Discontinuità e fallimenti nel percorso personale, comportamento processuale rispettoso: ecco perché la corte d’assise ha concesso le attenuanti a Sohaib Teima
Depositate le motivazioni con cui i giudici di primo grado hanno condannato il giovane italo-egiziano a 25 anni per l'omicidio e occultamento di cadavere della compagna, Auriane Nathalie Laisne
Un «percorso personale e formativo caratterizzato da discontinuità, fallimenti e tentativi non portati a compimento» e ancora «difficoltà di inserimento lavorativo e sociale» che non sono «riconducibili a un deliberato rifiuto delle regole sociali». Per questi motivi e per il comportamento processuale dell’imputato «formalmente collaborativo e rispettoso delle regole processuali» la corte d’assise di Aosta ha concesso le attenuanti a Sohaib Teima, accusato dell’omicidio e occultamento di cadavere della compagna, Auriane Nathalie Laisne. Il delitto è avvenuto tra il 26 e il 27 marzo, nella chiesetta diroccata di Equilivaz, a La Salle. Per quei reati, Teima è stato condannato a 25 anni.
Ecco perché la corte d’assise ha concesso le attenuanti a Teima
Le motivazioni della sentenza sono state depositate nei giorni scorsi. La corte ha ritenuto la concessione delle attuanti sulla base «di una valutazione complessiva della sua personalità e della sua vicenda umana, senza che ciò comporti alcuna compressione del disvalore del fatto né della sua rilevanza penale».
La procura di Aosta aveva chiesto l’ergastolo. Per la corte, le attenuanti sono equivalenti alle aggravanti contestate (il vincolo del legame affettivo con la vittima e la premeditazione).
Teima è stato riconosciuto colpevole anche di occultamento di cadavere.
Per i giudici, le modalità di occultamento «si sono rivelate, nel caso concreto, concretamente idonee a ritardare l’azione degli inquirenti».
Le ragioni della colpevolezza di Teima
Il delitto, secondo il collegio presieduto dal giudice Giuseppe Colazingari, si colloca nel quadro di un rapporto caratterizzato da «controllo e sopraffazione» posti in essere da Teima nei confronti della vittima.
L’imputato, al pm, aveva sostenuto che dopo il loro arrivo in Valle d’Aosta, Laisne si era allontanata con due persone. Tale parte del racconto, per la Corte, è però «talmente lacunoso, contraddittorio e impreciso» da essere ritenuto «fantasioso, inveritiero e inventato dallo stesso imputato».
I giudici si sono soffermati sui messaggi inviati dal telefono di Auriane, dopo che la ragazza era già morta. «È indubbio che l’imputato non solo avesse la disponibilità dell’utenza di Laisne – scrivono i giudici -, ma che la utilizzasse per far credere che la stessa fosse ancora in vita in modo che non venisse denunciata la scomparsa o comunque che venisse ritardata».
La premeditazione
Per la corte d’assise non vi è dubbio che il delitto sia stato premeditato. «La prova della persistenza di un ben definito programma omicida è costituita dalla ricerca di un nuovo sito abbandonato e isolato, dopo che il piano iniziale di condurre la vittima in Valgrisenche era fallito per la presenza della neve che avrebbe reso impossibile raggiungere il villaggio abbandonato». Tale circostanza «costituisce una dimostrazione plasitca e univoca dell’esistenza di un programma omicidiario premeditato».
Notizia in aggiornamento
(t.p.)

