Art Basel, il mercato è dei capolavori (e il nuovo non serve)
AskaNews
di admin Administrator  
il 18/06/2026

Art Basel, il mercato è dei capolavori (e il nuovo non serve)

Basilea, 18 giu. (askanews) – Il mercato globale dell’arte vale quasi 60 miliardi di dollari e, almeno nelle sue parti più ricche, non sembra risentire della crisi. Uno dei suoi luoghi simbolo è Basilea, dove ogni anno a giugno si celebra quel grande rito del Sistema dell’arte che è la fiera di Art Basel, nella città da cui tutto è partito e che ora guida un network globale. Tra pass vip e inaugurazioni riservatissime, tra dealer internazionali e centinaia di curatori, la fiera è sempre uno di quei luoghi nei quali si spera di intuire tendenze, di scoprire novità, insomma di prendere un po’ il polso a questo strano mondo.

L’evento fa sempre effetto, le gallerie che contano ci sono, il programma di incontri è ricco, ogni cosa ha il giusto glamour. Il tempo di fare pochi passi tra gli stand e ci si imbatte nelle Muse inquietanti di De Chirico, uno dei dipinti più misteriosi e famosi al mondo, ancora qualche metro ed ecco un monumentale interno di Roy Lichtenstein, di quelli che di trovano di solito solo nei grandi musei internazionali. L’elenco potrebbe proseguire a lungo: Frank Stella, Carl Andre, Juan Munoz, Helen Frankenthaler. Nomi enormi ovunque insomma, stand affascinanti come la bella gente che li frequenta.

Però a un certo punto, addentrandosi nel modo di funzionare della fiera, si comincia a percepire la mancanza di qualcosa, in un certo senso si intuisce la fragilità di un velo che copre tutto e chissà che non nasconda qualcosa. E poi si finisce con il pensare che a mancare sia proprio il nuovo, il non-ancora-visto, l’elemento che arriva e scompiglia le cose. Non c’è, o per lo meno se c’è sembra starsene ben nascosto. Strada facendo, la convinzione che il mercato, e quindi anche i galleristi e i collezionisti, voglia questo tipo di arte e coltivi più il noto, il molto noto, piuttosto che il meno visto si consolida fino a diventare una specie di certezza. Che esplode in tutta la sua potenza quando si arriva allo stand di Gagosian, una delle gallerie che hanno fatto la storia, uno dei player più potenti sulla scena. E qui troviamo un incredibile Francis Bacon proprio all’ingresso, e poi, al centro della sala la Black Sheep di Damien Hirst, gli animali in formaldeide che hanno fatto la storia degli anni Novanta. E ancora un Christopher Wool di grande dimensione, e un Ed Ruscha magnetico, per non citare poi Warhol o Maurizio Cattelan. Una collezione totale; superstar, capolavori, grandi classici senza discussione. Questo è lo standard e questo, a cascata, arriva a essere lo spirito che guida, senza che nessuno lo abbia “deciso”magari, l’intero evento e ne definisce il perimetro.

A questo punto diventa evidente che il nuovo qui non serve, che il mercato funziona così, almeno nelle sue componenti apicali e nei suoi eventi di punta, come Art Basel. Il nuovo sono loro, sono le grandi gallerie, sono i compratori che continuano, alla fine, a tenere i piedi l’intero sistema, appoggiandosi a capolavori straordinari. Il resto conta poco. (Leonardo Merlini)

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