L’Ingv ha spiegato come si è prodotta l’alluvione in Nepal
Milano, 27 ago. (askanews) – Il segnale sismico registrato il 26 agosto al confine tra Nepal e Cina, inizialmente classificato dallo United States Geological Survey (USGS) come un terremoto di magnitudo 4.4, è stato prodotto dal collasso di una grande massa di ghiaccio e roccia e dalla frana che ne è seguita. Lo chiarisce l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dopo l’analisi dei dati delle stazioni sismiche e delle immagini satellitari. L’USGS ha successivamente riclassificato l’evento come frana.
Secondo la prima ricostruzione, un enorme blocco si è staccato da un ghiacciaio ed è precipitato per oltre un chilometro. I detriti hanno temporaneamente ostruito il fiume Lhende Khola e il cedimento della diga naturale formatasi in seguito al distacco ha poi liberato una colata di acqua, fango e materiale detritico che ha raggiunto gli insediamenti a valle. Le cause che hanno innescato il fenomeno sono ancora in fase di studio.
L’evento franoso ha liberato un’energia paragonabile a quella di un terremoto di magnitudo 5.2. Il confronto, precisa la ricostruzione dell’INGV, riguarda la quantità di energia sprigionata e non significa che si sia verificato un sisma di quella magnitudo. Per individuare l’origine del segnale sono stati esaminati, tra gli altri, i dati della stazione sismica a larga banda IO.EVN, operativa dal maggio 2014 presso il Laboratorio-Osservatorio Internazionale Pyramid EvK2CNR, nella valle del Khumbu. La stazione si trova a circa 5.000 metri di quota e a sei chilometri dal campo base dell’Everest ed è gestita dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS).
La posizione, in una regione scarsamente coperta dalle reti di monitoraggio e caratterizzata da un ridotto rumore prodotto dalle attività umane, permette alla stazione di registrare terremoti dell’area himalayana e di altre regioni, microsismicità locale, eventi legati alla dinamica del ghiaccio e vibrazioni prodotte da frane e valanghe. I dati sono utilizzati anche per analizzare il rumore sismico associato ai ghiacciai e ai fenomeni meteorologici.
Per distinguere la frana da un terremoto, i ricercatori hanno confrontato il segnale del 26 agosto con quello prodotto da un sisma di magnitudo 5.3 avvenuto il 15 settembre 2020. Nel terremoto il segnale ha un inizio netto e impulsivo, con le ampiezze maggiori concentrate nei primi secondi e un rapido decadimento. L’energia si distribuisce inoltre su un intervallo ampio di frequenze, in relazione all’arrivo delle diverse onde sismiche. Il segnale generato dalla frana mostra invece un avvio più graduale e una durata maggiore, con una successione di impulsi. Questa caratteristica riflette il movimento progressivo della massa di ghiaccio e roccia, gli impatti lungo il versante e il rotolamento del materiale. L’energia risulta concentrata soprattutto alle basse frequenze, corrispondenti a oscillazioni di periodo più lungo rispetto a quelle prevalenti nel terremoto preso come termine di confronto.
Sono proprio la durata prolungata, l’assenza di un unico inizio impulsivo e la prevalenza delle basse frequenze ad avere consentito di riconoscere una sorgente non tettonica. Il quadro ricavato dalle registrazioni è stato poi messo a confronto con le immagini satellitari e con le osservazioni delle stazioni più vicine alla zona interessata. L’evento è stato rilevato anche da alcune stazioni della Rete Sismica Nazionale italiana, ma la distanza non ne ha consentito la localizzazione. Da così lontano il segnale può assumere caratteristiche simili a quelle di un terremoto, con onde P, S e superficiali riconoscibili. Per stabilire che la sorgente è una frana sono quindi necessarie analisi più approfondite, capaci di combinare le caratteristiche delle onde a lungo periodo con i dati provenienti da più stazioni e dalle osservazioni satellitari.
