Quel pasticciaccio brutto della Biennale di Venezia
AskaNews
di admin Administrator  
il 14/03/2026

Quel pasticciaccio brutto della Biennale di Venezia

Roma, 14 mar. (askanews) – La prossima settimana, il 19 marzo per la precisione, dovrebbe chiudersi – in un modo o nell’altro – il caso della Biennale di Venezia, diventato ormai di dimensione europea se non globale.

Quel giorno dovrebbe essere presentato ufficialmente il Padiglione centrale dell’evento (ristrutturato con fondi Pnrr). Naturalmente il governo italiano è stato invitato, ma ancora una risposta non c’è stata. Troppo alta la tensione con Pietrangelo Buttafuoco, il direttore che ha invitato anche artisti russi alla manifestazione, facendo infuriare molti. Ed è curioso il fatto che questa polemica, peraltro a pochi giorni dal referendum sulla riforma della magistratura, sia scoppiata e si stia sostanzialmente consumando tutta a destra. Buttafuoco è intellettuale da sempre (o almeno fino a oggi) molto apprezzato da Giorgia Meloni; contro di lui il ministro della Cultura Alessandro Giuli, che la premier ha voluto fortemente in quel ruolo. Insomma, “ci stiamo facendo del male da soli”, ammette un parlamentare del centro destra.

Riavvolgiamo il nastro. La scorsa settimana la Russia ha annunciato l’intenzione di tornare alla Biennale, a cui non partecipa dal 2019. Un annuncio confermato dalla Fondazione che gestisce l’evento. La scelta è stata da subito difesa da Buttafuoco, secondo cui la kermesse è un luogo “di tregua e di incontro”. Scoppiate le polemiche, però, il Ministero della Cultura (MiC) si è affrettato a ‘dissociarsi’ assicurando che la decisione era stata presa “in totale autonomia dalla Fondazione Biennale”, nonostante l’orientamento contrario espresso dal Governo. Ma ormai la frittata era fatta: prima hanno protestato Lettonia e Lituania, poi è arrivata la lettera firmata dai ministri di 20 Paesi europei, oltre che da Norvegia e Ucraina. Nella lettera si affermava che “concedere alla Russia una prestigiosa piattaforma culturale internazionale invia un segnale profondamente inquietante”, e questa occasione potrebbe essere colta da Mosca per “proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale in netto contrasto con la realtà della guerra in corso della Russia contro l’Ucraina e la distruzione del patrimonio culturale ucraino”. Peraltro, i ministri rilevavano “la natura politica del progetto associato al padiglione russo e i suoi sospetti legami con individui strettamente legati all’élite politica russa”.

Nomi non ne facevano, ma a questo ci ha pensato il movimento Europa Radicale: “Vogliamo segnalare un solo nome, quello di Lenoid Mikhelson, sponsor del ‘Padiglione Russia’, secondo uomo più ricco della Russia, sotto sanzioni occidentali per avere finanziato il reclutamento di volontari russi da inviare in Ucraina. Mikhelson, peraltro, può fregiarsi di ben due onorificenze della Repubblica Italiana, concesse dal governo Letta nel 2013 e dal governo Conte II nel 2020”.

Da parte sua la Commissione europea potrebbe togliere alla Fondazione Biennale di Venezia la sovvenzione da due milioni di euro che le aveva concesso per sostenere i produttori cinematografici, se concluderà che la partecipazione della Russia all’esposizione di quest’anno viola i termini del contratto. “La Commissione – ha detto il portavoce Thomas Regnier il 12 marzo – condanna la decisione della Fondazione Biennale di Venezia di consentire alla Russia di partecipare all’edizione 2026 dell’esposizione. La cultura in Europa dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici, dovrebbe favorire il dialogo aperto, la diversità, e la libertà di espressione. Questi valori nella Russia di oggi non sono rispettati. Per questo condanniamo la decisione. Ora, che cosa è in gioco? La Commissione sostiene finanziariamente la Fondazione Biennale: abbiamo un progetto in corso da due milioni di euro che sostiene i produttori di film” e la realtà virtuale. Questo progetto è in corso, e in effetti – ha puntualizzato il portavoce – se c’è una violazione del contratto di sovvenzione, come per qualunque altro sostegno finanziario concordato, la Commissione rescinderà o sospenderà il contratto”. Al momento, però, ha precisato, non è iniziata un’analisi su possibili violazioni contrattuali.

Da questa situazione, oggettivamente ingarbugliata, come si esce? Il governo sembra determinato a risolvere la questione ma dal 1998 (decreto n. 19) la Biennale non è più ente pubblico ma “persona giuridica privata”, dunque autonoma dalla politica. Quello che l’esecutivo italiano può fare è tentare di aumentare la pressione. Il 12 marzo, Giuli ha chiesto alla rappresentante del MiC nel Consiglio di amministrazione della Biennale, Tamara Gregoretti, di “rimettere il suo mandato essendo venuto meno il rapporto di fiducia”, dato che “non ha ritenuto di avvisare né della possibile presenza della Federazione Russa alla prossima Biennale, né, successivamente, del fatto di essersi espressa a favore della sua partecipazione pur nella consapevolezza della sensibilità internazionale della questione”. Il 13, poi, il Ministero della Cultura ha chiesto alla Fondazione di fornire, “con la massima urgenza”, elementi in merito alla partecipazione della Federazione Russa alla 61a Esposizione Internazionale d’Arte, con particolare riferimento alle modalità di allestimento e di gestione del Padiglione e alla loro compatibilità con il regime sanzionatorio in vigore. Il Mic ha anche chiesto “copia integrale della corrispondenza fra la Fondazione e le autorità russe, finalizzata alla definizione degli assetti organizzativi e gestionali della presenza della Federazione Russa a Venezia”.

Buttafuoco al momento resiste ma, al tempo stesso, cerca di ridimensionare la questione. In una lettera al ‘Foglio’ ha annunciato che “siamo già al lavoro per ricordare il Cinquantenario della Biennale del Dissenso di Carlo Ripa di Meana, invitando cinque protagonisti di oggi sgraditi assai ai loro governi, rispettivamente di Usa, Israele, Cina, Russia e perfino Ue”. Inoltre, ricorda, “l’altro cantiere che ci sta tanto a cuore è ‘La colonna e il fondamento di Verità’: cinque serate di e su Pavel Florenskij” che è “il martire tra i martiri di Russia, un faro assoluto del sentimento cristiano, massimo tra i filosofi e gli scienziati, ucciso dal Kgb a Leningrado nel 1937 in considerazione della sua testimonianza di verità, sorgente oggi della più limpida presenza della parola sinceramente libera”.

Federico Mollicone (Fdi), presidente della commissione Cultura della Camera, mette sul tavolo una soluzione “hard”: “Il Governo può dichiarare persona non gradita chi entra con passaporto russo per lavorare all’organizzazione del padiglione. E così bloccare l’operazione. Nessuno mette in dubbio l’autonomia dell’istituzione culturale. Ma qui parliamo di sanzioni Ue e internazionali. La Biennale non può autoproclamarsi lo Stato libero di Fiume: ci sono delle norme a cui rispondere”.

Si vedrà come andrà a finire. Quel che è certo è che la questione mette in difficoltà Giorgia Meloni, che è molto infastidita per come è stata gestita la vicenda. Anche perché Matteo Salvini, come spesso accade, non rinuncia a girare il coltello nella piaga della premier: “La cultura, così come lo sport, esprime un messaggio universale di unione. Così come è stato per le Paralimpiadi tutti devono essere coinvolti, nessuno escluso. Per questo – ha fatto sapere – a maggio sarò felice di tornare nella splendida Biennale di Venezia”.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

[Partecipazione russa è caso internazionale. E il governo non sa come uscirne|PN_20260314_00036|nl50| https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/03/20260314_171143_7E22839A.jpg |14/03/2026 17:12:02|Quel pasticciaccio brutto della Biennale di Venezia|Biennale|Politica, Europa Building]

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