Ets, appello a Commissione Ue da industrie italiane e spagnole della ceramica
AskaNews
di admin Administrator  
il 29/03/2026

Ets, appello a Commissione Ue da industrie italiane e spagnole della ceramica

Roma, 29 mar. (askanews) – Il comparto industriale della ceramica, rappresentato dai due distretti produttivi europei di gran lunga più importanti in quest’area, quello emiliano-romagnolo in Italia e quello della Comunità valenzana in Spagna, ha lanciato a Bruxelles, il 25 marzo, un accorato e circostanziato appello alla Commissione europea affinché riveda in diversi punti gli attuali meccanismi dell’Ets, il mercato dei permessi di emissione di CO2, e mantenga ‘congelate’ per le imprese più efficienti del settore le attuali modalità di concessione delle quote di CO2 gratuite (per le quali nel periodo 2026-2030 la normativa Ue prevede invece una sostanziale riduzione).

Le richieste delle regioni e dei due distretti produttivi sono state presentate a Bruxelles con una ‘dichiarazione congiunta’ dal titolo: ‘Per il futuro della ceramica europea: riforma delle politiche dell’Ue e rafforzamento della ricerca industriale’, e illustrate in una conferenza stampa, prima in spagnolo e poi in italiano, a cui hanno partecipato l’assessora regionale del governo valenzano, Marián Cano García, il vicepresidente della Regione Emilia-Romagna Vincenzo Colla, i rappresentanti delle associazioni di categoria, Alberto Echevarría, segretario generale della spagnola Ascer, e Graziano Verdi, vicepresidente di Confindustria Ceramica, l’europarlamentare spagnola Susan Solís (Ppe) e gli eurodeputati italiani Stefano Bonaccini (Pd-S&D) e Letizia Moratti (Fi-Ppe).

I due distretti italiano e spagnolo (con 78 imprese per il primo e 117 per il secondo) insieme rappresentano l’80% della produzione europea delle piastrelle e dei pavimenti in ceramica (e il 95% di quella nazionale in entrambi i paesi), con 38.000 posti di lavoro diretti più altri 120.000 nell’indotto e nelle catene del valore, e con un fatturato rispettivamente di 5,75 miliardi e 4,81 miliardi di euro. Inoltre, l’Emilia Romagna esporta l’83% della propria produzione, e la Comunità valenzana il 72%.

L’industria della ceramica, è stato spiegato in tutti gli interventi, si trova in una situazione molto difficile, e non solo a causa della situazione geopolitica, con le due guerre in corso in Ucraina e in Medio Oriente che stanno facendo aumentare notevolmente i costi dell’energia e creando incertezza per gli investitori. Il settore ha delle specificità che lo rendono particolarmente vulnerabile alla concorrenza internazionale (soprattutto da parte di Cina, Turchia e India, ha ricordato Colla) che non deve pagare i permessi di emissione dell’Ets e ha costi del lavoro molto minori.

L’appello alla Commissione parte dalla constatazione del fatto che i produttori europei di ceramica hanno investito massicciamente nella decarbonizzazione e nell’efficienza energetica negli ultimi vent’anni, ma ora si trovano davanti a un futuro economicamente insostenibile, che rischia di causare il collasso dell’industria o la sua delocalizzazione fuori dall’Ue. Questo perché le tecnologie attualmente disponibili e praticabili non consentono più di fare gli ulteriori progressi verso gli obiettivi climatici a tappe forzate previsti dal sistema Ets per l’orizzonte 2030, in un settore difficile da elettrificare (‘hard to abate’).

Di qui, la richiesta urgente di una ‘soluzione ponte’: sospendere immediatamente la riduzione progressiva delle quote gratuite, basata su criteri di efficienza (‘benchmark’, espressi in tonnellate di CO2 emesse per tonnellate di prodotto). Solo le imprese che restano entro un determinato livello di intensità di emissioni, pari alla media dei 10 impianti più efficienti per ogni tipo di prodotto in ceramica (mattoni, piastrelle, etc.) hanno accesso al 100% di quote gratuite. Le altre imprese, che non ce la fanno, devono pagare le quote di CO2 per le emissioni che superano quel livello. Ma con le norme attuali i benchmark per le quote gratuite disponibili verrebbero ridotti ogni anno, dallo 0,2 all’1,6 per cento, nel periodo 2026-2030.

L’industria della ceramica chiede invece di congelare i benchmark attuali almeno fino al 2030, e comunque fino a quando non saranno applicabili su scala industriale ed economicamente sostenibili nuove tecniche di abbattimento delle emissioni (per esempio utilizzando idrogeno verde, oggi scarsamente disponibile, processi di elettrificazione, fonti energetiche decarbonizzate, sistemi di cattura e stoccaggio della CO2). Inoltre, gli industriali del settore lamentano di essere sottoposti a un ‘benchmark di combustibile’ (che prevede, ad esempio, l’uso di biomasse e biocarburanti per almeno il 25% delle fonti energetiche impiegate) non adeguato tecnicamente alle condizioni specifiche della produzione di ceramica.

Una terza richiesta riguarda l’esclusione dall’Ets degli impianti più piccoli (‘opt-out’), con emissioni inferiori a 25.000 tonnellate all’anno e una potenza termica inferiore a 35 MW, a condizione che adottino misure equivalenti di riduzione della CO2. La dichiarazione congiunta chiede che la soglia sia raddoppiata, a 50.000 tonnellate all’anno.

L’appello degli industriali italiani e spagnoli propone poi di introdurre la ceramica nel ‘meccanismo dell’adeguamento del carbonio alla frontiera’ (Cbam) che impone dei ‘dazi climatici’ alle importazioni di cemento, ferro acciaio e alluminio, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità provenienti da paesi terzi senza un sistema analogo all’Ets. Infine, la dichiarazione congiunta chiede di promuovere e sostenere con fondi e progetti europei la ricerca per individuare soluzioni tecnologiche innovative, la riprogettazione degli impianti e la progressiva eliminazione dei combustibili fossili nel settore della ceramica.

L’appello, argomentato in modo stringente, non mette affatto in discussione l’Ets, il suo funzionamento e i risultati che ha conseguito finora, ma avverte che le sue modalità di applicazione a questo settore specifico non sono più adatte alla situazione attuale, e che rischiano ora di diventare controproducenti, togliendo agli imprenditori gli investimenti di cui hanno bisogno non solo per proseguire sulla strada della decarbonizzazione, ma anche per non soccombere alla concorrenza internazionale. ‘Questi imprenditori hanno fatto investimenti per l’ambientalizzazione che non ha fatto nessuno’, ha sottolineato Colla, ma oggi ‘non c’è più una tecnologia che mi permette di ambientalizzare di più. Perché se avessimo la tecnologia, quella ambientalizzazione questi imprenditori la farebbero’. ‘Negli ultimi dieci anni – ha ricordato Verdi – il settore della ceramica, solo in Italia, ha investito per 4 miliardi di euro’, e questo ‘ha fatto sì che la nostra regione in vent’anni abbia dimezzato le emissioni di CO2’. Ma ‘l’anno scorso gli investimenti sono scesi di 80 milioni di euro, che guarda caso è esattamente il controvalore delle quote Ets’ acquistate dall’industria.

La ‘sospensione’ settoriale perorata dai distretti della ceramica, insomma, è molto diversa dalla richiesta di sospensione generale dell’Ets che aveva presentato l’Italia nelle scorse settimane: qui si tratta piuttosto di un congelamento della situazione attuale, limitato a pochi anni e a un solo settore, in attesa della revisione annunciata dalla Commissione. E difficilmente la Commissione potrà ignorare l’appello, vista anche la sollecitudine con cui ha già risposto alle richieste di altri comparti industriali (a cominciare da quello dell’auto) e del settore agricolo, riguardo alla ‘semplificazione’ e alla retromarcia del Green Deal che è stata attuata negli ultimi due anni e mezzo.

In realtà, la risposta di Bruxelles potrebbe arrivare prima del previsto. Delle proposte di revisione dei benchmark per il rilascio dei permessi di emissione gratuiti dovrebbero essere presentate dall’Esecutivo comunitario già mercoledì prossimo, primo aprile, insieme ad alcuni emendamenti al meccanismo della ‘riserva di stabilità’ dell’Ets, che dovrebbe portare all’immissione di nuove quote di CO2 sul mercato del carbonio per aumentarne la liquidità e ridurre i prezzi.

Resta, comunque, un altro aspetto controverso dell’Ets che ancora non è affrontato adeguatamente: quello dei proventi generati dalle aste dei permessi di emissione, che molti governi non utilizzano al 100%, come dovrebbero fare, per finanziare progetti di decarbonizzazione dell’industria e dei trasporti, efficienza energetica, energie rinnovabili, reti elettriche, interventi per mitigare gli impatti sociali della transizione e compensazioni per le industrie energivore a rischio di delocalizzazione. Durante la conferenza stampa, Bonaccini ha menzionato la questione con una leggera punta polemica: ‘Segnalo, e dovreste dirlo un po’ di più anche voi, lo dico agli imprenditori, che in Germania quelle risorse vanno direttamente agli imprenditori. Questo non sta accadendo nel nostro Paese; sono miliardi di euro che se utilmente impiegati potrebbero aiutare a fare gli investimenti che servono’.

Secondo uno studio pubblicato il 16 marzo Ecco, il think tank italiano per il clima, in effetti tra il 2012 e il 2024 le aste Ets in Italia hanno generato circa 18 miliardi di euro di entrate, ma solo 1,6 miliardi di euro, pari a circa il 9% del totale, sarebbero stati effettivamente spesi per le finalità previste, legate alla transizione verde. A una domanda di Askanews su questo punto, e sul perché non si chieda conto al governo del mancato rispetto di quest’obbligo, Moratti ha risposto invocando le necessità della politica di bilancio: ‘Il Governo si è trovato di fronte a una situazione difficile, con un debito molto elevato dovuto a misure che erano state prese precedentemente. E sta agendo in maniera molto precisa sulla diminuzione del deficit: l’ha ridotto di quattro punti in un anno ed è considerato un esempio a livello europeo per questo rigore nel tenere i conti in ordine’.

Su come il governo gestisce i proventi Ets, ha aggiunto a questo punto Bonaccini, ‘avete capito cosa penso, e non perché lo penso io, ma perché è obbligatorio dal 2022. Ma c’è un motivo che è anche di merito: se io faccio pagare a un’industria una tassa per ridurre le emissioni di CO2, quelle risorse che incamero come istituzione dovrebbero essere utilizzate (…) per consentire di proseguire negli investimenti e ulteriormente ridurre la CO2’. Ma, ha osservato l’europarlamentare del Pd, ‘c’è un’opinione probabilmente diversa rispetto all’utilizzo’. ‘Non è diversa rispetto all’utilizzo, è diversa – ha replicato Moratti – rispetto alle possibilità attuali dell’utilizzo. Io sono assolutamente d’accordo che dovrebbe andare all’industria’, ha concluso.

Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

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