Elezioni Ungheria, la partita più dura per Orban
Roma, 11 apr. (askanews) – Le elezioni parlamentari del 12 aprile in Ungheria sono le più incerte da quando il premier ungherese Viktor Orban è tornato al potere nel 2010. Dopo quattro vittorie consecutive e sedici anni di dominio quasi incontrastato in cui ha cambiato il volto dell’Ungheria trasformandola in quella che è stata definita una ‘democrazia illiberale’, il leader di Fidesz si presenta alla prova più difficile della sua carriera contro Peter Magyar, ex uomo dell’establishment governativo e oggi capo del partito Tisza. La posta in gioco va oltre i confini nazionali: per gli Stati uniti di Donald Trump Orban resta un alleato strategico, tanto che il vicepresidente Usa JD Vance è arrivato a Budapest a pochi giorni dal voto; per una parte consistente dell’Europa, invece, la sfida ungherese è anche il possibile tramonto del più tenace fattore di veto interno all’Unione europea su Ucraina, Russia e stato di diritto.
I sondaggi vanno guardati con una certa prudenza. L’ultima rilevazione disponibile, prodotta da Publicus il 2 aprile su un campione nazionale di 1.002 persone, assegna a Tisza il 49% contro il 40% di Fidesz tra i sicuri elettori, e il 36% contro il 30% sull’insieme del campione. Pochi giorni prima, due altri istituti indipendenti avevano fotografato un margine ancora più largo: il 21 Research Centre dava Tisza al 56% e Fidesz al 37% tra i decisi, mentre Zavecz Research indicava 51% a 38%. Ancora più ampia era stata la forbice rilevata da Median il 27 marzo, con 58% a 35% tra gli elettori decisi. Il fronte governativo, però, ha continuato a esibire sondaggi favorevoli, come quelli di Nezopont, che in febbraio davano Fidesz davanti 46% a 40% tra i decisi. Una guerra dei numeri, che è stata parte stessa della campagna.
Si tratta, d’altronde, di un voto considerato molto rilevante non solo come test politico nazionale, ma a livello internazionale. Vance ha portato il suo sostegno esplicito a Orban, mentre il ministro degli Esteri Peter Szijjarto ha parlato di una ‘nuova età dell’oro’ nei rapporti tra Budapest e Washington. Sul fronte opposto, Magyar ha provato a disinnescare l’argomento dell’ingerenza esterna, scrivendo che ‘questa è la nostra patria’ e che la storia ungherese ‘non si scrive a Washington, Mosca o Bruxelles’. In un’intervista ad Ap ha definito il voto un ‘referendum’ sul posto dell’Ungheria nel mondo: continuare la deriva verso le autocrazie orientali o tornare saldamente dentro il perimetro euro-atlantico. Per capire davvero la partita, però, non basta leggere i sondaggi o interpretare tra le righe le dichiarazioni pubbliche. Il sistema elettorale ungherese presenta ulteriori trabocchetti, che potrebbero favorire Orban rispetto a Magyar. Il parlamento monocamerale conta 199 seggi: 106 sono assegnati in collegi uninominali con un turno secco e maggioranza semplice, 93 attraverso liste nazionali in una quota proporzionale. Gli elettori dispongono di due voti, uno per il candidato del collegio e uno per la lista di partito. Ma il punto decisivo è che i 93 seggi di lista non vengono attribuiti solo sulla base dei voti di lista: vi confluiscono anche i voti dei candidati sconfitti nei collegi e perfino i voti ‘in eccesso’ dei candidati vincenti, cioè quelli ottenuti oltre il margine necessario per battere il secondo. Il think tank polacco Osw (Centro studi orientali) osserva che questo meccanismo produce un vero ‘doppio premio’ per chi vince nei collegi, perché lo premia prima con il seggio uninominale e poi di nuovo nella ripartizione proporzionale. Le soglie sono del 5% per i partiti singoli, 10% per le coalizioni di due partiti e 15% per quelle di tre o più.
Per registrare una lista nazionale, inoltre, un partito deve presentare candidati in almeno 71 collegi distribuiti in 14 contee e nella capitale. A questo impianto si aggiungono altri correttivi che possono pesare in una corsa serrata. Le minoranze nazionali hanno liste dedicate con soglia preferenziale, ma in pratica solo la minoranza tedesca riesce di norma a eleggere un deputato; gli altri gruppi mandano in aula dei portavoce senza diritto di voto. Gli ungheresi residenti all’estero senza domicilio interno possono votare per posta solo per la lista nazionale, e nelle ultime consultazioni quella quota è andata in larghissima maggioranza a Fidesz, pur con un effetto complessivo limitato. In una gara molto stretta, però, anche questo può contare. Sempre secondo l’Osw, Tisza avrebbe bisogno di un vantaggio nazionale di circa tre punti per garantirsi la maggioranza parlamentare, mentre Fidesz potrebbe restare maggioritario anche in una situazione di quasi parità, o persino con un lieve svantaggio nei voti.
Il peso della macchina elettorale non si ferma qui. Il rapporto interinale dell’Osce/Odihr del 27 marzo ricorda che nel dicembre 2024 il parlamento ha ridisegnato i confini di oltre un terzo dei collegi uninominali e che 20 collegi su 106 presentano ancora deviazioni superiori al 10% rispetto alla media degli elettori, con un massimo del 22%. Osw aggiunge che le circoscrizioni più favorevoli all’opposizione tendono a essere più popolose, mentre quelle più favorevoli al governo sono mediamente più piccole: un elemento che finisce per aumentare il peso dei voti nelle aree rurali e nei centri minori, storici bastioni di Fidesz. Reuters ricorda che 88 dei 106 collegi si trovano fuori dalle grandi città e che, secondo un rilevamento del 21 Research Centre, Fidesz conserva ancora un vantaggio nei villaggi, 37% contro 33%, pur essendo indietro a livello nazionale. Anche per questo l’eventuale ingresso in parlamento di Mi Hazank (Movimento Nostra Patria, estrema destra), accreditato attorno o appena sopra la soglia del 5%, potrebbe rivelarsi decisivo nella futura aritmetica parlamentare. Il secondo grande nodo è il terreno di gioco. L’Osce/Odihr non parla di brogli in senso stretto, ma descrive un contesto squilibrato. Il rapporto segnala che l’uso di cariche pubbliche e risorse amministrative per fini di campagna non è esplicitamente vietato, e che molti interlocutori della missione hanno denunciato una scarsa separazione fra messaggi dello Stato, uso di risorse pubbliche e campagna del partito di governo. Sul fronte finanziario, l’Odihr nota che non esistono limiti all’ammontare delle donazioni da parte di cittadini ungheresi, che i concorrenti non sono obbligati ad avere un conto dedicato né a pubblicare rendiconti intermedi, e che non sono previste sanzioni per la mancata presentazione o per la presentazione inaccurata dei report. Sul piano mediatico, la missione parla di ‘debolezze sistemiche’ di lungo periodo, accesso diseguale all’informazione, pressioni sugli organi indipendenti e predominio di un settore mediatico filogovernativo molto più ampio in termini di visibilità e risorse. Inoltre, il quadro normativo continua a non prevedere l’osservazione elettorale interna apartitica. Sul piano economico, il governo arriva al voto in condizioni molto meno favorevoli rispetto ai cicli precedenti. L’Ocse stima che il Pil ungherese sia cresciuto appena dello 0,3% nel 2025 e prevede un recupero all’1,9% nel 2026 e al 2,3% nel 2027; segnala inoltre che gli investimenti sono crollati del 18% dall’inizio del 2023. S&P Global ha avvertito che chiunque vinca dovrà frenare la spesa sociale e avviare un consolidamento dei conti per evitare nuove pressioni sul rating, mentre la Commissione europea prevede un debito pubblico attorno al 75% del Pil nel 2027. Sullo sfondo pesano i fondi europei congelati: secondo il Parlamento europeo, il piano di ripresa ungherese vale 10,4 miliardi di euro, ma 9,5 miliardi restano ancora disponibili e devono essere erogati entro la fine del 2026, sempre subordinatamente al rispetto delle condizioni sullo stato di diritto. Il malessere, però, non nasce da un crollo dell’occupazione quanto dalla qualità della crescita e dallo stato dei servizi pubblici. L’Ocse nota che la disoccupazione è salita solo moderatamente, al 4,5%, ma proprio questo rende più visibile il contrasto con la percezione di stagnazione. Nel profilo sanitario Ocse-Ue sull’Ungheria si legge che nel 2024 il 74% dei pazienti ha atteso oltre tre mesi per una protesi d’anca e il 78% per una protesi al ginocchio. Nell’istruzione, la spesa si ferma al 3,4% del Pil, sotto la media Ocse del 4,7%. Transparency International assegna inoltre all’Ungheria 40 punti nell’indice di percezione della corruzione 2025, collocandola all’84mo posto su 182 paesi. E’ questo il terreno sul quale Magyar ha costruito la sua avanzata, promettendo lotta alla corruzione, sblocco dei fondi europei e ricostruzione del rapporto con Ue e Nato.
In questo stesso quadro si è logorata anche una delle grandi scommesse economiche di Orban, quella di fare dell’Ungheria una potenza europea delle batterie. Reuters calcola che dal 2021 il governo abbia attirato 26 miliardi di euro di investimenti stranieri nel settore, soprattutto da aziende sudcoreane e cinesi, ma la produzione è rallentata, la crescita non ne ha beneficiato quanto sperato e le controversie ambientali attorno a impianti come quello Samsung di God hanno alimentato proteste locali e accuse di aver privilegiato il capitale estero e i sussidi pubblici rispetto agli interessi delle comunità. Insomma, mentre Orban insiste sulla retorica di ‘guerra o pace’, una parte crescente dell’elettorato sembra giudicarlo su stagnazione, costo della vita, scuola, sanità e corruzione. Per gli oppositori di Orban, in effetti, quella del 12 aprile è un’occasione più unica che rara per chiudere un’epoca. Se invece Orban vincesse ancora, anche senza il trionfo del passato, consoliderebbe il modello interno della sua democrazia illiberale e il suo ruolo di attore di blocco dentro l’Unione europea. Se invece Tisza riuscisse a trasformare il vantaggio nei sondaggi in una maggioranza di seggi, si aprirebbe una fase nuova nei rapporti con Bruxelles e con la Nato. Ciononostante, non sarebbe comunque una transizione semplice: un eventuale governo Magyar dovrebbe misurarsi con istituzioni, regole, burocrazie e reti territoriali modellate in sedici anni di dominio di Fidesz. Tisza oggi appare quindi avanti nel paese, ma Orban resta ancora competitivo nel sistema. Ed è questa la vera contraddizione delle elezioni ungheresi del 2026.
Di Antonio Moscatello
