Cybersecurity Act Ue, studio: stop hardware Cina costerebbe 368 mld
Roma, 10 mag. (askanews) – La proposta di revisione del Cybersecurity Act dell’Unione europea (CSA2) potrebbe costare ai paesi membri fino a 367,8 miliardi di euro in cinque anni, se imponesse la sostituzione dei fornitori cinesi in 18 settori critici. E’ quanto sostiene un rapporto congiunto della Camera di commercio cinese presso l’Ue (Ccceu) e di Kpmg, che chiede a Bruxelles regole tecnologicamente neutrali e non divieti basati sull’origine dei fornitori.
Il rapporto, intitolato “Un enorme costo dei ‘guardrail’: sicurezza o blocco? Valutazione dell’impatto economico della proposta Csa2 dell’Ue e position paper della Ccceu”, stima perdite equivalenti a quasi due anni interi del bilancio annuale dell’Ue. La proposta Csa2 introdurrebbe restrizioni sui fornitori in base al paese d’origine più che a una valutazione tecnica del rischio, secondo la Camera di commercio cinese.
“Il criterio per identificare i cosiddetti fornitori ad alto rischio appare politicamente mirato”, ha affermato Liu Jiandong, presidente della Ccceu. “Questo approccio politicizza le decisioni commerciali e va contro i principi dell’Ue di uguaglianza e non discriminazione”, ha aggiunto.
Secondo Liu, l’impatto della revisione potrebbe andare ben oltre il settore Ict, colpendo energia, telecomunicazioni e manifattura industriale, comparti che dipendono da sistemi digitali sicuri, interoperabili e aggiornati in modo continuo. “Ci opponiamo fermamente a una politica obbligatoria di esclusione uguale per tutti. Un dialogo razionale, non il disaccoppiamento guidato dalla sicurezza, dovrebbe guidare la cooperazione tra Cina e Ue nelle industrie chiave”, ha detto. La voce più pesante sarebbe quella delle perdite dirette, pari a 146,2 miliardi di euro, il 40 per cento del totale, legate alla sostituzione dell’hardware, allo smantellamento degli impianti e alla svalutazione degli asset. Le perdite sociali ammonterebbero a 102,1 miliardi, incluse minore efficienza e ritardi nella digitalizzazione. Le perdite indirette, legate alla ricostruzione dei sistemi e alla riallocazione delle risorse, sarebbero pari a 81,5 miliardi, mentre i costi legali arriverebbero a 38,1 miliardi.
Energia e telecomunicazioni, pilastri della doppia transizione verde e digitale dell’Ue, assorbirebbero insieme quasi il 40 per cento delle perdite: 79,9 miliardi di euro per l’energia e 57,4 miliardi per le telecomunicazioni. Logistica e manifattura subirebbero il colpo maggiore in valore assoluto, con 114,6 miliardi di euro di perdite. Seguono infrastruttura finanziaria, con 49,9 miliardi, sanità e ricerca, con 33,8 miliardi, e servizi pubblici, con 32,2 miliardi. Il rapporto prevede una crescita progressiva delle perdite: 39,1 miliardi di euro nel 2026, 55,1 miliardi nel 2027, un picco di 93 miliardi nel 2028, poi 91 miliardi nel 2029 e 89,6 miliardi nel 2030. L’impatto più forte arriverebbe dopo il 2028, quando le nuove regole Ue entrerebbero pienamente in applicazione.
Il peso economico sarebbe distribuito in modo molto diseguale. La Germania sopporterebbe quasi metà del costo totale, con 170,8 miliardi di euro, per la dimensione della sua base industriale e l’integrazione delle sue catene produttive con fornitori cinesi in manifattura, telecomunicazioni ed energia. Seguono Francia con 46,3 miliardi, Italia con 36,5 miliardi, Spagna con 25,7 miliardi, Polonia con 21,3 miliardi e Paesi bassi con 20,1 miliardi.
Lo studio afferma che finora non esistono prove sostanziali di “backdoor tecniche” o violazioni delle regole Ue di cybersicurezza da parte delle aziende cinesi attive in Europa. Le imprese cinesi, sostiene il rapporto, hanno creato decine di migliaia di posti di lavoro locali e contribuito allo sviluppo delle infrastrutture digitali europee. La Camera di commercio cinese avverte che restrizioni basate sull’origine potrebbero produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Usare il paese d’origine al posto di una valutazione tecnica del rischio potrebbe violare i principi di proporzionalità e non discriminazione, sollevare dubbi di compatibilità con il diritto Ue, innescare contenziosi sulla base dei trattati bilaterali di investimento tra Cina e stati membri e creare nuove frizioni in sede Wto.
Il rapporto formula sette raccomandazioni a Bruxelles: respingere criteri non tecnici, evitare screening politici, non imporre esclusioni obbligatorie basate sull’origine, rispettare le competenze degli Stati membri in materia di cybersicurezza, non usare impropriamente l’articolo 114 del Trattato sul funzionamento dell’Ue (la base giuridica che consente l’armonizzazione delle normative nazionali per far funzionare il mercato unico), fermare l’avanzamento di esclusioni obbligatorie e tornare agli standard internazionali fondati su responsabilità condivisa, gestione del rischio e cooperazione industriale.
Di Antonio Moscatello

