Cina, capo servizi: Ia è minaccia al potere del Partito
Roma, 15 set. (askanews) – L’intelligenza artificiale è ormai per la Cina non soltanto uno dei terreni decisivi della competizione tecnologica con gli Stati uniti, ma anche una possibile minaccia alla stabilità politica, alla sicurezza nazionale e allo stesso potere del Partito comunista cinese. A mettere nero su bianco le preoccupazioni di Pechino è stato Chen Yixin, ministro della Sicurezza dello Stato e quindi responsabile del principale apparato di intelligence civile cinese, in un intervento pubblicato sulla rivista China Cyberspace ripreso dal New York Times.
Il punto più delicato riguarda direttamente la sicurezza politica. Secondo Chen, “forze ostili” e soggetti con “secondi fini” possono utilizzare video e audio deepfake, testi e immagini generati dall’Ia e reti automatizzate di account per produrre a basso costo grandi quantità di contenuti falsi, diffondere voci politiche e alimentare divisioni sociali. Il rischio indicato dal capo dell’intelligence è quello di una vera e propria “guerra cognitiva” capace di minacciare la sicurezza politica, istituzionale e ideologica del paese.
Chen sostiene che a giugno 2026 gli utenti di prodotti di intelligenza artificiale in Cina avessero già superato i 500 milioni, con oltre 140.000 miliardi di token elaborati quotidianamente. L’Ia, in altre parole, non viene più considerata una tecnologia di nicchia, ma un’infrastruttura che attraversa una parte crescente della società cinese e che, proprio per questo, può diventare uno strumento di destabilizzazione.
Sono sei, nel complesso, le aree di rischio indicate dall’alto funzionario cinese. Dopo la sicurezza politica viene il fronte cyber. Il ministro cita espressamente modelli statunitensi di nuova generazione come Claude Mythos di Anthropic e GPT-5.5-Cyber di OpenAI, sostenendo che strumenti di questo livello stanno abbassando drasticamente le competenze e i costi necessari per individuare vulnerabilità, sviluppare malware e automatizzare attacchi. La conseguenza, dal punto di vista di Pechino, è il passaggio verso una fase di confronto “Ia contro Ia” che espone a nuovi rischi le infrastrutture critiche cinesi.
Terzo fronte è quello dello spionaggio e delle fughe di informazioni. Le agenzie straniere, sostiene Chen, possono utilizzare crawler intelligenti, analisi automatizzata dei dati e sistemi di profilazione per raccogliere informazioni strategiche, segreti commerciali e dati personali. A questo si aggiunge un rischio interno: utenti e imprese cinesi che affidano informazioni sensibili a modelli sviluppati all’estero possono trasferire inconsapevolmente grandi quantità di dati fuori dal paese.
Ma la lettura di Pechino è anche geopolitica. Chen denuncia come quarto rischio il tentativo di alcuni paesi di trasformare il proprio vantaggio nella teoria dell’Ia, nelle architetture dei modelli e soprattutto nella potenza di calcolo in un monopolio tecnologico. Liste nere, controlli sulle esportazioni, standard proprietari ed ecosistemi chiusi vengono interpretati dalla leadership cinese come strumenti per impedire ai concorrenti l’accesso alle tecnologie più avanzate e spezzare le catene globali dell’Ia. E’ un riferimento evidente alle restrizioni statunitensi sui semiconduttori più sofisticati e sulle tecnologie necessarie al loro sviluppo.
Il quinto elemento riguarda la capacità dell’intelligenza artificiale di incidere sugli equilibri sociali e sui sistemi di governo, mentre il sesto è quello militare. Per Chen l’Ia sta modificando “alla radice” le forme del combattimento: chi riuscirà a utilizzare gli algoritmi per vedere meglio il campo di battaglia, assumere decisioni più precise e colpire con maggiore accuratezza potrà conquistare l’iniziativa. Il ministro cita l’impiego dell’Ia nel conflitto tra Stati uniti, Israele e Iran come dimostrazione del passaggio della tecnologia da strumento ausiliario a elemento centrale delle operazioni militari.
Il quadro delineato dal capo dell’intelligence mette però in evidenza anche una contraddizione nella posizione cinese. Sul piano internazionale Pechino continua a presentarsi come sostenitrice di un’intelligenza artificiale aperta, inclusiva e accessibile e accusa Washington di utilizzare la sicurezza nazionale per frenare la crescita tecnologica cinese. A luglio, alla Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale di Shanghai, Xi Jinping aveva chiesto che l’Ia restasse “sicura e controllabile”, ma aveva contemporaneamente invitato a non estendere eccessivamente il concetto di sicurezza nazionale e a non porre la sicurezza di un singolo paese al di sopra di quella degli altri.
La tensione è riemersa nelle ultime ore dopo che il numero uno di Anthropic, Dario Amodei, ha proposto di rallentare in modo controllato lo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale più avanzati. Amodei ritiene però che le democrazie non possano rallentare al punto da consentire alla Cina di colmare il divario tecnologico: un vantaggio cinese nell’Ia, sostiene, rappresenterebbe un grave rischio per gli Stati uniti e potrebbe tradursi anche in una superiorità militare. Per questo ha chiesto di non vendere alla Cina i chip più potenti e le apparecchiature necessarie alla loro produzione, di contrastare il contrabbando e di impedire alle aziende dei paesi autoritari di appropriarsi delle capacità dei modelli occidentali attraverso la “distillazione” non autorizzata. Allo stesso tempo, Amodei sostiene che l’obiettivo finale debba essere un accordo anche con Pechino per rallentare su scala globale la corsa ai sistemi più potenti, prevedendo forme progressive di cooperazione e verifica reciproca. Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha replicato che la diffusione di “narrazioni della minaccia”, lo scontro e la “competizione maligna” possono soltanto ostacolare la governance globale dell’Ia.
Dietro lo scontro retorico resta tuttavia una convergenza: sia Washington sia Pechino considerano ormai l’intelligenza artificiale una questione di sicurezza strategica. Nel dibattito americano domina in queste settimane il rischio che modelli sempre più potenti possano sfuggire al controllo umano; nell’analisi dell’apparato di sicurezza cinese il pericolo immediato è invece molto più politico e geopolitico: l’Ia come moltiplicatore della propaganda, dello spionaggio, della guerra informatica e della superiorità militare dell’avversario.
Il tema è destinato a entrare direttamente nel confronto tra le due superpotenze. Stati uniti e Cina stanno preparando un dialogo sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale e Donald Trump ha annunciato che ne parlerà con Xi Jinping durante la visita del leader cinese a Washington prevista il 24 settembre. Tra le ipotesi discusse figurano anche forme di cooperazione per individuare gli attacchi informatici condotti attraverso l’Ia. Ma l’intervento di Chen indica fino a che punto sarà difficile separare la sicurezza tecnologica dalla competizione strategica: per Pechino, la governance dell’Ia è ormai anche una questione di sicurezza del regime e di equilibrio di potenza con gli Stati uniti.


