‘Ndrangheta, in Valle d’Aosta esisteva un Locale: condanne a Torino
CRONACA
di Federico Donato  
il 17/07/2020

‘Ndrangheta, in Valle d’Aosta esisteva un Locale: condanne a Torino

Oggi, venerdì 17 luglio, la sentenza in abbreviato del gup di Torino

‘Ndrangheta, in Valle d’Aosta esisteva un Locale: condanne a Torino.

In Valle d’Aosta esisteva un Locale di ‘ndrangheta e, secondo la sentenza di primo grado di venerdì 17 luglio, ne facevano parte Marco Fabrizio Di Donato, Roberto Alex Di Donato, Francesco Mammoliti e Bruno Nirta.

Si è concluso con 12 condanne il processo Geenna per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato.

Il presunto vertice del Locale di ‘ndrangheta sgominato dai Carabinieri il 23 gennaio 2019 Marco Fabrizio Di Donato è stato condannato dal gup Alessandra Danieli a 9 anni. Suo fratello Roberto Alex, ritenuto membro del Locale, a 5 anni e 4 mesi.

Altro membro della consorteria sarebbe Francesco Mammoliti, condannato oggi a 5 anni e 4 mesi.

Il presunto boss Bruno Nirta, per cui la DDA aveva chiesto 20 anni, è stato condannato a 12 anni e 8 mesi.

All’uscita dall’aula del Tribunale di Torino, il pm Dionigi Tibone (che sostituiva Castellani e Longi, titolari dell’inchiesta) ha commentato: «È la prima volta che viene riconosciuta a livello giudiziario la presenza della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta», per poi aggiungere che «l’impianto accusatorio è stato sostanzialmente confermato». Non solo si tratta della prima sentenza – anche se di primo grado – in cui viene confermata l’infiltrazione della ‘ndrangheta nella regione alpina; per la prima volta c’è anche stata una condanna per voto di scambio (per Marco Fabrizio Di Donato), tipologia di reato su cui aveva posto l’accento la Commissione parlamentare antimafia durante la sua “visita” ad Aosta nel 2018.

La vicenda

L’inchiesta condotta dai Carabinieri e coordinata dai pm (Valerio Longi e Stefano Castellani) della DDA di Torino aveva svelato per la prima volta nella storia l’esistenza di un Locale di ‘ndrangheta in Valle d’Aosta. Una consorteria criminale che, secondo gli investigatori, era caratterizzata da una struttura organizzativa e ripartizione degli associati in ruoli di vertice, ruoli subordinati, con regole interne e riti di affiliazione.

E il Locale, secondo gli investigatori, «si valeva della forza dell’intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà» per «commettere delitti» contro la pubblica amministrazione, in materia di stupefacenti, contro la persona e in materia elettorale. Il tutto al fine di conquistare direttamente o indirettamente «il controllo di attività economiche presenti sul territorio e, in particolare, nel settore dell’edilizia privata, imponendo ai committenti la scelta degli artigiani e delle ditte cui affidare i lavori, nonché gestendo e controllando l’attività di commercio dei venditori ambulanti che dalla Calabria si recano in Valle d’Aosta per svolgere la propria attività».

Per quanto riguarda i rapporti con la politica, il Locale – questa la tesi accusatoria – era operativo al fine di «procurare a sé o ad altri voti in occasione delle competizioni elettorali».

In base a quanto emerso dalle indagini, del Locale di ’ndrangheta facevano parte Marco Fabrizio Di Donato, Roberto Alex Di Donato, Francesco Mammoliti, Bruno Nirta, Nicola Prettico, Alessandro Giachino e Antonio Raso.

Nel procedimento in abbreviato, però, erano imputati solo i Di Donato, Nirta e Mammoliti. Raso, Prettico e Giachino sono imputati ad Aosta e, attualmente, è ancora in corso il processo.

Marco Fabrizio Di Donato, si legge nell’ordinanza del gip del gennaio 2019, «svolgeva ruoli di promozione, direzione e organizzazione», oltre a dirigere e coordinare la realizzazione del programma delittuoso. Non solo: sempre secondo la DDA, l’imputato manteneva i contatti con la Calabria mediante l’invio e la ricezione di apposite “ambasciate” e manteneva i contatti con gli altri esponenti di vertice delle Locali della ‘ndrangheta piemontese. Inoltre, si occupava delle strategie finalizzate a garantire l’appoggio elettorale ai candidati alle elezioni e «interveniva per condizionare l’azione di alcun amministratori locali del Comune di Saint-Pierre».

Roberto Alex Di Donato, aveva il ruolo di partecipe in quanto si metteva a disposizione di chi svolgeva ruoli e compiti direttivi ed organizzativi all’interno del sodalizio.

Anche Francesco Mammoliti aveva il ruolo di partecipe, in quanto si metteva a disposizione di chi svolgeva ruoli e compiti direttivi ed organizzativi, come Bruno Nirta, preoccupandosi di fornire sostegno eappoggio logistico quando quest’ultimo si recava in Valle d’Aosta».

Le altre condanne

Nel filone torinese dell’inchiesta sono stati condannati: Giacomo Albanini (1 anno e 4 mesi), Vincenzo Argirò (10 mesi e 20 giorni), Roberto Bonarelli (1 anno e 6 mesi), Roberto Fabiani (3 anni), Salvatore Filice (2 anni e 4 mesi), Rocco Rodi (1 anno e 4 mesi), Carlo Maria Romeo (4 anni e 6 mesi), Bruno Trunfio (4 anni). Nessuno di loro era imputato per associazione mafiosa.

Il gup ha poi disposto una provvisionale a favore dei comuni di Aosta e Saint-Pierre e l’associazione Libera (parti civili), ma anche per la Regione (anche lei parte civile ma solo nei confronti di Nirta).

(f.d.)

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