Ue, il 9 maggio, celebrazione dell’Europa funzionalista
Roma, 10 mag. (askanews) – Il 9 maggio la festa dell’Europa ricorda l’anniversario della Dichiarazione Schuman di Parigi del 1950, l’atto di nascita del processo d’integrazione europea, voluto da un’iniziativa politica del governo francese, concordata con i tedeschi innanzitutto e poi con gli altri paesi partner (Benelux e Italia), e ispirato dal genio di Jean Monnet, il ‘padre fondatore’, insieme al ministro degli Esteri di Parigi Robert Schuman, del progetto della Comunità del Carbone e dell’Acciaio (Ceca). Un atto politico audace, ambizioso e consapevole delle prospettive che avrebbe aperto e delle conseguenze che avrebbe avuto, guidato da una visione di lungo termine chiaramente espressa nella stessa Dichiarazione: ‘l’unione delle nazioni europee’, l’instaurazione non solo di ‘una comunità economica’, ma di ‘una comunità più profonda tra paesi lungamente contrapposti’, che è essenziale per la pace nel Continente.
La Francia ‘antesignana di un’Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L’Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra’, si legge nelle prime righe della Dichiarazione. L’obiettivo vero, dunque, è quello dell’Europa unita, lo stesso dei federalisti.
Ma c’è una differenza profonda tra il metodo federalista, incarnato soprattutto nell’altro grande ‘padre fondatore’, Altiero Spinelli (all’epoca molto vicino ad Alcide De Gasperi, capo del governo italiano dal 1945), e il metodo funzionalista di Monnet. L’idea federalista punta a un’integrazione ‘dall’alto’, basata sulla cessione e messa in comune immediata degli elementi più importanti e caratterizzanti della sovranità delle nazioni: le decisioni prese democraticamente da un parlamento federale sovrano, un’unica politica estera e di difesa, con un esercito comune sotto un comando unico, un bilancio federale adeguato.
La differenza rispetto al metodo funzionalista è espressa in modo chiarissimo nella celebre frase della Dichiarazione Schuman, che ne rende tutto il senso: ‘L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme: essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino innanzitutto una solidarietà di fatto’. E poi, poco più avanti: ‘La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui sono sempre state le vittime. La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà sì che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile’.
Il metodo funzionalista orientava così il futuro del Continente verso un’integrazione graduale e concreta, con la Ceca (1951) come primo passaggio (‘prima tappa della Federazione europea’), in un percorso che avrebbe visto poi la creazione della Comunità economica europea (e dell’Euratom, che poi deluderà alquanto le aspettative iniziali) con i Trattati di Roma del 1957, e poi l’Unione doganale (1968) e l’inizio della Politica agricola comune (Pac), fino alla realizzazione del Mercato Unico nel 1993, resa possibile dall’Atto Unico europeo (1986), e finalmente al Trattato di Maastricht (1992), con la creazione dell’Unione europea e dell’euro, sotto la guida di un altro ‘padre fondatore’, Jacques Delors.
Anche i successivi Trattati di Amsterdam (1997) e di Lisbona (2007) possono essere visti come tappe del percorso funzionalista, sebbene con aperture importanti alle istanze federaliste, a cominciare dal ruolo gradualmente più importante del Parlamento europeo e dai tentativi di coordinamento della politica estera, ma sempre con il freno a mano tirato delle decisioni all’unanimità. Ancora oggi, il focus dei rapporti Draghi e Letta, che costituiscono (almeno parzialmente) la guida dell’azione politica integrazionista delle istituzioni Ue verso l’obiettivo della ‘unione sempre più stretta dei popoli europei’ prevista dal Trattato di Maastricht, può essere iscritto nel percorso funzionalista, come completamento del mercato unico in tutti i campi in cui ancora non sono state eliminate le barriere nazionali rimaste.
Il percorso federalista, tuttavia, rimase fin dall’inizio parallelo a quello funzionalista, ma subì diverse sconfitte: già subito dopo l’iniziativa della Ceca, i sei Stati fondatori si impegnarono nella costruzione di un’altra Comunità europea, quella di Difesa (Ced), con un Trattato firmato sempre a Parigi il 27 maggio 1952, che prevedeva non solo un esercito comune ma anche (articolo 38) la creazione di una Assemblea costituente per un’Europa politica federale. Due elementi, l’esercito comune e l’Assemblea costituente, fondamentali per i federalisti, e non a caso ispirati da Spinelli e fatti propri da De Gasperi. Ma la Ced finì male: le ratifiche del Trattato, già completate nella Repubblica federale tedesca e in Belgio, Olanda e Lussemburgo, furono fermate da un rinvio sine die votato dall’Assemblea nazionale francese il 30 agosto 1954, e l’Italia a quel punto non procedette neanch’essa alla ratifica.
Dopo questa débacle, nel 1955 Jean Monnet si dimise dall’Alta Autorità della Ceca, di cui era stato nominato primo presidente, e fondò il ‘Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa’, che mirava a convincere i governi a intraprendere nuove iniziative per l’integrazione. D’altra parte, fu proprio la delusione della Ced a fornire ai sei paesi fondatori la motivazione e la spinta per procedere l’anno successivo, nel giugno 1955, con la Conferenza di Messina, all’inizio dei negoziati per la Cee e l’Euratom (quest’ultimo fortemente sostenuto da Monnet), che si tennero al castello di Val Duchesse, presso Bruxelles, sotto la guida del ministro degli Esteri belga Paul Henri Spaak, e che si conclusero con i Trattati di Roma due anni dopo.
Un altro tentativo importante dei federalisti, questa volta compiuto direttamente da Altiero Spinelli, deputato al Parlamento europeo che dal 1979 veniva finalmente eletto a suffragio universale, fu quello del progetto di Trattato istitutivo dell’Unione europea, approvato il 14 febbraio 1984 dall’Assemblea di Strasburgo. Anche in questo caso, tuttavia, il progetto federalista fallì in gran parte, perché gli Stati membri ne annacquarono e scarnificarono il contenuto. Spinelli stesso descrisse la sua delusione, rivendicando comunque la giustezza e l’opportunità della sua iniziativa, con una metafora del romanzo di Hemingway ‘Il vecchio e il mare’, in cui un anziano pescatore riesce a catturare un pesce enorme ma, non potendolo mettere nella sua piccola barca, lo traina in acqua fino a riva, dove però arriva solo la lisca, a causa degli attacchi degli squali a quella facile preda.
Un altro tentativo che può essere iscritto alla sfera federalista fu l’idea di trasformare i Trattati Ue in una vera e propria ‘Costituzione per l’Europa’. Il testo venne elaborata tro il 2002 e il 2003 da una ‘Convenzione sul futuro dell’Europa’ in cui erano presenti non solo i governi dei 15 Stati membri dell’epoca, ma anche due rappresentanti di ogni parlamento nazionale, 16 europarlamentari e due membri della Commissione europea, più i rappresentanti dei paesi candidati (ma senza diritto di voto), sotto la presidenza dell’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing. In questo caso, il progetto di Costituzione, modificato e adottato da una Conferenza intergovernativa, venne ratificato da ben 18 Stati membri su 25, ma bocciato dai referendum in Francia (29 maggio 2005) e Olanda (primo giugno 2005). Invece di cercare una soluzione che cercasse di rispettare le ratifiche già avvenute (come era stato fatto con il Trattato di Maastricht dopo la bocciatura danese e con quello di Nizza dopo la bocciature irlandese, con un secondo referendum positivo in entrambi o casi), i governi dell’Ue decisero di rielaborare il progetto trasformandolo in un ennesimo nuovo trattato (mantenendo in gran parte il testo originario, ancorché depurato degli aspetti ‘costituzionali’), che fu poi approvato a Lisbona nel 2007.
Più che di una contrapposizione, insomma, tra le due filosofie dell’integrazione europea (che spesso si identificano rispettivamente con il ‘metodo comunitario’ e con quello intergovernativo), si dovrebbe parlare di una ‘dialettica’ che produce spesso una sintesi. E se il funzionalismo alla fine ha più successo, è anche a causa dell’apporto del federalismo, nonostante le sue sconfitte, e del suo costante richiamo all’obiettivo principale: la meta finale dell’Europa unita, federale e sovrana.
E’ una dialettica che potrebbe tornare all’opera oggi, con l’attuale situazione geopolitica – la guerra russa in Ucraina e la nuova guerra in Medio Oriente, la crisi della Nato e l’incertezza creata dalle posizioni ondivaghe e imprevedibili dell’Amministrazione Trump, la debolezza della cosiddetta ‘politica estera comune’ dell’Ue – nel dibattito in corso sulla necessità di avanzare verso una nuova Unione europea della Difesa. Magari ricorrendo all’iniziativa di un’avanguardia di paesi secondo il ‘metodo Schengen’, o riesumando la Ced (che andrebbe però profondamente modificata e adattata ai tempi) dopo il suo fallimento del 1954.
Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

