Tenda Amica, l’appello di Giuliano Neyroz: «Facciamo fatica a trovare nuove leve»
La casa di accoglienza di Saint-Vincent cerca nuove braccia e insegue l'obiettivo di dare vita a una struttura "rosa"
Tenda Amica, l’appello di Giuliano Neyroz: «Facciamo fatica a trovare nuove leve»
La struttura di Saint-Vincent cerca nuove braccia e insegue l’obiettivo di dare vita a una struttura “rosa”.
Oltre 18 anni di attività
Inaugurata l’8 dicembre 2007, Casa tenda Amica, dopo oltre diciotto anni di attività, si conferma un porto sicuro per chi vive in condizioni di marginalità.
Sostenuta dall’Associazione Jole Castiglioni e animata dai volontari, la struttura ha superato la pandemia e continua la sua preziosa missione.
Chi bussa oggi a questa porta e come si prospetta il futuro? Ne parliamo con Giuliano Neyroz, vicepresidente e referente del progetto.
Nuove povertà e l’hub alimentare di Châtillon
Negli ultimi anni, com’è cambiato l’identikit di chi si rivolge a voi?
«Lo standard di povertà è simile: gli italiani sono circa il 30%, spesso valdostani colpiti da emergenza abitativa o separazioni. Tra gli stranieri sono aumentati pakistani e afghani. Restano le criticità per chi viene da fuori regione, come l’accesso alle cure sanitarie. La struttura può ospitare, solo di notte, otto persone alla volta, per un massimo di 30 giorni consecutivi, con possibilità di ritorno solo dopo sei mesi, ma valutiamo deroghe per casi limite».
Come sono gestiti i pasti per gli ospiti?
«Grazie all’impegno di un volontario, abbiamo creato una sorta di hub alimentare a Châtillon, che raccoglie i surplus distribuiti poi con discrezione anche al di fuori di Tenda Amica. Le convenzioni principali sono con il Grand Hotel Billia, che fornisce monoporzioni di eccellente qualità, e con l’École Hôtelière, le cui porzioni vengono poi suddivise nei locali dell’oratorio. Economicamente ci sosteniamo con il 5 per mille, bandi, donazioni e offerte parrocchiali, con un bilancio rigoroso redatto da un commercialista volontario».
La sfida del volontariato e l’eredità del Covid
La gestione post-Covid ha cambiato il volto della struttura?
«È stata complessa. Con il supporto tecnico dei medici Paolo Millo e Christine Rollandin, abbiamo introdotto protocolli rigorosi e tamponi costanti. Oggi, ogni ospite ha un armadietto con codice e stoviglie colorate assegnate: accorgimenti nati per l’igiene, che però hanno migliorato il clima, riducendo i conflitti per gli effetti personali».
Sul fronte dei volontari emerge una forte necessità di ricambio.
«Dieci anni fa contavamo su 35 persone. Oggi, lo “zoccolo duro” invecchia e facciamo fatica a trovare nuove leve. I requisiti sono semplici: aver voglia di fare e saper ascoltare senza giudicare. Le tipologie sono due: assistenza notturna (riservata agli uomini per ragioni culturali e di pudore degli ospiti musulmani) e pulizie. Attualmente, ci salvano le persone che rendono ore per lavori socialmente utili. Senza di loro saremmo in forte crisi. La cosa più bella è vedere ex ospiti, ormai sistemati con casa e lavoro, che tornano come volontari per aiutarci».
Il “sogno rosa” e il “fiore” più bello
A che punto è il progetto per una struttura femminile?
«È il nostro “sogno rosa”. Non è complesso burocraticamente, ma serve una logistica protetta con camere piccole e un presidio interamente femminile. Stiamo ancora cercando i locali adatti».
C’è una storia che riassume il senso di Tenda Amica?
«Un ragazzo africano che ha vissuto vicissitudini indicibili nel deserto. Arrivato da noi, è stato notato per la sua buona volontà da un nostro volontario che lavora per un’impresa edile. Quando al ragazzo è stato intimato di lasciare l’Italia, il titolare si è presentato in parrocchia alle 6:30 del mattino e poco dopo con una lettera formale di impegno all’assunzione. In 15 giorni il ragazzo ha ottenuto il permesso di soggiorno e oggi lavora, paga le tasse e viene regolarmente a fare le notti da noi come volontario».
Che cosa penserebbe il fondatore Don Giulio della Tenda di oggi?
«Credo che ne sarebbe orgoglioso. Abbiamo resistito diciotto anni seguendo i suoi principi: non giudicare e offrire una mano. Se la struttura ha superato anche il Covid, significa che la sua formula era quella giusta».
Giuliano Neyroz tra le mura della Casa Tenda Amica di Saint-Vincent
(paolo ciambi)
