Morte Fakir, una quarantina al presidio di Aosta: «Democrazia è in crisi»
Una quarantina di manifestanti ha preso parte al presidio organizzato da Bds Valle d'Aosta "Giustizia, verità e solidarietà in nome di tutte le vittime dello Stato" per Abderrahim Fakir
«La democrazia è in crisi, teniamo gli occhi aperti». Le parole di Daniela Fachin riassumono lo spirito del presidio per Abderrahim Fakir “Giustizia, verità e solidarietà in nome di tutte le vittime dello Stato”, organizzato giovedì all’Arco d’Augusto di Aosta da Bds Valle d’Aosta.
Una quarantina i manifestanti che si sono riuniti tra cartelli e striscioni per solidarietà nei confronti di Fakir, il 42enne di origine marocchina, morto ammanettato domenica 19 luglio in un cortile di via Svevo al Pilastro a Bologna.
Il caso è ora al centro di un’inchiesta sulla sua morte, sull’intervento delle forze dell’ordine, sui soccorsi, ma anche sugli incidenti occorsi nella città felsinea nel corso della protesta andata in scena dopo la sua morte.
Abderrahim Fakir: il presidio di Aosta
Un momento del presidio dell’Arco d’Augusto
Ad aprire il presidio per Abderrahim Fakir è stato lo storico esponente della sinistra rossonera, Francesco Lucat.
«Non si può accettare che una persona sotto stretto controllo, è il caso di dirlo, cessi di vivere – ha esclamato -. Viviamo in uno stato democratico, le leggi valgono sempre e la tutela delle cittadine e dei cittadini è qualcosa di obbligatorio».
Lucat ha riportato alla mente il 12 dicembre 1969, data della strage di Piazza Fontana a Milano.
«Erano anni di grandi movimenti, che stavano cambiando le cose» ha aggiunto Lucat, evidenziando come la risposta sia stata la controversa morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato dal quarto piano della questura meneghina.
«Si capì che c’era qualcosa di storto – ha aggiunto Lucat -. La mia convinzione è che fosse già privo di vita quando è finito di sotto. Ce ne sono tanti di episodi del genere e per questo bisogna essere vigili e difendere i diritti democratici conquistati con la Lotta di Liberazione».
Baisotti: «Solidarietà alle vittime di Stato»
Deborah Baisotti del Bds ha ricordato la raccolta fondi per l’associazione valdostana volontariato carcerario, «perché noi puntiamo al reinserimento sociale, il carcere non deve essere punitivo», poi ha spiegato i motivi del presidio.
«Ci sono frasi che dovete portare a casa: Salvare vite non è reato; Solidarietà giustizia e verità alle vittime di stato, passate e presenti” – ha esordito -. L’ultima di queste vittime e sappiamo già che non sarà l’ultima, è Fakir e lo facciamo per lui».
Fachin: «Democrazia è in crisi, occhi aperti»
Daniela Fachin, altra esponente del Bds, ha ricordato come «Fakir, 42 anni, è stato ucciso in stato di fermo, schiacciato a terra con una manovra che gli ha impedito di muoversi – ha detto -. Gli uomini del soccorso erano lì a guardare e lui ha chiesto aiuto con le ultime parole, con respiro flebile, ma non ha convinto la polizia».
Insomma, per Fachin «la storia di Fakir è quella di tante persone in Italia che non hanno diritti – ha continuato, prendendo poi spunto da un articolo di giornale -. La sua storia riporta a galla il concetto di precarietà. È arrivato in Italia a 7 anni, è cresciuto, ma non ha mai ottenuto la cittadinanza. In Italia basta una crisi economica per perderla o non arrivarci mai. Lui soffriva di attacchi di panico, non andava trattato così, ma aiutato».
Altro aspetto che emerge dalla storia è quello della «profilazione razziale delle forze dell’ordine – ha aggiunto Fachin -, che come emerso da tante ricerche possono avere un comportamento discriminatorio verso chi è straniero».
Interpellato qualche presente, ha rincarato la dose.
«Una persona dalla pelle scura è fermata quasi quotidianamente, sicuramente più di una bianca – ha aggiunto -. Questo ci deve far riflettere, perché anche da questo è nata la reazione della comunità marocchina per la morte di Fakir. Purtroppo, pare che l’Italia non voglia imparare dal passato. Qui si risparmia su personale, dotazioni, si parla di una tecnica di immobilizzazione vietata, se non in casi estremi. In quei minuti, qualcuno avrebbe dovuto porsi il problema delle urla, non spruzzare spray al peperoncino».
Poi, la conclusione.
«Non si può risolvere tutto con un scudo penale – ha chiuso Daniela Fachin -. Si arriva inevitabilmente all’archiviazione del caso. Facciamo attenzione ai provvedimenti di questo Governo di estrema destra, la democrazia è in crisi e dobbiamo tenere gli occhi aperti».
(al.bi.)

