2 giugno, Giuseppina ‘Didi’, quasi 102 anni, votò Repubblica: «misi l’abito della domenica e andai a votare da sola, mi sentivo importante»
Il racconto della signorina Giuseppina Creux Anaclet, Didi per tutti che il 2 giugno 1946, per la prima volta, si recò alle urne
2 giugno, Giuseppina ‘Didi’, quasi 102 anni, votò Repubblica: «misi l’abito della domenica e andai a votare da sola, mi sentivo importante»
Il cielo sopra Aosta, quel giorno, era timido, coperto da una coltre di nuvole che non lasciava presagire la luce che stava per invadere l’Italia.
Giuseppina ‘Didi’ Creux Anaclet con la torta dei suoi 100 anni
Ma per Giuseppina Creux Anaclet, nata a Parigi nel 1924 e trapiantata in Valle d’Aosta a diciott’anni – Didi per tutti – il sole brillava dentro.
Era il 2 giugno del 1946, il giorno in cui per la prima volta le donne italiane venivano chiamate alle urne per una consultazione politica nazionale.
Oggi, che le lancette della storia corrono veloci verso il centenario di quel voto e della Repubblica, Giuseppina è una delle ultime testimoni viventi di quella svolta epocale.
L’abito della domenica
«Allora io sono andata vestita elegante – spiega Giuseppina -. Anche vestirsi contava. Una volta si portavano gli abiti della settimana e gli abiti della domenica. Allora quel giorno mi sono messa i vestiti della domenica. Tutta elegante per andare a votare».
C’era una solennità antica nei gesti, ma una consapevolezza modernissima nei pensieri di quella ragazza di ventun anni che camminava verso il suo seggio, nel cuore di Aosta. È andata da sola, senza aspettare i genitori.ù
La signorina Creux Anaclet davanti alla Basilica del Sacro Cuore, a Parigi
«Sono andata da sola – continua il suo racconto Giuseppina -, mi sentivo importante. Sapevo cosa voleva dire.
Io ho vissuto in un paese di libertà, non come qua che c’era la dittatura. In Francia c’è legalità: Liberté, Égalité, Fraternité. Ho votato convintamente Repubblica».
La sua non era un’opinione politica improvvisata, ma il risultato di una giovinezza segnata dai drammi della Seconda Guerra Mondiale.
Giuseppina, figlia unica adorata, ricorda ancora le passeggiate lungo la Senna, la metropolitana parigina e i giochi con l’amico d’infanzia.
Il ricordo della guerra
Giuseppina ‘Didi’ bambina a Parigi
Poi, il 10 giugno 1940, l’uscita da scuola alle cinque del pomeriggio e le voci che si rincorrevano: la guerra era dichiarata.
Durante l’occupazione tedesca, suo padre venne prelevato e deportato in un campo di concentramento alla frontiera spagnola.
«Io e mamma – racconta Giuseppina – siamo rimaste sole. Un giorno sì e un giorno no andavamo all’ambasciata per sapere dove l’avevano portato, ma non lo sapevano nemmeno loro. Poi, siccome eravamo italiane e l’Italia era scesa in guerra con la Germania, ci hanno liberati».
Il padre, originario di Aosta, riuscì a riabbracciarle dopo qualche mese. Ma a Parigi la vita era diventata insostenibile: i bombardamenti, la fame, le tessere annonarie per un pezzo di pane. La decisione di tornare in Valle fu inevitabile.
«Papà ha detto: un tetto e un pezzo di terra abbiamo, patate e polenta possiamo mangiare. Torniamo a casa».
Dalla Ville Lumière ad Aosta
L’impatto con l’Aosta dell’epoca, per chi era cresciuta nella Ville Lumière, fu uno shock culturale: «Vedere quelle ragazzine con la gonna nera e la camicia bianca che sfilavano nelle vie del centro mi faceva uno strano effetto», racconta, ricordando le adunate fasciste. Anche per questo, quel voto del ’46 rappresentava un riscatto personale e collettivo.
In Valle d’Aosta Giuseppina ha costruito tutta la sua vita. Ha iniziato come sarta, mandata subito dalla madre a imparare il mestiere, e poi ha lavorato per vent’anni nella vecchia maternità di Aosta, assistendo i medici e curando il guardaroba, diventando la “maestra di francese” di qualche dottore anglofono.
Non si è mai sposata e non ha avuto figli suoi, ma ha cresciuto generazioni di bimbi della sua famiglia allargata, le cui foto oggi riempiono le pareti della sua casa di Aosta.
«Bisogna difendere la nostra patria»
Giuseppina Didi Creux Anaclet con la sua famiglia allargata in occasione del suo 100º compleanno
A chi oggi guarda con distacco alla politica, ai giovani che spesso disertano le urne, Giuseppina lancia un messaggio limpido, privo di retorica ma denso di memoria: «Bisogna difendere la nostra patria.
E anche chi ha lottato per avere il diritto al voto. I giovani devono andare a votare, perché ci si sente già adulti. È un modo per sentirsi grandi».
Cent’anni vissuti senza rimpianti, custodendo nel cuore l’eleganza di quella domenica di giugno in cui, con una matita in mano, ha aiutato a disegnare l’Italia libera.
(simona campo)

