata a questi alti livelli durante il primo anno dell’amministrazione Sleepy Joe Biden, ma non continuerà durante l’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti d’America non sono un ‘salvadanaio’ per l’Europa, né lo permetteremo! Per favore, lasciate che questo post rappresenti il fatto che avvieremo immediatamente un’indagine 301 sulla pratica di ‘derubare’ le aziende americane e, di conseguenza, il contribuente americano. L’Unione Europea pagherà un prezzo molto alto per questo comportamento illegale e fortemente non etico, del quale li ho avvertiti costantemente. Le multe saranno completamente annullate e, prevediamo, verrà loro imposto un consistente dazio il prima possibile’.
La Commissione nella sua decisione ha constatato innanzitutto che Google privilegia i propri servizi, inclusi quelli relativi a shopping, hotel, trasporti e sport, rispetto a quelli di terzi su Google Search, violando così gli obblighi previsti dal Dma. ‘Google mostra i propri servizi in posizione più prominente nei risultati di ricerca, anche nella parte superiore della pagina dei risultati, o tramite elementi grafici e filtri avanzati, mentre servizi simili di terzi non godono della stessa visibilità’, spiega l’esecutivo Ue in una nota.
In secondo luogo, Google è accusata di non consentire lo ‘steering’ su Google Play. Il regolamento Dma stabilisce che gli sviluppatori di app che distribuiscono le proprie applicazioni tramite una piattaforma come Google Play dovrebbero essere in grado di informare i clienti, gratuitamente, sulla disponibilità di offerte alternative, e spesso più economiche, rispetto alla piattaforma stessa, e di indirizzarli verso tali offerte per effettuare acquisti, anche su altri siti web o app store. La Commissione ha constatato che Google non ha rispettato quest’obbligo, impedendo agli sviluppatori di app di comunicare e promuovere liberamente le proprie offerte e di concludere contratti con gli utenti attraverso i canali di distribuzione di loro scelta, inclusi gli app store di terze parti.
Google ha il diritto di chiedere il pagamento di una commissione per il servizio offerto, con lo ‘steering’, nel facilitare l’acquisizione iniziale di un nuovo cliente da parte di uno sviluppatore di app tramite Google Play, ma l’entità delle commissioni addebitate da Google e la durata del periodo di addebito di queste commissioni superano quanto considerato conforme al regolamento Dma, spiega ancora la Commissione. L’Esecutivo comunitario ha quindi ordinato a Google di porre fine a questo doppio inadempimento (‘ordine di cessazione e desistenza’), predisponendo delle misure per trattare i servizi di terze parti che compaiono nei risultati di ricerca di Google Search in modo equo e non discriminatorio rispetto ai propri servizi, e per consentire agli sviluppatori che distribuiscono le proprie app tramite Google Play Store, sia tecnicamente che contrattualmente, di comunicare liberamente, promuovere offerte e concludere contratti con gli utenti non solo all’interno, ma anche al di fuori di Google Play Store.
Le sanzioni pecuniarie inflitte a Google tengono conto della gravità e della durata dell’inadempimento, considerando la situazione fino alla fine del 2025. Secondo la Commissione, l’entità delle sanzioni è ‘proporzionata e appropriata’. Google è tenuta a conformarsi alle decisioni della Commissione entro 60 giorni, altrimenti rischia il pagamento di nuove sanzioni periodiche che possono arrivare fino al 5% del suo fatturato globale totale. La Commissione, tuttavia, riconosce che, ‘a seguito di un dialogo costruttivo, Google ha proposto e avviato la sperimentazione di modifiche al modo in cui presenta i propri servizi su Google Search per i servizi gratuiti come shopping, hotel e voli’. L’Esecutivo Ue annuncia che ‘monitorerà l’attuazione di queste soluzioni, che costituiscono un progresso sostanziale verso la conformità’.
La Commissione sta attualmente valutando anche altre modifiche in corso di sperimentazione da parte di Google riguardo ‘al modo in cui presenta gli annunci shopping e i servizi correlati ai contenuti, come lo sport’. Inoltre, Google ha presentato delle proposte su come intende applicare i principi della decisione alle ‘Overview’ dell’Intelligenza artificiale e alla ‘Modalità IA’, che sono modalità di ricerca introdotte di recente e in forte sviluppo. Su questi punti, riferisce ancora la nota della Commissione, ‘proseguirà il dialogo con Google’. Infine, la Commissione rileva anche che ‘Google ha introdotto modifiche relative alle proprie regole sullo ‘steering”, il reindirizzamento dei risultati di ricerca su Google Play. ‘Queste modifiche rappresentano un buon passo avanti verso la conformità’ rispetto al regolamento Dma ‘e saranno valutate anche alla luce dell’ordine di cessazione e desistenza emesso con la decisione odierna’, conclude la nota. Google potrà comunque fare ricorso.
‘Questa attuazione del DMA (Digital Markets Act) – ha dichiarato Kent Walker, President of Global Affairs, Google & Alphabet – continua a danneggiare i prodotti d’uso quotidiano. Per adeguarci, siamo costretti a rimuovere funzionalità della ricerca in tempo reale molto amate dagli europei – come i prezzi istantanei e la disponibilità dirette per hotel, voli e ristoranti – e a smantellare le protezioni di sicurezza attive su Google Play. Questa non è concorrenza leale; è un degrado del prodotto guidato da un piccolo gruppo di ricorrenti con interessi personali, a spese delle imprese e dei consumatori europei. La regolamentazione dovrebbe migliorare i prodotti, non peggiorarli’.
La Commissione comunque sembra intenzionata ad andare per la sua strada, riaffermando la propria ‘sovranità tecnologica’ e il diritto di regolamentare il mercato dei servizi digitali e le modalità con cui le piattaforme agiscono sul territorio europeo. Quello che è certo, è che le indagini e le sanzioni dell’esecutivo comunitario non rigurdano affatto solo le ‘big tech’ americane, come pretende la narrazione manipolatrice di Trump. In questa stessa settimana, oltre alla maxi multa a Google, la Commissione ha sanzionato (il 20 luglio) anche la piattaforma cinese AliExpress per 550 milioni di euro per violazione del regolamento Ue sui servizi digitali (‘Digital Services Act – Dsa), e in particolare per non aver rispettato gli obblighi in materia di valutazione e mitigazione dei rischi relativi alla vendita di prodotti illegali, pericolosi o contraffatti sulla sua piattaforma di e-commerce. La Commissione ha ordinato alla piattaforma di adottare le misure necessarie a conformarsi alle norme europee.
Si tratta della terza multa comminata dalla Commissione da quando è in vigore il Dsa, e della più alta. Nei due casi precedenti, il social network americano X (ex Twitter) di proprietà di Elon Musk, era stato multato per 120 milioni di euro e la piattaforma cinese di e-commerce Temu per 200 milioni di euro.
Il 24 luglio, inoltre, la Commissione ha inviato al social network cinese TikTok una relazione preliminare in cui si afferma che gli account dei minori sulla piattaforma non soddisfano gli standard di sicurezza richiesti dal regolamento Dsa. Su TikTok, i minori possono scegliere di impostare il proprio account come ‘pubblico’: ciò significa che qualsiasi utente, inclusi coloro che non possiedono un account TikTok, può visualizzare i loro contenuti, con il rischio di esporre i minori stessi a ‘contatti indesiderati, cyberbullismo o comportamenti predatori’. Qualora le conclusioni preliminari venissero confermate, la Commissione potrebbe emettere una decisione di non conformità, con l’applicazione di una sanzione pecuniaria determinata dalla natura, dalla gravità, dalla recidiva e dalla durata dell’infrazione, con un importo fino al 6% del fatturato annuo globale della società.
Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese


