Leone XIV a Metz, messaggio all’Europa nel segno di Robert Schuman
Roma, 26 set. (askanews) – Papa Leone è in Francia per il suo quindi viaggio pastorale e il cuore della missione sarà il “messaggio all’Europa” che pronuncerà in un luogo altamente simbolico per l’unità europea. Dopo aver toccato Parigi, per l’incontro all’Eliseo con Emmanuel Macron, e Lourdes, il 28 il pontefice sarà infatti a Metz, la città di Robert Schuman, uno dei “padri fondatori” dell’Europa unita. A Metz Leone firmerà una dichiarazione congiunta “incentrata sul dialogo interreligioso e la pace” con i leader dei diversi culti religiosi in Francia. Ma soprattutto, quel che interessa, sarà il messaggio “politico” di Leone, che potrebbe avere anche incontri bilaterali con i leader europei invitati da Macron (e potrebbe arrivare anche Volodymyr Zelensky).
“L’Europa è il cuore del discorso – ha spiegato ai giornalisti il direttore della sala stampa della Santa Sede Matteo Bruni -. Metz è l’occasione per dire una parola all’Europa in tempi complessi – ha proseguito – è un posto di frontiera, che parla di passaggi, di unità europea, di dialogo fra nazioni diverse, di unità nella diversità e fra diversi. E questo è molto significativo per il tempo in cui viviamo”.
Europa come istituzione che deve giocare il proprio ruolo nel mondo come alfiere di pace e dialogo, dunque, partendo proprio dalla Dichiarazione Schuman del 1950, che così iniziava: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. “Quando la pace è minacciata – ha detto a Vatican News il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin – ci si può limitare a perseguire l’antico adagio ‘si vis pacem para bellum’ (‘se vuoi la pace prepara la guerra’, ndr), oppure si possono porre in atto “sforzi creativi”, come lo fu la costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Fu tale intuizione che pose fine al revanchismo tra tedeschi e francesi e consentì il prolungato periodo di pace di cui tuttora beneficiamo. Anche oggi sono possibili ‘sforzi creativi’ anche in virtù dell’esperienza di dialogo maturata in questi decenni in seno alle Istituzioni comunitarie e agli Stati membri. Tali ‘sforzi’ richiedono però il chiaro riconoscimento da parte di tutti che si può fare fronte alle sfide che ci attendono solo se matura l’idea che l’Europa non è una sovrastruttura, ma un vero e proprio corpo, in cui la molteplicità delle membra è armonizzata da una visione e una volontà comune nell’ambito della politica estera. In tal senso, un’Europa capace di elaborare un sentire diplomatico condiviso può mettere maggiormente a frutto le proprie capacità negoziali e far valere la propria moral suasion anche di fronte a quanti ritengono che la minaccia della forza sia più persuasiva. Lo sforzo creativo è forse proprio questo: far capire che una parola convincente e chiaramente pronunciata all’unisono è più forte di una qualunque esibizione muscolare”.
Nato come cittadino tedesco in Lussemburgo, Robert Schuman diventò francese nel 1919, quando la Lorena, dove era nato suo padre, fu tolta alla Germania e restituita alla Francia insieme all’Alsazia, dopo la prima guerra mondiale. Durante la Seconda guerra mondiale, nel 1940, fu catturato e imprigionato dai nazisti proprio a Metz. Riuscì poi a evadere e prese parte alla resistenza francese. Dopo la guerra riprese l’attività politica, e da ministro degli Esteri francese, in collaborazione con Jean Monnet, l’altro grande padre dell’Europa unita, elaborò il “piano Schuman”.
Il documento venne pubblicato il 9 maggio 1950, data che è ormai considerata come l’atto di nascita del processo d’integrazione europea e celebrata ogni anno come la “Giornata dell’Europa”. La Dichiarazione Schuman, improntata a un idealismo pragmatico noto come “funzionalismo”, affermava innanzitutto che “l’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Di qui la proposta di porre sotto il controllo di un’autorità comune europea la produzione franco-tedesca del carbone e dell’acciaio, i materiali allora più importanti per l’industria degli armamenti, “in una organizzazione aperta alla partecipazione degli altri paesi dell’Europa”. L’idea di fondo era che, mettendo in comune il controllo sulla produzione di questi materiali, gli Stati partecipanti non sarebbero stati più in grado di combattere una guerra tra loro.
Vale la pena di riportare alcune altre frasi della breve e incisiva Dichiarazione Schuman, quanto mai attuali, che con lungimiranza e chiarezza di visione mettevano le basi della condivisione di sovranità nella dimensione sovranazionale, su cui poi è stata fondata l’Unione europea: “La messa in comune delle produzioni di carbone e di acciaio assicurerà immediatamente la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di armi da guerra di cui sono sempre state le vittime. La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà sì che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile”. Questa proposta, concludeva la Dichiarazione, “realizzerà le prime assise concrete di una Federazione europea indispensabile per preservare la pace”.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

