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Perse l’alluce di un piede sotto una placca in acciaio, assolti i vertici della Cogne Acciai Speciali

Perse l’alluce di un piede sotto una placca in acciaio, assolti i vertici della Cogne Acciai Speciali

Prosciolti «perché il fatto non sussiste» il presidente Roberto Marzorati e l'ingegner Flavio Bego; secondo il giudice monocratico nessuno dei due era la «figura preposta alla sorveglianza» delle operazioni

Sono stati assolti «perché il fatto non sussiste» dall’accusa di lesioni personali colpose, il presidente della Cogne Acciai Speciali, Roberto Marzorati, 54 anni (FOTO), e l’ingegner Flavio Bego, 42 anni, «responsabile dell’area di competenza» in cui nel mese di giugno del 2012 l’operaio Alessandro Mazzotta, 41 anni di Aosta, a seguito di un incidente sul lavoro rimediò l’amputazione della prima falange dell’alluce del piede sinistro oltre a diverse lesioni da schiacciamento.
Il giudice monocratico del Tribunale di Aosta, Davide Paladino, nelle sue motivazioni contestuali, in sintesi ha rilevato come a processo ci sarebbe dovuta andare la «figura preposta alla sorveglianza» delle operazioni, che nel caso di specie non era nessuno dei due imputati.
I fatti oggetto di contestazione – come anticipato – risalivano al giugno 2012, quando nel reparto di acciaieria della Cogne Acciai Speciali di Aosta – durante le operazioni di posa di una controplacca su una placca in acciaio da 14 tonnellate, calata dall’alto mediante un carroponte – la base sulla quale era poggiata la placca cedette e il piede sinistro dell’operaio venne schiacciato. 
«Per dieci minuti sono stato bloccato con i piedi là sotto», aveva spiegato Mazzotta in una precedente udienza, aggiungendo: «Per liberarmi sono state necessarie manovre particolari per poter sollevare quella placca».
Da quell’incidente l’operaio della Cogne Acciai Speciali ha rimediato un infortunio per il quale il danno è stato già liquidato dalle compagnie assicurative, motivo per cui non si è costituito parte civile nel presente procedimento penale. 
In un simile contesto, in sede di discussione sono sfilati numerosi testimoni tra colleghi di lavoro di Alessandro Mazzotta e suoi superiori, a partire da un dipendente «in servizio in acciaieria dall’ottobre del 1997», che ha dichiarato: «Le avvertenze nella gestione dei carichi sospesi c’erano, bisognava e bisogna tuttora stare a distanza di sicurezza dai carichi sospesi». Più nel dettaglio, il giudice Davide Paladino ha voluto sapere se l’operaio fosse stato informato in maniera ufficiale delle modalità di effettuazione di tale mansione, visto che – come lui stesso aveva affermato – «io ero prestato a quella mansione, prima facevo il gruista, poi per esigenze di turni sono andato là».
Mazzotta «aveva partecipato al corso di formazione per gruisti, durante il quale si è affrontato anche il comportamento che gli operatori presenti a terra avrebbero dovuto adottare», ha confermato ancora il dipendente di lungo corso dell’acciaieria, smentendo di fatto l’affermazione di Mazzotta, che aveva invece sostenuto: «Non ho mai fatto nessun corso di formazione specifico così come non ho mai ricevuto direttive specifiche che riguardassero la posa delle controplacche, tutto era prassi operativa».
Il grave infortunio occorso all’operaio fu provocato dal cedimento di una base sulla quale andò a poggiare la controplacca in acciaio, «un mattone» secondo la documentazione fotografica prodotta agli atti dallo Spresal, il Servizio di prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro dell’Azienda Usl della Valle d’Aosta.
In poche parole, il mattone «o venne pizzicato dalla placca perché non posizionato bene, o venne frantumato dal peso» del materiale che doveva sostenere, aveva ipotizzato Mazzotta durante la sua deposizione.
Fatto sta che, forse anche a seguito di questo infortunio, per questa specifica operazione ora si utilizzano come spessore «billette in acciaio», mentre in precedenza – così come confermato da alcuni operai in servizio in acciaieria – si usavano «mattoni o legno».
«Chi avrebbe dovuto sorvegliare le operazioni?», è stata quindi la domanda pronunciata dal giudice Davide Paladino, col teste che ha replicato: «Il capo turno, vale a dire il diretto responsabile gerarchico», che però a giudizio non è stato citato.
(pa.ba.)

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