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Processo Hybris: in Appello pene ridotte da 41 a 12 anni

Festeggiano le difese: escluso il metodo mafioso per tutti i reati

Festeggiano le difese: escluso il metodo mafioso per tutti i reati

Da complessivi 41 anni di carcere a 12. Sono state fortemente ridotte, questa mattina davanti alla Corte d’Appello di Torino, le pene inflitte il 13 ottobre 2014 dal gip del Tribunale di Torino, Paola Boemio, nell’ambito dell’inchiesta Hybris che, all’alba del 22 giugno 2013, fece scattare le manette ai polsi di Claudio Taccone, 46 anni, dei suoi due figli Ferdinando, 23, e Vincenzo, 21, residenti a St-Marcel, e degli aostani Santo e Domenico Mammoliti, rispettivamente di 40 e 28 anni, quest’ultimo arrestato una settimana dopo rispetto agli altri quattro perché rintracciato in una contrada isolata di San Giorgio Morgeto, in provincia di Reggio Calabria.
Più nel dettaglio, la condanna di Ferdinando Taccone è passata da 13 anni e 6 mesi a 3 anni, 2 mesi e 20 giorni, quella di Vincenzo Taccone da 8 anni, 7 mesi e 10 giorni a 2 anni, 7 mesi e 10 giorni, quella del padre Claudio Taccone da 8 anni e 4 mesi a 2 anni, quella di Domenico Mammoliti da 8 anni e 2 mesi a 2 anni e 6 mesi, e quella di Santo Mammoliti da 3 anni a un anno e 8 mesi.
Il collegio della Corte d’Appello di Torino, dunque, ha «escluso l’aggravante del metodo mafioso per tutti i capi di imputazione, pronunciando inoltre qualche assoluzione e derubricando alcuni reati», ha commentato all’uscita dall’aula – visibilmente soddisfatto – l’avvocato Antonino Laganà di Torino, legale difensore di Domenico Mammoliti insieme al collega del foro di Palmi, l’avvocato Domenico Contestabile.
Per quanto riguarda il primo filone dell’inchiesta Hybris, coordinata dalla Dda di Torino e operata dal Reparto operativo dei carabinieri del Gruppo di Aosta, nell’ambito della tentata estorsione perpetrata da Ferdinando Taccone e Domenico Mammoliti a due fratelli aostani – anche loro calabresi – al fine di imporre una loro assunzione forzata all’interno di un’impresa di costruzioni stradali della media Valle, entrambi sono stati assolti «per non avere commesso il fatto» dall’accusa di aver – il 3 giugno 2012 – appiccato il fuoco a un’automobile Seat parcheggiata al Quartiere Dora di Aosta, di proprietà di uno dei due fratelli dipendenti dell’impresa di costruzioni stradali. In quel caso le fiamme avvolsero ben presto anche altre due vetture parcheggiate vicine, andando a danneggiare parte della facciata di una palazzina di fronte.
Per quanto attiene al secondo filone, quello della tentata estorsione promossa ai danni di un giovane calabrese aostano, l’accusa per Santo e Domenico Mammoliti è stata confermata, mentre in riferimento al terzo filone – quello con le contestazioni più pesanti – l’episodio avvenuto nella tarda serata del 30 settembre 2012 sulla prima collina di Aosta, in via Seigneurs de Quart, che vide protagonisti Ferdinando e Vincenzo Taccone, è stato derubricato da tentato omicidio in lesioni aggravate. Insomma, l’aggressione perpetrata dagli imputati a un loro coetaneo e a suo padre, giunto in soccorso del figlio, «è stata correttamente giudicata dalla Corte d’Appello considerate le lesioni cutanee e al massimo sottocutanee riportate dal signore aggredito», ha spiegato l’avvocato Francesco Bosco di Torino, legale di Claudio, Ferdinando e Vincenzo Taccone, difesi anche dall’avvocato Pasquale Galati del foro di Palmi.
L’avvocato Francesco Bosco, quindi, ha concluso: «La Corte ha valutato oggettivamente le circostanze che noi avevamo sostenuto sin dall’inizio».
(patrick barmasse)

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