Ue, la visione di Draghi per il futuro dell’integrazione europea
Roma, 16 mag. (askanews) – Il discorso con cui Mario Draghi ha accolto il premio Charlemagne ad Aquisgrana, il 14 maggio, era molto atteso, come sempre per i non frequenti ma sempre significativi interventi dell’ex primo ministro italiano ed ex presidente della Banca centrale europea. Draghi è andato al di là delle aspettative, molto oltre l’ambito già vasto e complesso del suo celebre rapporto del 2024 sulla competitività, non solo presentando una serie di critiche e valutazioni impietose degli errori, delle decisioni inadeguate, lente, tardive, incoerenti e incomplete dei leader e delle istituzioni europee in campo economico, ma anche prospettando una vera e propria visione politica e geostrategica del futuro del Continente, dei ‘passi in più’ che sono necessari, anche al di là dell’attuale struttura istituzionale, affinché l’Europa, ormai rimasta sola, trasformi l’attuale crisi nell’opportunità di una nuova e più stretta Unione.
Quello che stiamo vivendo ‘non è solo un momento di pericolo. E’ anche un momento di rivelazione’. ‘Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli, insieme’, e in un sistema ‘che non era stato concepito per sfide di questa portata’. E il cambiamento dell’atteggiamento americano sulla sicurezza comporta ‘un necessario risveglio’ e decisioni conseguenti da parte degli europei anche nel campo della difesa. Queste sono le frasi a effetto di Draghi che la maggior parte della stampa ha giustamente riportato, ma c’è molto altro nel suo lungo discorso che vale la pena di evidenziare.
In particolare, due elementi. Il primo è la necessità di concepire e attuare, almeno in alcuni settori strategici, una vera e propria politica industriale europea, che però deve essere preceduta dal completamento del mercato unico (‘se correttamente concepiti, l’uno rafforza l’altra’), in modo che si realizzi un’economia davvero integrata all’interno dell’Unione. Così come sul completamento del mercato unico deve basarsi anche la continuazione dell’apertura dell’Ue al commercio mondiale. Perché in passato ‘l’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato al suo interno’, e a causa di questo errore ha creato tre ‘vulnerabilità’ nel suo modello economico: ‘E’ diventata troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacità controllate altrove (riguardo all’approvvigionamento di materie prime critiche, energia e tecnologie pulite, oltre che nella difesa, ndr) e troppo frammentata per mobilitare la propria stessa economia di scala’.
Il secondo elemento è la critica senza appello all’attuale assetto istituzionale dell’Ue e ai suoi meccanismi decisionali, che sono inadeguati per rispondere alle attuali necessità; e la loro incapacità di realizzazione rischia di mettere in crisi anche la loro legittimità democratica. ‘La realizzazione costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l’abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di scopo comune’, osserva Draghi.
Occorre perciò un ‘federalismo pragmatico’, che unisca i paesi disposti a procedere verso un’integrazione più stretta, senza lasciarsi frenare dagli altri che non sono pronti. Il modello è quello che fu seguito con la creazione dell’Eurozona. ‘Quanti erano disposti sono andati avanti. Hanno costruito – ricorda l’ex presidente della Bce – istituzioni comuni con un’autorità vera. Quando l’impegno è stato messo alla prova fin quasi al punto di rottura, la solidarietà richiesta si è rivelata di gran lunga maggiore di quanto molti avevano immaginato. Il quadro ha retto, i paesi hanno continuato ad aderire e il sostegno all’euro è ora ai massimi storici. Per le società che lo condividono, uscirne è diventato quasi impensabile. È questo che rende duraturi gli impegni europei. Non le parole scritte una volta in un trattato, ma l’esperienza dell’agire insieme, dell’essere messi alla prova insieme e dello scoprire attraverso il successo che la solidarietà può funzionare’.
‘Il nostro compito ora – afferma Draghi – è creare di nuovo quella stessa dinamica’, e questo vale in particolare per il settore dell’energia (che dovrà essere più integrato e meno dipendente), per una Difesa autonoma dagli Stati Uniti (con la ricostruzione della base industriale e tecnologica da cui questo settore dipende), e per lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie digitali e dell’Intelligenza artificiale che ‘definiranno il prossimo decennio’, ma su cui si registra oggi un grave ‘deterioramento della posizione dell’Europa’ rispetto agli Usa e alla Cina.
L’analisi delle ‘contraddizioni del modello economico proprio dell’Europa’ e della mancanza di una politica industriale comune è magistrale: il progetto era quello di costruire ‘un’economia davvero aperta in cui lo Stato non avesse bisogno di dirigere la crescita: libero scambio al suo interno attraverso il mercato unico, e libero scambio all’esterno attraverso un ordine internazionale basato su regole’. Quindi, ‘all’esterno, abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene di approvvigionamento globali e costruito la più aperta delle grandi economie mondiali. All’interno, però, non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, insufficientemente connessi i sistemi energetici’, e tenuto anche ‘ampie parti della nostra economia avviluppate in strati di regolamentazione’.
Draghi osserva che ‘c’è dell’ironia in tutto questo. L’Europa si è affidata ai mercati per svolgere un lavoro (lo sviluppo di una politica industriale continentale, ndr) che l’autorità politica comune non era stata messa in condizione di compiere. A quei mercati, però, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno per avere successo’, perché il mercato unico interno non è stato completato. Il risultato è stato ‘un’economia asimmetrica. E da questa asimmetria derivano molte delle vulnerabilità che l’Europa si trova oggi ad affrontare’, in particolare l’esposizione eccessiva alla domanda esterna, l’aumento delle dipendenze strategiche dalle capacità di paesi terzi per il proprio approvvigionamento, e infine il fatto che gli europei sono rimasti indietro nello sviluppo delle nuove tecnologie, fondamentali per la produttività.
Come correggere questi squilibri? L’ex presidente della Bce cita due risposte che stanno emergendo a questa domanda. La prima è quella di non cambiare l’impostazione dell’Europa e di insistere sull’apertura del mercato. ‘Mentre altri si ritirano dall’apertura, l’Europa dovrebbe cogliere le opportunità che lasciano dietro di sé, espandere il commercio con il resto del mondo e diventare il principale difensore del sistema basato su regole’. Ma per Draghi non è questa la strada: ‘L’Europa può ancora guadagnare da un’ulteriore liberalizzazione degli scambi. Ma sui suoi limiti dobbiamo essere onesti. Secondo una stima, anche se l’Europa concludesse con successo tutti i negoziati commerciali in corso’ con paesi terzi su iniziativa della Commissione, ‘la spinta a lungo termine sul nostro Pil ammonterebbe a meno dello 0,5%’.
‘Il problema più profondo è politico. Concordare nuovi accordi commerciali è più facile che affrontare il lavoro incompiuto in casa, perché questo lavoro impone scelte che l’Europa ha a lungo preferito evitare: confrontarsi con le posizioni di rendita consolidate e gli interessi acquisiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati’. La sentenza dell’ex presidente della Bce è severa: ‘Se l’apertura rimane la nostra unica risposta, diventa l’assenza di una decisione’.
L’altra strada sarebbe quella di ‘reintrodurre nei mercati uno Stato strategico. In tutta Europa, c’è un rinnovato appetito per la politica industriale’, ovvero ‘per orientare il capitale verso le tecnologie che non siamo riusciti a costruire, per proteggere i settori strategici dalle pressioni esterne e per usare dazi e sostegno statale per proteggere in casa la crescita che stiamo perdendo all’estero’. Per Draghi, ‘queste posizioni sono comprensibili. Sotto molti aspetti, sono necessarie. Tutte le grandi economie del mondo stanno oggi dispiegando la propria politica industriale su una scala che fa sembrare ridicola l’idea di parità di condizioni (‘level playing field’) a livello globale. L’Europa deve affrontare dipendenze sempre più complesse sia dagli Stati Uniti che dalla Cina. Non possiamo permetterci la rigidità ideologica’. Quella, cioè, che in nome del libero mercato, nega ai pubblici poteri la possibilità di decidere la politica industriale.
Tuttavia, avverte l’ex primo ministro italiano, ‘se gli Stati membri dell’Europa tenteranno una politica industriale su larga scala nell’attuale struttura del mercato unico, falliranno. Spenderanno in modo inefficiente, frammenteranno gli investimenti lungo linee nazionali e si imporranno costi a vicenda. Studi del Fmi rilevano che i sussidi concessi in uno Stato membro sopprimono la crescita in altri, con esternalità negative che erodono i guadagni originali in appena due anni’. E’ una critica evidente al sistema che si sta affermando nell’Ue, con l’allentamento da parte della Commissione delle regole sugli aiuti di Stato, che comporteranno un vantaggio per i paesi con ampio spazio di bilancio, come la Germania, a scapito di quelli, come l’Italia, che non possono permettersi ulteriori forti aumenti della spesa pubblica per sostenere gli investimenti della propria industria nazionale.
Secondo Draghi, per ridurre queste distorsioni si potrebbe ‘coordinare gli aiuti di Stato a livello europeo’. Ma c’è anche un’altra, migliore risposta: ‘Un’economia europea davvero integrata cambierebbe di per sé il campo su cui opera la politica industriale. Anche se gli aiuti di Stato fossero ancora concessi entro i confini nazionali, i loro beneficiari sarebbero sempre più spesso imprese già testate in tutta Europa. Le aziende leader in ciascuna giurisdizione avrebbero meno probabilità di essere operatori nazionali protetti, e più probabilità di essere imprese di scala europea che competono là dove il capitale, l’energia, le competenze e le catene di approvvigionamento sono più forti. A differenza dei fallimenti degli anni ’70 (quando la Comunità europea tentò di impostare una politica industriale, soprattutto nel settore siderurgico, ndr) è così che i veri campioni europei hanno più probabilità di emergere: esposti alla concorrenza continentale e supportati da una strategia politica a livello europeo. Questo a sua volta darebbe ai governi segnali più chiari su dove si trovano i veri punti di forza competitivi dell’Europa’.
A questo punto, ed è l’unica volta in questo suo discorso, Draghi menziona l’ipotesi di ricorrere a emissioni di debito comune europeo per finanziare investimenti strategici. Non per invocarne la necessità, come ha fatto in altre occasioni, ma per sostenere che ce ne sarà meno bisogno se nel frattempo verranno realizzate le riforme per il completamento del mercato unico. Un’argomentazione volta probabilmente a minimizzare le inevitabili reazioni contrarie dei governi dei paesi ‘frugali’, come quello tedesco (il cancelliere Friedrich Merz era presente all’evento di Aquisgrana).
‘Il denaro pubblico – spiega – avrebbe meno probabilità di sostenere imprese senza prospettive di crescita, e più probabilità di rafforzare le capacità di cui l’Europa ha davvero bisogno. L’intervento potrebbe diventare più mirato, meno costoso e più efficace. Più l’Europa si riforma, meno dovrà affidarsi al debito, nazionale o comune, per compensare la propria frammentazione’.
Quanto al ‘federalismo pragmatico’, Draghi sottolinea che ‘la pressione per il cambiamento viene ora da ogni direzione. L’Europa è costretta a prendere decisioni finora evitate. E per la prima volta da molti anni, le condizioni per fare quelle scelte stanno cominciando a esistere. C’è un’unità di diagnosi che è autenticamente nuova. La natura della difficile situazione dell’Europa è ora ampiamente compresa da governi e cittadini’.
‘Sotto la pressione di questi anni, agli europei vengono riportati alla mente valori che avevano cominciato a dare per scontati: solidarietà, democrazia, stato di diritto, protezione delle minoranze’. E questi valori ‘stanno tornando visibili perché vengono messi alla prova’. Secondo l’ex presidente della Bce ‘questo riconoscimento è più potente di qualsiasi programma politico, perché dà agli europei una ragione per agire’.
‘Ma quando i cittadini chiedono più Europa’, non si riferiscono solo all’Ue come è oggi. Chiedono miglioramenti pratici ‘in modi che possano veder funzionare e di cui possano chiedere conto. La questione è come trasformare questa domanda di azione in forme decisionali in grado di soddisfarla’. L’esperienza attuale ‘è che l’azione al livello dei Ventisette spesso non riesce a dare ciò che il momento richiederebbe’. Le decisioni e gli accordi vengono elaborati attraverso processi e meccanismi che li diluiscono e ritardano, ‘finché il risultato non assomiglia più a quel che era stato previsto’, e ‘può risultare talmente inadeguato, rispetto al livello delle sfide da affrontare, da diventare peggiore dell’inazione’.
Per Draghi, ‘dobbiamo spezzare questo ciclo’. E dunque, ‘i paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti’. Questo è il ‘federalismo pragmatico’, che ‘può ricostruire insieme la capacità di realizzazione e la legittimità democratica. I paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano a cosa si è impegnato il loro governo e possano chiederne conto’.
‘Questo approccio – spiega l’ex presidente della Bce – sarà necessariamente sperimentale. Alcune iniziative funzioneranno; altre no. Ecco perché è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali. Sono guidati da una destinazione condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori’.
Così come è successo con la creazione dell’Euro da parte di un primo gruppo di Stati membri che si è andato via via allargando, ‘il nostro compito ora è creare di nuovo quella stessa dinamica nell’energia, nella tecnologia e nella difesa. Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta. Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo in più’.
Draghi, infine, cita anche due possibilità concrete di realizzare una nuova Unione della difesa. ‘L’Europa – rileva – ha compiuto la sua scelta strategica più significativa degli ultimi decenni: investire nella propria difesa’. E c’è una circostanza che favorisce ‘una forma di integrazione pratica della difesa che l’Europa ha a lungo faticato a realizzare’, guidata dal ruolo dell’Ucraina, con il suo rapidissimo sviluppo delle tecnologie dei droni. I paesi Ue ‘stanno ordinando le stesse attrezzature perché non possono permettersi di aspettare varianti nazionali su misura. Le imprese europee producono in territorio alleato sistemi progettati dall’Ucraina. La cooperazione in materia di difesa si sta allargando rapidamente: un recente esercizio di mappatura ha identificato più di 160 accordi di difesa bilaterali e plurilaterali tra Stati europei, il Regno Unito e l’Ucraina, la maggior parte dei quali firmati dopo l’invasione russa’.
‘Il compito ora è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti’, afferma l’ex presidente del Consiglio italiano, secondo cui ‘ci sono due percorsi’ per dare sostanza a quegli impegni, ‘e non devono necessariamente escludersi a vicenda. Uno passa attraverso coalizioni più ridotte di paesi accomunati già oggi da capacità e percezioni della minaccia affini. In pratica, gran parte della risposta militare europea è già sostenuta da un gruppo centrale: Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme agli Stati nordici e baltici che sono più vicini alla minaccia’ russa.
‘Non tutti i paesi devono contribuire nello stesso modo. L’Ucraina ha dimostrato che la difesa moderna non si esaurisce più in carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare rapidamente le tecnologie civili. Alcuni paesi forniranno forze; altri forniranno componenti di droni, capacità cyber o logistica; altri ancora aiuteranno finanziariamente’.
‘L’altro percorso – indica Draghi – è dare sostanza operativa all’articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca’ del Trattato Ue, che, sebbene sia giuridicamente definita e sia stata già una volta invocata (dalla Francia dopo gli attacchi terroristici del Bataclan nel novembre 2015), ‘non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando’.
‘Molto dipenderà da chi si unirà a questo sforzo comune. Ogni comunità politica è in ultima analisi plasmata dalla sua comprensione dell’obbligo reciproco, da ciò che i suoi membri ritengono di doversi l’un l’altro quando accade il peggio. Per settant’anni, l’Europa ha potuto lasciare questa domanda in parte senza risposta. Ora dobbiamo rispondervi noi stessi’, avverte l’ex presidente della Bce.
‘Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, l’Europa ha scelto di stare al fianco di una nazione che combatte per la propria libertà, e ha mantenuto quell’impegno anno dopo anno. Quando la Groenlandia è stata minacciata, l’Europa ha tenuto testa al suo alleato più stretto e, così facendo, ha scoperto capacità che non sapeva di avere. Persino i partiti che hanno costruito la loro identità sulla sovranità nazionale – conclude Draghi – riconoscono ora che nessuna nazione europea può difenderla da sola’.
Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese
