Cina, nel mercato dell’energia la sfida di Pechino al petrodollaro
AskaNews
di admin Administrator  
il 10/05/2026

Cina, nel mercato dell’energia la sfida di Pechino al petrodollaro

Roma, 10 mag. (askanews) – La sfida al dollaro non passa più soltanto dalle dichiarazioni politiche dei Brics o dai comunicati sulla riforma dell’ordine finanziario internazionale. Passa sempre più spesso anche dalle forniture di petrolio, dalle banche incaricate di regolare i pagamenti e dalle rotte marittime che collegano il Golfo, la Russia e l’Asia orientale. L’aumento dell’uso dello yuan, l’unità di conto del renminbi cinese, nelle transazioni petrolifere indica che Pechino sta trasformando la propria moneta da strumento prevalentemente commerciale a infrastruttura geopolitica, offrendo a paesi sottoposti a sanzioni o desiderosi di ridurre la dipendenza dal dollaro una via alternativa per continuare a vendere energia, acquistare merci e regolare scambi strategici.

Il fenomeno è ancora lontano dal mettere in discussione la supremazia del dollaro, ma non è più marginale. A marzo, secondo i dati Swift, la valuta cinese è tornata al quinto posto tra le monete più usate nei pagamenti internazionali, con una quota del 3,1%, contro oltre il 50% del dollaro. La distanza resta enorme, ma la direzione è politicamente rilevante: lo yuan non sostituisce il biglietto verde, ma comincia a occupare spazi nei circuiti in cui la moneta statunitense è percepita non solo come mezzo di pagamento, ma anche come possibile strumento di pressione.

La spinta più evidente arriva dal commercio energetico. L’Iran, colpito da anni da sanzioni americane e in larga parte escluso dal sistema finanziario dominato dal dollaro, ha interesse a usare valute alternative per vendere greggio e importare beni essenziali. La Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina e l’esclusione di importanti banche russe da Swift, ha accelerato il ricorso a rublo e yuan negli scambi con la Cina. Mosca vende petrolio e gas a Pechino e usa la valuta cinese per mantenere aperti canali finanziari che le sanzioni occidentali hanno cercato di restringere.

Il caso russo mostra meglio di altri la dimensione strutturale del cambiamento. La banca centrale russa ha proposto di imporre alle banche commerciali riserve obbligatorie in yuan, proprio perché la valuta cinese è diventata la principale moneta estera trattata in Russia dopo le restrizioni su dollaro ed euro. La governatrice Elvira Nabiullina ha indicato la necessità di prevenire carenze di yuan sul mercato valutario, dopo tensioni legate alla domanda di liquidità in valuta cinese.

Il passaggio decisivo, tuttavia, riguarda il Golfo. I media cinesi hanno indicato un forte aumento dei regolamenti in yuan nel commercio petrolifero con il Medio Oriente, con una quota che avrebbe superato il 40% a marzo nelle transazioni di greggio tra Cina e area mediorientale. La cifra va trattata come indicazione di tendenza più che come prova di una sostituzione del petrodollaro, ma segnala un dato politico: anche partner storicamente legati agli Stati uniti, come l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti, stanno sperimentando canali di pagamento più diversificati.

Il petroyuan non è, insomma, soltanto una questione monetaria. E’ parte di una strategia più ampia che unisce sicurezza energetica, autonomia tecnologica, resilienza finanziaria e influenza diplomatica. La Cina importa enormi quantità di greggio dal Golfo e dalla Russia; pagare una quota crescente di queste forniture nella propria moneta riduce l’esposizione al dollaro, rafforza il ruolo delle banche cinesi e crea un ecosistema nel quale fornitori e clienti hanno interesse ad accumulare, usare e reinvestire yuan.

Lo strumento centrale di questa strategia è il Cips, il Cross-border Interbank Payment System, lanciato dalla Cina nel 2015 per facilitare i pagamenti internazionali in renminbi. Alla fine del 2025 il sistema contava 193 partecipanti diretti e 1.573 indiretti, distribuiti in 124 paesi e regioni, e offriva servizi a oltre 5.000 istituzioni bancarie in 190 paesi e regioni. Non è ancora un’alternativa globale a Swift, ma è un’infrastruttura che consente a Pechino di ridurre la dipendenza dai circuiti finanziari controllati dall’Occidente.

La guerra in Ucraina, le sanzioni contro Mosca, le tensioni nel Golfo e la crescente rivalità tra Stati uniti e Cina hanno accelerato una dinamica che Pechino coltivava da anni. Ogni crisi in cui il dollaro e il sistema finanziario occidentale vengono usati come leva sanzionatoria aumenta l’interesse di una parte del Sud globale per strumenti alternativi. Non perché questi paesi vogliano necessariamente sostituire Washington con Pechino, ma perché vogliono evitare che l’accesso ai pagamenti internazionali dipenda da una sola architettura politica e finanziaria.

La Cina sta lavorando anche sul fronte digitale. Il progetto mBridge, nato nell’ambito della Banca dei regolamenti internazionali e poi sviluppato con il coinvolgimento di banche centrali asiatiche e del Golfo, ha raggiunto nel 2024 la fase di prodotto minimo funzionante. La piattaforma è pensata per consentire pagamenti transfrontalieri istantanei tra valute digitali di banca centrale e coinvolge, tra gli altri, Cina, Hong Kong, Thailandia, Emirati arabi uniti e Arabia saudita. Questo significa che la partita non si gioca solo sulle valute tradizionali, ma anche sull’infrastruttura dei pagamenti futuri. Se il dollaro domina perché è sostenuto da liquidità e potenza militare americana, la Cina prova a costruire un vantaggio diverso: reti commerciali, piattaforme di regolamento, accordi bilaterali, moneta digitale e centralità nelle catene globali di approvvigionamento. E’ una strategia graduale e coerente. Nel quindicesimo piano quinquennale, che copre il periodo 2026-2030, Pechino indica esplicitamente l’obiettivo di promuovere l’internazionalizzazione del renminbi, ampliandone l’uso nel commercio internazionale, negli investimenti e nel finanziamento, insieme allo sviluppo del mercato offshore della valuta cinese e di un sistema di pagamenti transfrontaliero più autonomo.

I limiti restano però significativi. Lo yuan non è pienamente convertibile, la Cina mantiene controlli sui movimenti di capitale e gli investitori internazionali continuano a preferire il dollaro quando cercano liquidità, sicurezza giuridica e mercati finanziari profondi. Per questo, parlare di fine del petrodollaro sarebbe prematuro.

Il dollaro resta dominante nei pagamenti, nelle riserve valutarie, nel commercio delle materie prime e nella finanza globale. La vera novità è un’altra: il sistema non è più immobile. Lo yuan avanza non come valuta di blocco, ma come strumento utile nei rapporti tra Cina, Russia, Iran, una parte del Medio Oriente e paesi che vogliono ridurre il rischio di esposizione alle sanzioni americane.

La conseguenza geopolitica è profonda. L’energia, che per decenni ha rafforzato il ruolo internazionale del dollaro, può diventare anche il terreno su cui si sperimentano alternative. Il petrolio venduto in yuan non cancella l’ordine finanziario guidato dagli Stati Uniti, ma ne erode gradualmente il monopolio simbolico e operativo.

Di Antonio Moscatello

[Lo yuan usato come leva geopolitica|PN_20260510_00004|nl50| https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/05/20260510_091102_E0CCB15F.jpg |10/05/2026 09:11:08|Cina, nel mercato dell’energia la sfida di Pechino al petrodollaro|Cina|Politica, Europa Building]

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