Gaza, Albanese: Israele pratica la tortura come politica di Stato
AskaNews
di admin Administrator  
il 29/05/2026

Gaza, Albanese: Israele pratica la tortura come politica di Stato

Roma, 29 mag. (askanews) – La relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi, Francesca Albanese, ha presentato al Senato la sua ottava inchiesta nell’ambito del mandato, la quinta condotta durante il conflitto a Gaza, sull’uso della tortura da parte di Israele nei confronti dei palestinesi. Basandosi su circa trecento testimonianze di sopravvissuti, Albanese ha concluso che le carceri israeliane si sono trasformate in una rete di centri di tortura e che Israele pratica la tortura come politica di Stato, in linea con quanto già accertato dal Comitato Onu contro la tortura e dalla Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Per Albanese, quello in corso a Gaza va definito genocidio, e la tortura collettiva inflitta alla popolazione palestinese rappresenta lo stadio finale di un progetto deliberato e sistematico.

“Dopo aver letto, raccolto e ascoltato circa trecento testimonianze di sopravvissuti – ha detto Albanese – sono giunta ad una conclusione che non soltanto è vero ciò che un anno fa avevano denunciato organizzazioni israeliane” e cioè che “le carceri israeliane si sono trasformate in una rete di centri di tortura, e non soltanto è vero quello che ha affermato già mesi fa il comitato contro la tortura delle Nazioni Unite che Israele pratica la tortura come politica di Stato e non è soltanto vero quanto concluso dalla commissione d’inchiesta dell’Onu su Israele e Palestina l’anno scorso, cioè che la tortura è stata perpetrata nel contesto del genocidio a Gaza”.

“Certo – ha proseguito Albanese – anche io sono giunta alla stessa conclusione, però c’è qualcosa di più: per il genocidio del popolo palestinese la storia ricorderà l’annientamento di Gaza e quello che uomini e donne come noi, vestiti da soldati, funzionari di Stato, forze dell’ordine, persino personale medico dello Stato di Israele, hanno fatto e permesso di fare a uomini e donne come noi e a figli come nostri, solo perché palestinesi, e la storia potrebbe anche ricordare questo genocidio come lo stadio finale di un progetto più lungo e sistematico, l’imposizione deliberata di un ambiente di tortura collettiva, come lo chiamano gli esperti, ad un intero popolo, un ambiente in cui la vita quotidiana viene trasformata in sofferenza organizzata in cui il dolore fisico, psicologico ed esistenziale non è un effetto collaterale della violenza, ma ne è il metodo”.

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