Meloni e la sindrome dell’anatra zoppa, cosa farà per non farsi rosolare?
Roma, 28 mar. (askanews) – Era il 2009, la Corte costituzionale aveva appena annullato il cosiddetto “Lodo Alfano” (che garantiva l’immunità alle alte cariche dello Stato), e i media internazionali iniziarono a definire l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi “lame duck”, in italiano “anatra zoppa”. Il termine sarebbe nato nel Settecento alla Borsa di Londra dove così venivano appellati i broker che non riuscivano a pagare i propri debiti. Trasposto alla politica è usato per i leader che, per qualche motivo, non sono nel pieno di poteri reali. L’espressione è stata rispolverata questa settimana dalle opposizioni italiane per definire Giorgia Meloni, che però non ha intenzione di restare zoppa e, men che meno, rosolata.
Il risultato del referendum, con il No non lontano dal 54% e un’affluenza molto alta è stata una “bella botta” (ammette un ‘colonnello’ di Fratelli d’Italia), soprattutto tenendo conto del fatto che ancora un paio di mesi fa la strada appariva spianata per il Sì. Poi sono arrivate alcune uscite fuori registro del ministro della Giustizia Carlo Nordio, quelle della sua capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, il caso Delmastro e la politicizzazione – che la premier imputa all’opposizione ma in cui è stata parte attiva – e la situazione si è completamente ribaltata. Il risultato finale è che il referendum non è stato sulla riforma della giustizia ma su Meloni. Il risveglio è stato brusco, la conseguenza un terremoto che, a occhio, non si è ancora esaurito.
In realtà, sottolinea un membro del governo italiano, “la sconfitta al referendum non ha causato una crisi di un governo in salute ma ne ha mostrato ed evidenziato le debolezze. Ormai da qualche mese l’esecutivo aveva perso il suo slancio. Le tensioni tra le varie componenti della maggioranza c’erano ma erano state nascoste sotto il tappeto, un po’ tutti abbiamo visto arrivare il muro, ma abbiamo fatto finta di nulla”.
Matteo Renzi, uno che di batoste referendarie se ne intende (nel 2016 dopo la sconfitta dovette lasciare la poltrona di Palazzo Chigi) sostiene che Meloni ha perso il “tocco magico” e che “quando uno prende una botta così fa male dopo un po’ di tempo”. Di sicuro si è infranta “l’aura di invincibilità” (copyright Politico.eu) di una leader che finora era passata attraverso quattro anni di governo senza perdere consenso. Adesso il timore è quello di un effetto bandwagon al contrario: la fuga dalla nave in avaria, almeno percepita. Per questo, al piano nobile della Presidenza del Consiglio, si attendono con ansia i sondaggi del lunedì per capire quale sia l’effetto della sconfitta sugli elettori.
Nel frattempo la prima reazione è stata di “pancia”. Una Meloni definita “furiosa” ha deciso – senza ascoltare le perplessità e i dubbi di alcuni consiglieri – un “repulisti” che ha portato alle dimissioni immediate del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capo di gabinetto di Nordio Giusi Bartolozzi e a quelle ritardate della ministra del Turismo Daniela Santanchè, ormai da mesi nel mirino delle opposizioni per alcuni procedimenti giudiziari aperti nei suoi confronti. Il braccio di ferro con la “Santa”, però, ha mostrato ancora di più la fase di debolezza della premier che le ha chiesto privatamente le dimissioni martedì pomeriggio, non avendole ottenute è stata costretta – fatto totalmente inedito – a domandarle pubblicamente, ricevendole solo 24 ore dopo con un comunicato dai toni decisamente rancorosi. La “pulizia” però non è finita qua: fonti ben informate di Fratelli d’Italia sostengono che una “verifica” riguarderà anche il partito (di fatto guidato dalla sorella di Meloni, Arianna), gli staff e forse anche i vertici di alcune partecipate.
“E’ un terremoto, può succedere di tutto, anche la caduta del governo”, sottolinea un parlamentare Fdi. Mentre per un collega di un altro partito di centrodestra si tratta di “scosse di assestamento. Il governo andrà avanti, anche se malconcio”. Europa Building, nei mesi scorsi, aveva più volte dato conto della “suggestione” di andare al voto nell’autunno 2026, anche per evitare di dover mettere mano a una legge di bilancio complicata. Uno scenario che, oggi, sembra meno improbabile. Secondo quanto riferito, nell’entourage di Meloni c’è chi lo consiglia, anche per prendere in ‘contropiede’ il centro-sinistra, ma al momento senza aver fatto breccia nella premier che ancora mira al ‘record’ di presidente del Consiglio più longeva della storia della Repubblica (il traguardo sarà tagliato il 4 settembre). Che non è solo un “vezzo”: la stabilità dell’esecutivo, infatti, per lei è stata una delle parole d’ordine del mandato, quasi un brand. Certo però che, da scaltra ed esperta frequentatrice della politica, sa che l’errore che assolutamente non deve fare è farsi logorare a Palazzo Chigi. Inoltre, va rilevato, il sistema italiano non è come quello – per fare un esempio – giapponese dove la premier può decidere improvvisamente di andare a votare, come è accaduto pochi mesi fa. Da noi la decisione spetta al presidente della Repubblica.
L’alternativa al logoramento è un rilancio politico e il tema è stato al centro di un vertice a cena, il 27 marzo, con i vice Antonio Tajani e Matteo Salvini, invitati nella villa della premier alla periferia di Roma. In questo tentativo di rilancio la postura internazionale, in particolare in sede europea, sarà fondamentale. Secondo diversi analisti, Meloni ha pagato, nel referendum, anche la priorità – almeno percepita – data alla politica estera più che a quella interna, soprattutto sul fronte economico. E in particolare, sarebbe stata penalizzata dall’appoggio incondizionato a Donald Trump anche quando il presidente Usa, ad esempio con i dazi, creava un danno concreto al Paese. Pure la presa di distanza, se c’è stata, dal tycoon sull’attacco all’Iran, con tutte le sue conseguenze, è stato giudicato troppo “timido”. Insomma, la ‘relazione speciale’ è diventata una zavorra, e operazioni come il decreto carburanti, alla vigilia del referendum, non hanno invertito il trend. Dunque adesso, se vuol recuperare, Meloni dovrà cambiare rotta: meno viaggi all’estero, maggiore distanza dal presidente Usa e dai suoi ‘amici’ in Europa – si legga Viktor Orban -, e soprattutto maggiore attenzione all’economia italiana, maggior presenza sul territorio, per riprendere quel contatto con il “popolo” che sembra aver smarrito. Ci riuscirà?
Il post scriptum riguarda Forza Italia, il braccio italiano del Partito popolare europeo. Nella divisione della maggioranza, quella della giustizia era la “sua” riforma (come il premierato era di Fdi, e l’autonomia della Lega), un dono postumo a Silvio Berlusconi. Ha perso la prova, in particolare al Sud, nelle regioni governate da presidenti azzurri. Per la famiglia Berlusconi, da qualche tempo ormai insofferente a come viene gestito il partito, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il primo a ‘saltare’, con la benedizione di Marina, è stato il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri. Per difendere la posizione dell’altro capogruppo (e consuocero) Paolo Barelli, il segretario Antonio Tajani ha dovuto minacciare le dimissioni. Per ora l’ha spuntata, ma in pochi scommettono che la rivoluzione interna si fermerà qua. Il punto, che tutti dicono e tutti smentiscono, è sempre lo stesso: un partito nato nel nome di Berlusconi ha bisogno di un altro Berlusconi. Pier Silvio o, soprattutto, Marina, saranno mai pronti?
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli


