Ue inasprisce linea sulla Cina, equilibrio difficile per evitare guerra commerciale
AskaNews
di admin Administrator  
il 31/05/2026

Ue inasprisce linea sulla Cina, equilibrio difficile per evitare guerra commerciale

Roma, 31 mag. (askanews) – L’Ue si prepara a un confronto sempre più duro con la Cina sul terreno commerciale, ma il rischio è che la risposta dell’industria cinese alla pressione europea apra una nuova fase di scontro diretto con Pechino. La riunione dei commissari europei convocata oggi venerdí 29 maggio a Bruxelles per una discussione strategica su questo tema non ha prodotto decisioni immediate, ma ha segnato un passaggio politico rilevante: la Commissione vuole allineare la propria strategia di fronte all’aumento delle importazioni cinesi e alla possibilità che l’Europa si trovi davanti a un nuovo ‘China shock’, con effetti simili a quelli subiti dagli Stati uniti dopo l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio.

‘L’approccio generale della Commissione resta il de-risking, non il decoupling’, si legge in una comunicazione diffusa al termine della discussione. Bruxelles sottolinea che la Cina resta ‘un partner critico’ e che l’impegno e il dialogo proseguiranno. Allo stesso tempo, la Commissione afferma che l’attuale quadro delle relazioni commerciali e di investimento ‘non è sostenibile’. Con interessi economici e di sicurezza sempre più intrecciati, entrambe le dimensioni richiederanno ‘una risposta più robusta e coerente’.

La preoccupazione riguarda molti settori, a partire dall’auto elettrica. Nella discussione entrano componenti industriali, macchinari, dispositivi medici, prodotti agricoli e tecnologie digitali. Ai commissari è stato chiesto di portare esempi dell’impatto delle attività cinesi nei rispettivi portafogli, dal commercio alla difesa, dalla salute all’agricoltura. L’obiettivo è preparare una linea comune prima del vertice dei leader Ue del 18 giugno, nel quale il rapporto con la Cina sarà uno dei temi centrali.

Bruxelles non vede più la questione come un normale squilibrio commerciale, ma come un problema di sicurezza economica. Le importazioni cinesi, in alcuni comparti, arrivano sul mercato europeo a prezzi anche del 40 per cento inferiori rispetto ai prodotti locali. Per l’industria europea questo significa concorrenza difficile da sostenere, soprattutto se la riduzione dei prezzi è legata a sovvenzioni pubbliche, sovracapacità produttiva e accesso asimmetrico ai mercati.

I numeri spiegano la pressione. Nel 2025 l’Ue ha esportato verso la Cina beni per circa 199,6 miliardi di euro e ne ha importati per 559,4 miliardi, con un disavanzo commerciale di 359,8 miliardi. Le esportazioni europee sono diminuite del 6,5 per cento rispetto al 2024, mentre le importazioni dalla Cina sono aumentate del 6,4 per cento. La Cina resta il principale fornitore di beni dell’Ue e il secondo partner commerciale del blocco per il solo commercio di merci, dopo gli Stati uniti. Il rischio per Bruxelles è che la dipendenza europea diventi strutturale. L’Ue continua a definire la Cina insieme ‘partner, concorrente e rivale sistemico’, ma l’equilibrio tra questi tre elementi si è spostato. La Commissione parla ormai apertamente di de-risking, non di decoupling: ridurre le vulnerabilità critiche senza rompere i rapporti economici con Pechino. Ma questo fragile equilibrio potrebbe diventare sempre più difficile da sostenere, se l’Europa passerà da un approccio difensivo caso per caso a misure più ampie e sistematiche. Tra gli strumenti allo studio ci sono quote e salvaguardie commerciali più rapide dei dazi tradizionali.

La linea più assertiva non esclude il dialogo, ma la difficoltà è che Pechino considera l’accesso al mercato europeo essenziale per il proprio modello industriale. La Cina sta cercando di sostenere la crescita attraverso l’export e l’industria manifatturiera, mentre la domanda interna resta debole e il settore immobiliare non è più il motore dell’economia. La sovracapacità cinese si riversa così sui mercati esteri, in particolare su quelli che restano relativamente aperti. E’ su questo che s’innesta il rischio di guerra commerciale. L’Ue ha ancora carte importanti: il suo mercato è cruciale per le esportazioni cinesi, soprattutto nei prodotti a più alto valore aggiunto, come veicoli elettrici, batterie, componenti industriali e tecnologie verdi. Ma se Bruxelles minaccerà di limitare seriamente quell’accesso, Pechino potrebbe reagire. Una risposta cinese è già arrivata sul piano politico. Il ministero degli Esteri di Pechino ha accusato ieri l’Ue di usare in modo selettivo i dati commerciali per giustificare nuove restrizioni: ‘la riduzione del rischio, la riduzione della dipendenza o il cosiddetto equilibrio commerciale, in realtà, sono tutti elementi di protezionismo’, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning. Pechino ha avvertito che adotterà contromisure se Bruxelles procederà con misure considerate discriminatorie. Per il Paese asiatico, infatti, l’Ue sta cedendo a una logica protezionistica e ignora la complessità dei rapporti economici, che includono anche servizi e investimenti.

La Commissione, però, ritiene che il problema non sia solo il saldo commerciale. A preoccupare Bruxelles sono anche i controlli cinesi sulle esportazioni di materie prime critiche e tecnologie, l’opacità normativa, le restrizioni sui dati, la debole tutela della proprietà intellettuale e le condizioni che rendono difficile per le imprese europee competere in Cina su un piano paritario. Le restrizioni cinesi sulle terre rare e sui magneti hanno mostrato quanto le catene di approvvigionamento europee siano vulnerabili, in particolare nei settori digitale, verde e della difesa.

Il tema s’intreccia con la nuova agenda industriale europea. L’Industrial Accelerator Act, già definito informalmente legge ‘made in EU’, punta a rafforzare la produzione europea e a condizionare alcuni sostegni pubblici a criteri di contenuto locale. Per Pechino questo è un segnale ostile. L’associazione cinese dell’industria automobilistica ha espresso ‘seria preoccupazione, forte insoddisfazione e ferma opposizione’ al piano, sostenendo che contiene misure discriminatorie contro le imprese straniere. Un altro fronte è quello dei semiconduttori. Una bozza di regolamento che sarà proposta dalla Commissione – secondo quanto ha scritto il 29 maggio il Financial Times – mira a rafforzare il controllo sulla catena di approvvigionamento dei chip nell’Ue, dando a Bruxelles il potere di imporre ai produttori di dare priorità agli ordini critici in caso di crisi, anche prevalendo su contratti esistenti. La Commissione potrebbe inoltre imporre obblighi informativi sulla capacità produttiva e organizzare acquisti congiunti, sul modello usato per i vaccini durante la pandemia. La bozza riconosce che l’Ue è ‘quasi interamente dipendente dagli Stati uniti e dall’Asia’ per le forniture di semiconduttori. Questa dipendenza mostra la fragilità della strategia europea. La scorsa settimana la Commissione ha proposto di esentare per nove mesi il produttore cinese Yangzhou Yangjie Electronic dalle sanzioni anti-russe, dopo l’allarme delle case automobilistiche europee sul rischio di caos nelle catene di approvvigionamento. L’Ue, insomma, vuole ridurre la dipendenza dalla Cina, ma in alcuni segmenti industriali non può ancora permettersi di tirar troppo la corda.

La stessa tensione attraversa il mondo imprenditoriale europeo. Molte aziende temono di essere travolte dai concorrenti cinesi, ma allo stesso tempo dipendono da componenti, materie prime o fornitori cinesi. Il rischio è una cannibalizzazione interna: fabbriche europee che sopravvivono nel breve periodo grazie a input cinesi a basso costo, ma che nel lungo periodo contribuiscono a indebolire la base produttiva del Continente. La linea più dura è sostenuta soprattutto da Francia, Italia, Spagna, Lituania e Olanda, che hanno spinto per una risposta più aggressiva contro la sovracapacità industriale e le pratiche commerciali considerate sleali. La Germania resta più prudente, anche per il peso dei suoi rapporti economici con Pechino e per la presenza di migliaia di imprese tedesche in Cina. Ma anche a Berlino cresce la preoccupazione per l’impatto sull’auto, sulla chimica e sui macchinari. La posta in gioco è alta perché l’Ue deve evitare due rischi opposti. Il primo è non fare abbastanza e lasciare che interi settori vengano progressivamente erosi dalla concorrenza cinese. Il secondo è fare troppo e troppo rapidamente, provocando una rappresaglia che colpirebbe proprio le industrie europee più esposte alla Cina. Per questo Bruxelles si muove su un equilibrio sottile: proteggere il mercato senza chiuderlo, difendere la base industriale senza precipitare in una spirale di ritorsioni. Per far questo, deve negoziare con Pechino senza apparire debole.

La responsabile della politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha paragonato la riduzione della dipendenza dalla Cina a una cura dolorosa, una sorta di ‘chemioterapia’. L’immagine rende l’idea del clima a Bruxelles: sarà un processo doloroso.

Della questione hanno parlato anche i ministri dell’Industria dei Ventisette durante il Consiglio Competitività del 28 maggio a Bruxelles. Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Séphane Séjourné, responsabile per l’Industria e il Mercato unico, riferendo sulla discussione durante la conferenza stampa al termine del Consiglio, ha affermato che l’Ue deve avere una sua propria ‘dottrina’ per riequilibrare e rendere stabile il suo rapporto con la Cina, oggi sempre più ‘asimmetrico’; una dottrina che mantenga l’approccio europeo volto alla riduzione del rischio (‘derisking’) senza cadere nella rottura delle relazioni (‘decoupling’). Ma, ha sottolineato, è necessario che sia ridotto il deficit commerciale europeo nei riguardi della Cina, che ormai corrisponde a più di un miliardo di euro al giorno, e che si riducano anche le dipendenze eccessive che gli europei continuano ad avere da Pechino nei riguardi delle materie prime critiche e di altre componenti delle catene del valore, dipendenze che minacciano anche la sicurezza collettiva. Oggi ‘un quarto delle imprese cinesi operano sul mercato europeo in perdita, e 29 milione di di posti di lavoro sono ad alto rischio nei prossimi mesi a causa di questo deficit commerciale. Dobbiamo agire rapidamente, e credo che ci sia consapevolezza di questo da parte dei ministri’ degli Stati membri, ha riferito Séjourné.

Il vicepresidente esecutivo ha annunciato che la Commissione proporrà una riforma dell’Unione doganale europea, ‘per accelerare e uniformare i controlli’ alle frontiere, e che ci sarà anche ‘un rafforzamento e un aggiornamento degli strumenti di difesa commerciale’, con una loro ‘applicazione più sistematica e settoriale’. ‘Dal punto di vista economico e geopolitico – ha aggiunto Séjourné – ribadisco che le nostre relazioni con la Cina e la nostra posizione nelle nostre politiche pubbliche nei suoi confronti non possono essere di ‘decouplage’, e non lo sono: ciò che proponiamo non ha l’obiettivo del ‘disaccoppiamento’ delle nostre economie, ma semmai della riduzione del rischio. Bisogna che l’Europa riduca le sue dipendenze in generale, e abbiamo molte dipendenze dalla Cina. E dobbiamo riequilibrare le relazioni al livello commerciale’. ‘Troppe dipendenze – ha sottolineato il vicepresidente esecutivo – rendono il rapporto asimmetrico e squilibrato, e questo vale anche per le questioni di sicurezza collettiva. Abbiamo bisogno di relazioni equilibrate: se c’è dipendenza da una parte, deve esserci anche dall’altra’. Bisogna ‘creare una forma di stabilità delle relazioni commerciali che crei semplicemente una stabilità geopolitica e anche diplomatica’. Ora, tuttavia, ‘questo rapporto continua a squilibrarsi, e ciò non è positivo né per l’Europa, né per la Cina. Ma in nessun caso stiamo ribaltando’ la posizione europea ‘verso una dottrina che d’altra parte è più americana: l’Europa, credo, con 450 milioni di consumatori – ha concluso Séjourné -, può avere la propria dottrina riguardo alle sue relazioni con la Cina’.

Di Antonio Moscatello e Lorenzo Consoli

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