Migranti, Ue, referendum: dalla A alla Z i 1413 giorni del governo più longevo della storia repubblicana
Roma, 3 set. (askanews) – E’ un obiettivo che ha perseguito fin dal suo insediamento. Giorgia Meloni, la prima presidente del Consiglio donna, domani tocca quota 1.413 giorni e conquista il record di governo più longevo della storia repubblicana, superando il secondo esecutivo di Silvio Berlusconi (11 giugno 2001-23 aprile 2005). Un traguardo che la premier ha voluto tagliare a tutti i costi non soltanto per una questione di soddisfazione politica e personale ma anche per poter piantare accanto al suo nome quella bandiera della stabilità su cui ha fondato buona parte della narrazione di questi quasi quattro anni.
Eppure i momenti in cui tutto è sembrato vacillare non sono mancati, per esempio dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia. Questo, inoltre, è un esecutivo che si trova a fronteggiare le conseguenze di tre conflitti: a quello in Ucraina si sono infatti affiancate la nuova escalation tra Israele e Palestina e la guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran. Né il governo arriva alla meta nella stessa formazione con cui è partito. Se al posto di Raffaele Fitto, nominato commissario europeo, alle Politiche Ue è arrivato Tommaso Foti, più travagliati sono stati gli avvicendamenti alla Cultura, tra Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli, e quello tra Daniela Santanché e Gianmarco Mazzi al Turismo (a cui si aggiungono le dimissioni ‘spintanee’ di due sottosegretari di Fdi, Augusta Montaruli e Andrea Delmastro).
Ecco, dunque, (quasi) tutto quello che è successo in questi 1.413 giorni, dalla A alla Z.
ALBANIA – L’accordo firmato nel novembre del 2023 per creare sul territorio albanese Centri di permanenza per il rimpatrio gestiti dall’Italia è uno dei provvedimenti simbolo di questo governo, anche perché intreccia tra loro tre fronti che hanno caratterizzato questi anni: il tema dell’immigrazione, quello dei rapporti con l’Europa, ma anche con la magistratura. Quando i primi migranti furono trasferiti, infatti, alcuni tribunali italiani sono intervenuti bloccando i trattenimenti e rendendo, di fatto, per mesi quelle strutture vuote e inutili. Da quel momento è cominciata una tensione con parte della magistratura, accusata di voler ostacolare il lavoro del governo.
BENZINA-BOLLETTE – Quello del caro energia è stato un cruccio perenne per questo governo, prima a causa della guerra tra Russia e Ucraina, poi per il conflitto di Usa e Israele contro l’Iran che bloccato la navigazione delle petroliere nello Stretto di Hormuz. L’esecutivo è dovuto intervenire con diversi decreti per mitigare l’impatto delle bollette. Il governo ha tuttavia recentemente ottenuto dall’Unione europea dei margini di flessibilità sul bilancio per investimenti nel settore energetico. Misure tampone sono state invece messe in atto per frenare l’impennata del costo dei carburanti, con una costante difficoltà a trovare le risorse per finanziare il taglio delle accise e con discussioni tra i partiti della maggioranza sulla opportunità di cercare soldi tassando gli extraprofitti delle compagnie energetiche, come chiesto dalla Lega, ipotesi che trova però l’opposizione di Forza Italia.
CONTI PUBBLICI – Giorgia Meloni rivendica di aver tenuto i conti in equilibrio. In questi quasi quattro anni lo spread è sceso da 220 a circa 80 punti e il rapporto deficit/Pil è passato dall’8% a poco più del 3%, ma l’esecutivo punta entro fine settembre a scendere al di sotto di quella asticella, circostanza che consentirebbe di rientrare nei criteri europei per avere maggiore flessibilità e dunque fare una manovra più espansiva proprio alla vigilia delle prossime elezioni politiche. La presidente del Consiglio ha spesso dato la colpa della difficoltà di mettere i conti in ordine a due misure molto costose varate dai governi Conte che l’esecutivo attuale ha smantellato: il reddito di cittadinanza e il superbonus per le ristrutturazioni.
DIFESA – Per il governo Meloni è un tema caldo sia sul fronte internazionale che su quello nazionale. Sul primo c’è da rispettare l’impegno preso dagli alleati al vertice Nato dell’Aja del 2025, e particolarmente caro agli Stati Uniti, di portare le spese militari al 5% del Pil. Al summit di luglio ad Ankara, la premier ha portato in dote un aumento dello 0,71%, ovvero il 2,8% del Pil, garantito però soprattutto dalle spese legate alla sicurezza interna. D’altra parte, l’argomento armi agita molto il centrodestra. Basta vedere il dibattito legato all’accesso ai prestiti europei del meccanismo Safe (alla fine si è deciso di chiedere 8,9 miliardi sui 14,9 prenotati) o i paletti, posti soprattutto dalla Lega, quando si tratta di discutere dell’invio di aiuti all’Ucraina.
ELEZIONI – Dall’insediamento del governo Meloni ci sono state 4 tornate amministrative, una ogni anno, e sono andate al voto 17 regioni (più Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta), tra cui Lazio, Lombardia e Veneto. Di queste, il centrodestra ne ha conquistate 11. Ma nel 2024 si sono tenute anche le elezioni europee, primo vero test di mid term per la la presidente del Consiglio, dal momento che si svolgono su tutto il territorio nazionale. E la premier ha deciso di giocarla in prima persona, invitando i suoi elettori a scrivere sulla scheda semplicemente Giorgia. Alla fine Fratelli d’Italia ha ottenuto il 28,8% e Meloni circa 2,4 milioni.
FRATELLI D’ITALIA – E’ descritto da tutti come un monolite e se chiedi a chiunque se esistono correnti ti sentirai sempre rispondere ‘siamo tutti meloniani’. Impegnata a palazzo Chigi, la presidente del Consiglio ha deciso di affidare le cure di via della Scrofa a sua sorella, Arianna Meloni, mentre l’organizzazione è saldamente nelle mani di Giovanni Donzelli. Ma se è vero che nelle elezioni, così come nei sondaggi, il partito fondato dalla premier nel 2012 ha sempre retto, qualche scossone sul territorio pur sottotraccia non è mancato. E’ successo in Lombardia, in Veneto, si registrano frizioni anche in Puglia, ma il caso più clamoroso è quello della Sicilia, dove esponenti di Fdi sono toccati da casi giudiziari e dove c’è stato il ‘rumoroso’ addio di Manlio Messina, tanto che alla fine si è deciso di inviare un commissario da Roma, Luca Sbardella.
GIAMBRUNO E GINEVRA – Qualche fuori onda di troppo. Dopo nove anni, Giorgia Meloni ha chiuso la sua relazione con Andrea Giambruno, giornalista di Mediaset. E lo ha fatto con un post in cui spiegava che le strade si erano divise da tempo e che era arrivato il momento di prenderne atto. Dal loro rapporto è nata una figlia, Ginevra, che è diventata presenza costante nei viaggi che la premier svolge all’estero per partecipare a incontri e vertici internazionali.
HOUSTON, ABBIAMO UN PROBLEMA – Ovvero Donald Trump. Quella dei rapporti tra la presidente del Consiglio e quello americano è una storia fatta di alti (all’inizio) e bassi (negli ultimi mesi). Meloni è stata l’unica leader di un governo europeo presente alla cerimonia di insediamento, di lei il numero uno americano ha detto che è ‘una persona eccezionale’ e una ‘dei veri leader del mondo’. A sua volta, la premier è arrivata anche ad auspicare che lui potesse essere candidato al Nobel per la pace. Poi, sono cominciati i distinguo. Ben consapevole che l’opinione pubblica italiana giudica non positivamente alcune scelte del presidente Usa, come l’attacco all’Iran, la premier ha cominciato a dire in pubblico di non trovarsi d’accordo con Trump: è successo sulla Groelandia, sui nostri militari in Afghanistan, ma soprattutto dopo gli attacchi del tycoon sul Papa. Fino al G7 di Evian dove, dopo mesi di freddo, Trump e Meloni sono tornati a dialogare tanto che fonti italiane hanno parlato di ‘disgelo’. Peccato che l’inquilino della Casa Bianca la vedesse in un altro modo. Prima ha pubblicato un post in cui sosteneva che la premier lo aveva implorato per una foto, poi addirittura un meme alla vigilia del vertice di Ankara in cui invocava per lei un ordine restrittivo. Se alla prima provocazione Meloni ha deciso di rispondere (‘Io e l’Italia non imploriamo mai’), successivamente la linea è stata quella di non replicare più, limitandosi a difendere i rapporti tra i due Paesi.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE – Il governo Meloni ha dato all’intelligenza artificiale un’importanza piuttosto alta, sia come tema economico-industriale sia come tema di regolamentazione, tanto da averlo voluto tra i punti principali del G7 a presidenza italiana che si è tenuto a Borgo Ignazia in Puglia nel 2024. Il provvedimento principale del governo in materia è la legge entrata in vigore nell’ottobre 2025 che disciplina ricerca, sviluppo e utilizzo dell’IA in Italia.
LEGGE ELETTORALE – Rischia di essere l’unica riforma davvero portata a termine nella legislatura. In principio, infatti, Meloni aveva puntato tutto su una riforma costituzionale per l’elezione diretta del premier (dopo aver rinunciato al presidenzialismo, storica battaglia) che, però, dopo il primo via libera al Senato, si è mestamente arenata alla Camera. A un certo punto infatti a via della Scrofa si sono resi conto che si poteva ottenere un risultato molto simile semplicemente per via ordinaria, dunque cambiando la legge elettorale. Nasce così la riforma che in queste ore è al Senato, che prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza e nel quale ora, salvo sorprese, verrà inserito anche un sistema di preferenze pur con capolista bloccato. Meloni ne ha fatto una battaglia personale e ha deciso di andare avanti, nonostante la sonora bocciatura a voto segreto dell’emendamento presentato da Fdi alla Camera. Ed è esattamente a Montecitorio che il testo dovrà tornare dopo il via libera del Senato, atteso per il 15 settembre. Con un nuovo brivido, il voto finale.
MIGRANTI – La lotta all’immigrazione clandestina è uno dei cavalli di battaglia di questo governo che la premier ha deciso di giocarsi anche in Europa: aver dettato la linea Bruxelles, imponendo concetti come difesa esterna dei confini, lotta ai trafficanti di esseri umani, apertura sui centri di rimpatrio in Paesi terzi, come quelli italiani in Albania, sono concetti su cui la narrativa governativa insiste molto. Tanto che è stata coniata l’espressione ‘Modello Meloni’. In questo quadro nasce anche il Piano Mattei per rafforzare i rapporti con il continente africano in un approccio ‘alla pari’ attraverso forme di cooperazione e sviluppo. Accanto a questo, e tra l’altro spesso accostato in maniera imprudente dalla destra, c’è poi il tema della sicurezza, su cui la premier – incalzata da Roberto Vannacci – sa di giocarsi buona parte del consenso del suo elettorato di riferimento. Sono molti gli interventi effettuati in tal senso da questo governo che, nello specifico, hanno puntato ad aumentare le pene o a creare nuove fattispecie di reato. Il primo decreto di questo esecutivo, d’altra parte, è stato quello contro i rave party. Più recentemente si è invece intervenuti per arginare il fenomeno delle baby gang, ma anche con norme che hanno introdotto nuove tutele penali per le forze dell’ordine. A questo si aggiunge un incremento sia delle assunzioni nel comparto che aumenti di stipendio.
NORD – Non è un cruccio solo per la Lega di Matteo Salvini. Da tempo Giorgia Meloni ha fatto capire che non è possibile che nessuna regione del Nord sia guidata dal partito di maggioranza relativa. Sembrava potesse essere fattibile in Veneto una volta che, arrivato al terzo mandato (anzi quarto), Luca Zaia non era più ricandidabile. Alla fine, anche per quieto vivere in maggioranza e per non accrescere le difficoltà interne di Matteo Salvini, Meloni ha accettato che il candidato fosse ancora un leghista, Alberto Stefani. Ma la partita è solo rimandata, perché la presidente del Consiglio adesso punta dritto sulla Lombardia.
OPPOSIZIONI – In principio, ma è un grande classico, c’erano le aperture e le dimostrazioni di buona volontà verso le opposizioni. Nel suo discorso di insediamento, Giorgia Meloni, aveva ipotizzato una collaborazione sulle riforme. Lei stessa aveva tenuto delle ‘consultazioni’ che avevano poi portato alla proposta del premierato. In realtà, la cronaca di questi anni racconta di un sostanziale muro contro muro tra maggioranza e opposizioni. Non solo con Elly Schlein, diventata segretaria del Partito democratico pochi mesi dopo l’inizio del governo Meloni, ma anche con Giuseppe Conte, messo nel mirino non soltanto per il Superbonus e il reddito di cittadinanza, ma anche per le politiche assunte da premier durante il Covid. Celebri sono poi i battibecchi della premier in Senato con Matteo Renzi, mentre più dialoganti sono i rapporti con il leader di Azione, Carlo Calenda, che recentemente è stato anche ricevuto a palazzo Chigi.
POLITICA ESTERA – E’ una partita su cui Giorgia Meloni ha puntato moltissimo nei primi anni del suo governo. Si è collocata in una posizione molto più atlantista ed europeista di quanto molti osservatori non si aspettassero all’esordio del suo esecutivo e, almeno fino al deteriorarsi del suo rapporto personale con Trump, ha cercato di assumere un ruolo di ponte tra Bruxelles e Washington. Molto attiva è stata anche sul fronte dei rapporti con i paesi africani, attraverso il Piano Mattei, e con i Paesi del Golfo puntando sul ruolo strategico dell’Italia nel Mediterraneo. Non sono mancati ovviamente motivi di attrito con altri leader europei. Particolarmente complesso il rapporto con il premier spagnolo, Pedro Sanchez, culminato con la crisi di Ceuta e la decisione di chiudere i confini, ma da registrare ci sono anche gli alti e bassi con il presidente francese, Emmanuel Macron.
QUIRINALE – In teoria il rapporto tra questo governo e il Quirinale è sempre stato improntato al massimo rispetto istituzionale e delle rispettive prerogative. E, tuttavia, non sono mancati i momenti di tensione con Sergio Mattarella. E’ successo in occasione della scrittura di alcuni decreti, su cui il capo dello Stato ha fatto pesare una forte moral suasion. Ma il caso più clamoroso è quello nato dopo alcune considerazioni fatte a una cena dal suo consigliere Francesco Garofani in merito a movimenti politici per ostacolare il governo. Parole per cui il centrodestra è insorto, aprendo un caso che si è formalmente chiuso solo dopo un colloquio chiarificatore tra la stessa premier e Mattarella. Ma quello del Quirinale, per Giorgia Meloni, è un tema anche di prospettiva. La premier si è pubblicamente augurata che quando si tornerà a votare per l’inquilino del Colle nel 2029 possa essere eletto un esponente del centrodestra. Lei stessa ha però negato di ambire a quel ruolo per se stessa.
REFERENDUM – E’ da molti considerato lo spartiacque della legislatura. La sconfitta al referendum sulla giustizia è stata la prima vera batosta elettorale ricevuta da Giorgia Meloni in quattro anni tanto da averle fatto accarezzare l’idea di chiudere anticipatamente la legislatura, facendola rinunciare a tagliare il traguardo del governo più longevo. Considerata una riforma cara soprattutto a Forza Italia, alla fine era stata sposata in pieno dalla premier, anche perché – pur se siamo lontanissimi da quanto accadeva con Silvio Berlusconi – il rapporto tra l’esecutivo e la magistratura (o parte della magistratura ‘politicizzata’, come dicono nel centrodestra) non è stato affatto semplice negli ultimi anni.
SALVINI – Il calo di consensi, l’errore dell’operazione Vannacci, fatto eleggere eurodeputato, promosso a suo vice e poi diventato spina nel fianco, e ora le richieste del fronte del Nord, capeggiato dai governatori, per un cambio di gestione del partito. E’ un momento difficile quello del vice premier leghista che non può non preoccupare anche Giorgia Meloni. Per uscire dall’impasse, e risalire nel gradimento, Salvini ha anche avanzato la richiesta di poter tornare a guidare il ministero dell’Interno, lo stesso da cui ai tempi del governo gialloverde aveva portato la Lega al suo massimo storico. Una ipotesi alla quale però la premier ha al momento chiuso.
TAJANI – E’ riuscito nel miracolo di tenere in vita Forza Italia dopo la morte di Silvio Berlusconi, mantenendosi su percentuali di tutto rispetto. I sondaggi non sono nemmeno sfavorevoli, ma nel suo caso a pesare è l’influenza che i figli dell’ex premier – pur rimanendo dietro le quinte – vogliono avere sulla linea del partito, Marina in particolare. Sono sempre loro, d’altra parte, a continuare a garantire le fideiussioni sui debiti di Forza Italia, coprendone l’esposizione finanziaria. Negli ultimi mesi sono riusciti a imporre un cambio ai vertici dei gruppi parlamentari ma anche a bloccare la strada del congresso nazionale che Antonio Tajani avrebbe voluto celebrare prima delle Politiche, anche per rafforzare la sua leadership.
UNIONE EUROPEA -Secondo molti sarebbe dovuto essere un tallone di Achille del governo, tanto che nella prima missione a Bruxelles in cui tra gli altri incontrò Ursula von der Leyen – era il 3 novembre 2022, due settimane dopo l’insediamento – Meloni si presentò a favore di telecamere e disse ‘non siamo marziani, ma persone in carne e ossa’. La premier, in effetti, è riuscita a costruire nel tempo con von der Leyen un rapporto solido, nonostante i possibili pregiudizi ideologici nei confronti del primo inquilino di Palazzo Chigi con una storia che ha le sue radici nel Msi. Allo stesso modo i Conservatori di Ecr sono riusciti a muoversi in stretto contatto con il Ppe su alcuni dossier chiave come immigrazione e green, dando vita a quella che è stata giornalisticamente definita la ‘maggioranza Venezuela’.
VANNACCI – E’ lo spauracchio degli ultimi mesi. L’ex generale ha creato una pattuglia di agguerriti parlamentari sottraendoli agli altri partiti del centrodestra e, stando ai sondaggi, può ambire a percentuali persino a doppia cifra alle Politiche. Di certo, quanto basta per mettersi di traverso tra la maggioranza e l’obiettivo del 42% che, in base alla legge elettorale in esame, consentirebbe di ottenere il premio di governabilità. Ed è per questo che il grande tema è quello dell’eventuale alleanza con Futuro nazionale. E’ fumo negli occhi, per ovvie ragioni, per la Lega ma anche Forza Italia è decisamente contraria. La premier finora lo ha escluso nettamente – c’è per esempio incompatibilità di posizioni sull’Ucraina – e anzi ha cominciato a martellare sul concetto di ‘vera destra’ che in Italia è rappresentata da Fdi e a collocare Futuro nazionale all’opposizione alla stregua di Pd e M5s. Eppure, di fronte al rischio di una sconfitta, c’è chi un ragionamnto lo sta facendo, come ha dimostrato una recente uscita di Edmondo Cirielli che il partito si è affrettato a definire ‘a titolo personale’.
ZELENSKY E ZAR VLAD – Da quando la guerra in Ucraina è cominciata, ormai più di 1600 giorni fa, la posizione di Giorgia Meloni sul conflitto non è mai cambiata, nemmeno nel passaggio da opposizione a palazzo Chigi. Il sostegno a Kiev è stato ripetutamente confermato e la premier ne ha sempre fatto una questione anche di principio, di difesa dell’aggredito rispetto all’aggressore e ha anche più volte esaltato la stoica resistenza del popolo ucraino che ha vanificato sul campo le speranze di Vladimir Putin di una rapida conquista dei territori. Ma su quel conflitto, come è noto, la Lega ha una sensibilità diversa e se è vero che ogni volta che si è trattato di votare il centrodestra è sempre stato compatto, lo è anche il fatto che la ricerca di un testo di compromesso è diventata ogni volta più complessa. Ora si sta preparando il tredicesimo pacchetto di aiuti già deliberato dal Parlamento, e non è un caso se, in occasione dell’ultima riunione dei Volenterosi, Giorgia Meloni ha annunciato che l’Italia manderà a Kiev generatori elettrici.

