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Spillò soldi a un vedovo di Hône dietro minacce e botte: condannato a 5 anni e 6 mesi

Spillò soldi a un vedovo di Hône dietro minacce e botte: condannato a 5 anni e 6 mesi

Karim Mohamed El Ghazal - nel 2008 - entrò stabilmente nell'abitazione di Ezio Giuseppe Casassa con la scusa di dargli una mano nelle faccende domestiche; dopo un paio di anni, l'inizio dell'inferno per il 75enne della Bassa Valle

Cinque anni e sei mesi di reclusione, oltre al pagamento di una multa pari a 1.500 euro, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’interdizione legale per tutta la durata della pena.
E’ la sentenza pronunciata questa mattina dal collegio presieduto dal giudice Marco Tornatore (giudici a latere Paolo De Paola e Paola Cordero) nei confronti del marocchino di nazionalità francese, Karim Mohamed El Ghazal, 26 anni (FOTO), accusato di estorsione, tentata estorsione, rapina, lesioni personali e minacce a danno di Ezio Giuseppe Casassa, 75 anni di Hône.
Secondo i carabinieri della Stazione di Donnas, che hanno ricostruito la vicenda, culminata il 14 giugno scorso con l’esecuzione di una misura di custodia cautelare agli arresti domiciliari nei confronti di El Ghazal, dal 2008 al 2012 – con la scusa di dargli una mano nelle faccende domestiche – il giovane marocchino si era introdotto stabilmente nell’abitazione di un anziano vedovo di Hône, Ezio Giuseppe Casassa, chiamato a deporre stamane in aula in qualità di teste.
La situazione, però, dopo un paio di anni, era di fatto degenerata, con El Ghazal capace di taglieggiare quotidianamente l’anziano, verso cui venivano rivolte sistematiche azioni di violenza fisica e psicologica. Da un primo riscontro, i militari della Stazione dei carabinieri di Donnas e Pont-St-Martin avevano stimato in circa 50.000 euro le somme ‘spillate’ all’anziano da El Ghazal, nei confronti del quale era stata intestata anche un’autovettura Volkswagen Golf.
Divenuta ormai insostenibile la convivenza, il signore di Hône si era quindi fatto carico del pagamento – per conto del marocchino – del canone di locazione di un appartamento a Pont-St-Martin. 
A scoprire lo stato di profondo disagio psico-fisico in cui era caduto l’anziano, il 28 maggio scorso era stato un suo vicino di casa, Marco Pitet, che una volta entrato nel suo appartamento, l’aveva notato visibilmente scosso e impaurito e con gli occhi rossi.
In quell’occasione, lo stesso Marco Pitet – avendo odorato una strana puzza di fumo di sigaretta provenire da una stanza dell’alloggio di Casassa, si era quindi avvicinato alla porta di uno sgabuzzino, trovandoci nascosto proprio Karim Mohamed El Ghazal, che con la scusa di aver perso le chiavi dell’alloggio in locazione a Pont-St-Martin, si era fatto aprire la porta dall’anziano settantacinquenne di Hône, per poi tentare di farsi consegnare dei soldi anche attraverso minacce perpetrate con un coltello.
«Se mi denunci, ti ammazzo», gli avrebbe detto El Ghazal.
«In effetti, per convincerlo ad andare dai carabinieri, ce n’è voluta», ha confermato in aula il testimone Marco Pitet, che ha confermato come, una volta scoperto El Ghazal nascosto all’interno dello sgabuzzino, «gli dissi di sparire da casa, di andarsene via il più presto possibile».
Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, l’anziano di Hône non aveva mai denunciato le violenze cui era costretto in quanto temeva le ritorsioni del marocchino.
Per quanto riguarda la difesa dell’imputato, rappresentato in aula dall’avvocato Tony Latini, «l’unica persona ad avere visto le presunte violenze perpetrate dal mio assistito è stata quella che le ha subite, che tra l’altro non si è nemmeno costituita parte civile nel processo».
E ancora: «Le cifre consegnate dall’anziano a El Ghazal sono sempre state somme donate in cambio di servizi che il mio assistito forniva, come accompagnare l’anziano a fare la spesa e svolgere piccoli lavori domestici. Ricordo inoltre che, per stessa ammissione del signor Casassa, Karim Mohamed El Ghazal ha per ben tre volte salvato la vita all’anziano quando stava poco bene».
Una tesi, quella delle difesa, non accolta dal collegio giudicante, che pur avendo assolto l’imputato dalle accuse a lui mosse per gli anni 2008 e 2009 «perché il fatto non sussiste», lo ha condannato per i fatti commessi dal 2010 al 28 maggio del 2013 a 5 anni e 6 mesi (il pm Pasquale Longarini aveva chiesto una condanna a 5 anni e un mese).
(patrick barmasse)

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