Cina, Xi Jinping blinda il potere in vista del Congresso del 2027
AskaNews
di admin Administrator  
il 05/07/2026

Cina, Xi Jinping blinda il potere in vista del Congresso del 2027

Roma, 5 lug. (askanews) – La stretta di Xi Jinping sul potere cinese entra in una fase nuova. Nel suo quattordicesimo anno alla guida del Partito comunista cinese, il leader 73enne si prepara al Congresso del 2027 con l’obiettivo di ottenere un quarto mandato da segretario generale e di prolungare il suo controllo sulla Repubblica popolare almeno fino agli anni Trenta. Ma per farlo sta smantellando uno dopo l’altro gli argini costruiti dopo Mao Zedong per evitare il ritorno al potere di un solo uomo.

Il quadro che emerge da Pechino è quello di un sistema sempre più concentrato attorno a Xi: purghe continue, promozione di fedelissimi, disciplina ideologica, controllo del dissenso interno e un culto della personalità che presenta il “Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” come fondamento della rinascita nazionale. L’obiettivo dichiarato è fare della Cina una potenza capace di competere con gli Stati uniti sul piano economico, tecnologico e militare. Il prezzo, secondo diversi analisti, è una politica meno collegiale, meno permeabile alle correzioni e più esposta agli errori.

La campagna anticorruzione lanciata da Xi nel 2012 è ormai diventata molto più di una bonifica amministrativa. Ha colpito funzionari civili, apparati finanziari, imprese di Stato, ministeri e soprattutto l’Esercito popolare di liberazione. Negli ultimi anni sono stati rimossi o travolti da inchieste ministri degli Esteri, della Difesa e dell’Agricoltura, generali, regolatori e dirigenti pubblici. La scure è arrivata anche su uomini considerati vicini al leader.

Il messaggio politico è chiaro: nessuna carriera, nemmeno ai vertici, garantisce immunità. Nel 2025 gli organismi disciplinari del partito hanno punito quasi un milione di persone, un dato record. La Commissione centrale per l’ispezione disciplinare è diventata uno strumento capillare di sorveglianza non solo sulla corruzione, ma anche sull’obbedienza politica. Alle accuse tradizionali di tangenti si affiancano sempre più spesso contestazioni legate alla “slealtà”, alla formazione di fazioni, alla mancata applicazione delle direttive del centro.

Xi, tuttavia, non sta replicando la violenza di massa delle purghe staliniane o della Rivoluzione culturale maoista. Non ci sono mobilitazioni di piazza né terrore collettivo paragonabile a quelle esperienze storiche. Il parallelo riguarda piuttosto la logica politica: eliminare rivali reali o potenziali, costringere l’apparato a dimostrare fedeltà, rendere ogni promozione dipendente dalla vicinanza al leader.

Il nodo decisivo è la successione. Nel 2018 Xi ha fatto cancellare dalla Costituzione il limite dei due mandati presidenziali. Nel 2022 ha ottenuto un terzo mandato da segretario generale, rompendo una prassi che aveva accompagnato l’era post-Mao. Oggi non ha indicato alcun erede credibile. Nel Comitato permanente del Politburo – il sancta sanctorum del potere cinese – non siede nessun dirigente abbastanza giovane e insieme abbastanza esperto da apparire come successore naturale. I principali collaboratori di Xi sono invece uomini anziani, politicamente dipendenti da lui e dunque poco minacciosi.

Il caso più significativo è Cai Qi. Settant’anni, quinto nella gerarchia del Partito, membro del Comitato permanente, direttore dell’Ufficio generale del Pcc e di fatto capo di gabinetto di Xi, Cai è stato nominato alla guida della Scuola centrale del Partito, l’istituzione che forma i quadri dirigenti. E’ un incarico chiave in vista del Congresso del 2027, quando il partito dovrà rinnovare centinaia di posizioni. Cai potrà contribuire a selezionare e formare la nuova generazione di funzionari, assicurando che la loro fedeltà ideologica sia allineata al leader.

La sua traiettoria racconta la trasformazione del sistema. In passato Cai si era costruito una reputazione da funzionario relativamente aperto, attivo sui social e attento alle lamentele dei cittadini. Dopo il trasferimento a Pechino, è diventato uno degli esecutori più rigidi della linea di Xi. Da segretario del partito nella capitale, nel 2017 guidò una campagna durissima contro i migranti interni, presentata come operazione per la sicurezza abitativa ma percepita da molti come espulsione di massa dei lavoratori poveri dalla città.

Oggi Cai appare come l’uomo incaricato di trasformare la lealtà a Xi in criterio di selezione politica. Questo risponde a un problema tipico dei poteri personali: più il leader invecchia, più ha bisogno di nuovi quadri, ma meno si fida di chi non appartiene alla sua cerchia originaria. La purga di alti ufficiali che lui stesso aveva promosso dimostra che nemmeno la cooptazione garantisce fiducia stabile.

Anche sul piano delle politiche pubbliche la centralizzazione produce conseguenze. Xi ha riportato nelle proprie mani dossier che in passato erano più distribuiti tra governo, partito e consulenti esterni: sicurezza nazionale, industria, tecnologia, pianificazione economica. La preparazione dei piani quinquennali, un tempo aperta a contributi di istituzioni straniere, esperti e livelli amministrativi inferiori, appare oggi più controllata. La leadership continua a puntare su autosufficienza tecnologica, manifattura avanzata e sicurezza, mentre resta riluttante a una svolta decisa verso il rilancio dei consumi interni, nonostante deflazione e debolezza della domanda.

La forza di Xi è quindi anche la sua vulnerabilità. Ha costruito un sistema in cui il potere si concentra al vertice e il vertice coincide sempre più con la sua persona. Questo riduce il rischio di sfide immediate, ma aumenta quello di errori non corretti e di paralisi burocratica. Se dissentire è pericoloso, i funzionari tendono a eseguire, rinviare o nascondere i problemi. Se non esiste un successore, ogni passaggio futuro diventa potenzialmente destabilizzante.

E’ il paradosso della nuova fase cinese: Xi appare più forte che mai, ma il sistema che sta costruendo dipende sempre di più dalla sua capacità di decidere, controllare e sopravvivere politicamente. Come Stalin e Mao, ai quali viene spesso accostato dagli studiosi del potere autoritario, ha trasformato la disciplina in strumento di governo e la fedeltà in moneta politica. Ma proprio l’assenza di contrappesi e di una successione chiara potrebbe diventare, in un periodo più lungo, il punto debole della sua presa sulla Cina.

[Saltano argini voluti da Mao, leader si circonda di pochi fedelissimi|PN_20260705_00033|sp19| https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/07/20260705_164057_E0085E72.jpg |05/07/2026 16:41:11|Cina, Xi Jinping blinda il potere in vista del Congresso del 2027|Cina|Estero, Asia]

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