Le aziende sanno quando scade il contratto del dipendente. Non sanno se sta bene
AskaNews
di Administrator admin  
il 04/06/2026

Le aziende sanno quando scade il contratto del dipendente. Non sanno se sta bene

Roma, 4 giu. (askanews) – In Italia solo l’ 11% dei lavoratori si sente coinvolto nel proprio lavoro. Eppure le aziende non hanno mai investito così tanto in tecnologia HR. Il paradosso non è un caso: digitalizzare le procedure non è la stessa cosa che conoscere le proprie persone.

C’è un numero che segnala dove c’è ancora molto da costruire nel mondo del lavoro italiano: 11%. È la quota di lavoratori che si dichiara genuinamente coinvolta nel proprio lavoro, secondo l’ultimo report Gallup sullo Stato del Posto di Lavoro. Un dato che descrive una direzione precisa: investire sulla qualità del rapporto tra le persone e l’organizzazione. L’Europa intera condivide questa sfida, siamo il continente con il più basso coinvolgimento al mondo, e l’Italia può scegliere di trasformarla in opportunità.

Il dato è uscito il 1° maggio 2026 ed è rimasto sepolto sotto i titoli sul decreto lavoro. Eppure, vale la pena valutarlo: stiamo parlando di un paese in cui nove lavoratori su dieci vanno al lavoro senza sentirsi parte di ciò che stanno facendo; negli stessi anni in cui le aziende non hanno mai investito così tanto in tecnologia HR.

La digitalizzazione che manca Negli ultimi dieci anni le aziende italiane hanno investito in modo consistente nella digitalizzazione dei processi HR: paghe automatizzate, gestione presenze, ferie online, onboarding digitale. Tutto quanto poteva essere convertito in procedura lo è stato ed è stato utile. Ma non è abbastanza.

“C’è una differenza enorme tra digitalizzare le procedure e digitalizzare la conoscenza delle persone”, afferma Tiziano Bertolotti, CEO di Peoplelink, società del Gruppo Sistemi specializzata in soluzioni per la gestione del capitale umano. “Le aziende sanno tutto degli adempimenti: scadenze contrattuali, ore lavorate, cedolini. Non sanno quasi niente di chi ha le competenze per crescere, chi è a rischio di burnout, chi sta pensando di andarsene ed è proprio questa la digitalizzazione che manca.”

Il risultato è un paradosso tutto italiano: più tecnologia in ufficio, meno senso di appartenenza e non perché la tecnologia sia il problema, piuttosto perché è stata usata solo per ottimizzare i processi anziché per capire le persone. È una dinamica globale: secondo lo State of People Analytics 2025-26 di HR.com, meno di un’azienda su quattro è realmente efficace nell’analisi dei dati sulle persone, una quota rimasta quasi immobile negli ultimi due anni, e solo il 42% degli HR professional ritiene che i propri sistemi tecnologici siano ben integrati per consentire analisi significative sul proprio capitale umano.

Automatizzare le routine, non le relazioni Un sistema HR che correla competenze, percorsi formativi, obiettivi e valutazioni nel tempo restituisce ai manager qualcosa che i processi amministrativi non hanno mai potuto dare: una base concreta su cui fondare le decisioni che riguardano le persone, dalla promozione alla formazione, dall’assegnazione di un progetto alla lettura dei segnali di disagio.

Assegnare un progetto, identificare chi è pronto per una promozione, capire dove investire in formazione: sono decisioni che riguardano le persone nella loro interezza e che i manager prendono quotidianamente, spesso senza dati strutturati su cui appoggiarsi. La ricerca sulle organizzazioni documenta da decenni quanto questo esponga le aziende a distorsioni cognitive sistematiche, bias di conferma, effetto alone, vicinanza relazionale, che nessun processo amministrativo, per quanto digitalizzato, è attrezzato a rilevare.

“Automatizzare le routine libera energie”, precisa Bertolotti. “Il valore reale sta in quello che le persone HR possono fare con quel tempo recuperato: costruire relazioni, leggere i segnali deboli, tenere insieme un’organizzazione che cambia. Sono cose che richiedono giudizio, esperienza, presenza, e che una piattaforma può supportare ma non sostituire.”

Crescere in modo sostenibile significa conoscere chi lavora con te Il dibattito sulla digitalizzazione HR tende a concentrarsi sull’efficienza operativa, trascurando una variabile altrettanto critica: la sostenibilità della crescita. Un’azienda che scala accumulando complessità organizzativa senza una mappa aggiornata delle competenze del proprio organico, senza sapere dove si trovano i gap formativi e chi rischia di andarsene, accumula fragilità che emergono sempre nel momento peggiore.

Le PMI italiane, oltre il 99% del tessuto produttivo nazionale, sono le più esposte a questa dinamica. Crescono finché la struttura regge, poi si trovano a gestire una complessità per cui non hanno costruito né gli strumenti né la cultura. “Il futuro delle organizzazioni non si giocherà solo sulla quantità della tecnologia introdotta, ma sulla qualità delle scelte che faremo su come usarla”, spiega Bertolotti. “Le organizzazioni che reggeranno alla pressione del cambiamento nei prossimi anni saranno quelle che avranno investito nella conoscenza delle proprie persone, delle loro competenze, dei loro potenziali, dei loro percorsi. Spesso fare bene HR è un modo di guardare le persone.”

Conoscere le persone, non solo gestirle È su questo divario che Peoplelink ha costruito VISTA, la piattaforma HCM integrata al Portale HR: uno strumento progettato non per automatizzare l’amministrazione, ma per restituire alle organizzazioni una mappa aggiornata e strutturata del proprio capitale umano; competenze, percorsi formativi, obiettivi, valutazioni nel tempo. Informazioni che trasformano le decisioni sulle persone da intuizioni a scelte fondate.

“La tecnologia che conta non è quella che accelera i processi”, conclude Bertolotti. “È quella che restituisce alle organizzazioni la capacità di vedere davvero le proprie persone: chi ha le competenze per crescere, chi rischia di andarsene, chi è pronto per una responsabilità maggiore.”

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