Referendum, dagli italiani finora due volte sì e due no a cambiare la Costituzione
Roma, 22 mar. (askanews) – Il referendum confermativo sulla riforma della disciplina della Magistratura dettata dalla Costituzione è il quinto referendum confermativo della storia repubblicana. Sono stati infatti solo quattro, tutti nell’attuale millennio, i precedenti consultazioni in cui l’entrata in vigore di una revisione di norme costituzionali è stata affidata direttamente al sì o al no degli elettori, non avendo ottenuto in Parlamento quattro volte in identico testo il consenso sufficiente alla Camera e al Senato per entrare in vigore senza dare la possibilitò agli elettori di approvarla o bocciarla loro, in forza delle previsioni dell’articolo 138 della Costituzione.
Una procedura, quella del referendum confermativo, che non richiede un quorum minimo di partecipazione per la validità, come nel caso del referendum abrogativo con cui gli elettori possono cancellare leggi approvate dal Parlamento: vince il sì o il no all’entrata in vigore della riforma secondo chi abbia preso un voto piu’ dell’altro, indipendentemente da quanti elettori depongono la scheda nell’urna. Il cui numero ha però sempre decisivamente influenzato la prevalenza dei sì’ o o dei no nel risultato finale, anche alla luce del risultato dei quattro precedenti referendum confermativi.
Nell’ottotre 2001 si svolse il primo referendum confermativo di una riforma costituzionale approvata dal Parlamento con maggioranza non sufficiente a farla entrare direttamente in vigore. Gli elettori italiani furono chiamati dal centrosinistra a dire sì o no alla riforma del Titolo V promossa dal centrosinistra del governo Amato su funzioni e poteri delle Regioni e sul rapporto con lo Stato. Il sì alla riforma vinse con il 64,21% in un referendum a cui prese parte solo il 34,05%.
Cinque anni dopo, nel giugno 2006, il Paese tornò alle urne sempre sul tema del rapporto Stato-Regioni questa volta su iniziativa del centrodestra. E in un referendum confermativo a cui prese parte il 53,8% bocciò con il 61,29% di no la riforma con cui la revisione costituzionale promossa dal Governo Berlusconi-Bossi-Fini aveva tentato di modificare e ampliare quella del centrosinistra, introducendo il Senato federale e riconoscendo alle Regioni competenze esclusive su sanità, scuola e polizia locale.
Nel dicembre 2016 il terzo referendum costituzionale confermativo chiamò gli italiani a promuovere o bocciare insieme nuovamente alla revisione del rapporto fra Stato e Regioni anche l’eliminazione del Cnel ed il superamento del bicameralismo perfetto del Parlamento fra funzioni e poteri di Camera e Senato.Una riforma corposa della seconda parte della Costituzione proposta su iniziativa del governo Renzi che nella sua maggioranza vedeva arruolato insieme al centrosinistra un partito di centrodestra guidato da Alfano e Lupi. I no alla revisione vinse nettamente con il 59,12% di votim, con partecipazione alle urne del 65,48%.
Nel settembre 2020, infine, si è svolto il quarto e fino ad oggi ultimo referendum su una riforma della Costituzione. Gli italiani furono chiamati a confermare il taglio dei parlamentari promosso dai Cinque Stelle e che in Parlamento ottenne anche la maggioranza dei due terzi sufficiente per non chiederne la conferma agli elettori. Che fu però promossa lo stesso e vide una scontata larga affermazione del sì con il 69,9% dei voti. Con una affluenza alle urne che si attestò al 53,8% degli aventi diritto.


