L’Europa si scalda più del resto del mondo, ma c’è ancora chi nega i danni del clima
Roma, 4 lug. (askanews) – ‘A Bruxelles si muore di caldo, ci sono 33 gradi, è difficile lavorare, Alberto’. ‘Lorenzo, qui a Roma ci sono 40 gradi, ho visto cammelli sul lungotevere’. Il surreale, ma reale, dialogo interno a Europa Building a fine giugno ci porta a parlare del caldo torrido di questi giorni.
Secondo un recente rapporto dell’Oms, l’Europa continentale è la regione che si sta riscaldando più rapidamente a livello globale e gli impatti dei cambiamenti climatici sono evidenti. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, con temperature record nelle regioni centrali, orientali e sudorientali. Gli ultimi 10 anni sono stati i 10 anni più caldi mai registrati. 19 delle 23 ondate di calore più intense in Europa dal 1950 si sono verificate dopo il 2000. Ogni anno, un numero significativo di decessi aggiuntivi è dovuto al caldo. In 35 paesi della regione, più di 61.000 persone sono morte nel 2022 e 47.000 nel 2023 a causa del caldo. Inoltre, il caldo causa anche innumerevoli sofferenze e ha un impatto negativo sul benessere. Si prevede che i cambiamenti climatici aumenteranno il numero di giorni con elevati livelli di stress termico. La frequenza, l’intensità e la durata delle ondate di calore aumenteranno ulteriormente, con gravi ripercussioni sulla salute pubblica nella regione. La mortalità legata al calore nell’Europa continentale è aumentata di oltre il 30% negli ultimi 20 anni. Gli effetti combinati dei cambiamenti climatici, dell’urbanizzazione e dell’invecchiamento della popolazione potrebbero peggiorare sostanzialmente gli impatti legati al calore in futuro.
Nell’autunno del 2024, forti piogge e inondazioni a Valencia, in Spagna, hanno causato la morte di oltre 200 persone. Devastanti inondazioni hanno colpito vaste aree della regione italiana dell’Emilia-Romagna nel maggio 2023, costringendo oltre 38.000 persone ad abbandonare le proprie case. Nel luglio 2021, diversi paesi dell’Europa nord-occidentale sono stati colpiti da inondazioni devastanti, con oltre 230 vittime; Belgio e Germania sono stati i più colpiti, ma anche comunità in Lussemburgo, Paesi Bassi e Svizzera hanno subito danni e perdite. Negli ultimi 50 anni, i 1.672 disastri meteorologici segnalati nell’Europa continentale hanno causato circa 160.000 morti, con una perdita economica stimata di 477 miliardi di dollari. Le cause più frequenti di disastri sono state le inondazioni (38%) e le tempeste (32%), ma le temperature estreme hanno rappresentato la percentuale più alta di decessi correlati ai disastri (93%). Sebbene l’intensità e la frequenza delle forti piogge e delle inondazioni siano destinate ad aumentare in molte aree della regione, anche le risorse europee di acqua dolce sono sottoposte a una pressione significativa, ponendo sfide alla sicurezza idrica a breve e lungo termine. Lo stress idrico colpisce già ogni anno il 20% del territorio dell’Europa continentale e il 30% della popolazione, cifre che probabilmente aumenteranno in futuro a causa dei cambiamenti climatici.
Secondo l’Oms, ‘il cambiamento climatico è destinato a diventare la minaccia più impegnativa per le popolazioni nei prossimi decenni e deve essere affrontato con urgenza. Si prevede un aumento significativo delle malattie e dei decessi prematuri a causa del cambiamento climatico, con 250.000 decessi in più all’anno a livello globale entro la metà del secolo a causa di malattie e condizioni sensibili al clima; negli scenari ad alte emissioni, si prevedono oltre 9 milioni di decessi in più all’anno entro il 2100’.
Eppure, a dispetto dell’evidenza, il dibattito politico e mondiale continua a mostrare ritardi negli interventi, minimizzazione se non vero e proprio negazionismo climatico. Naturalmente, come in molti altri campi, quello di Donald Trump è il caso più vistoso: nel settembre 2025, all’Assemblea generale dell’Onu, ha definito il cambiamento climatico ‘la più grande truffa mai perpetrata al mondo’, attaccando la transizione verde europea e definendo la ‘carbon footprint’ una frode. Per il suo ‘amico’ Javier Milei è una ‘menzogna socialista’.
Ma anche da noi i critici non mancano. L’ex presidente ceco Vaclav Klaus ha costruito da anni una critica ideologica delle politiche climatiche, presentando il riscaldamento globale come una ‘dottrina’ politica e una minaccia alla libertà economica. In Italia Giorgia Meloni pur non negando il fenomeno del cambiamento climatico ha più volte ribadito la contrarietà a un ‘approccio troppo ideologico e poco pragmatico’ come quello del Green Deal europeo, che infatti si è impegnata a ‘smontare’. Ha poi fatto molto discutere, in settimana, la dichiarazione del presidente del Senato Ignazio La Russa, secondo cui ai ‘Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima, e sopravvivono, vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo’. Senza tener presente che ai Caraibi, infatti, c’è tutt’altro stile di vita. A un passo dal negazionismo è Matteo Salvini secondo cui, per esempio, l’uomo influisce sul cambiamento climatico ‘come un raffreddore durante un temporale’ e del resto ‘d’estate fa caldo, d’inverno fa freddo. Mio nonno mi diceva che quando fa caldo bisogna stare all’ombra’. Ancora un passetto e siamo a Roberto Vannacci che il 13 giugno, durante l’assemblea costituente di Futuro nazionale, ha attaccato il Green Deal europeo e sostenuto che investire nelle rinnovabili sarebbe uno spreco, affermando che eolico e fotovoltaico produrrebbero ‘meno del 4 per cento’ del fabbisogno energetico italiano.
I dati reali (Eurostat), tuttavia, sono molto diversi: le fonti rinnovabili (compreso l’idroelettrico) nel 2024 hanno coperto in Italia il 40,65% del fabbisogno energetico nel settore elettrico, il 19,39% del consumo energetico totale, compresi il settore del riscaldamento/raffreddamento degli edifici (20,22%), e quello dei trasporti (9,95%). Nel primo trimestre del 2026, d’altra parte, le fonti rinnovabili hanno fornito il 46% dell’energia per la generazione di elettricità nell’Ue.
Intanto, due questioni controverse stanno diventando sempre più attuali nel dibattito politico: da una parte, la polemica intorno all’aria condizionata, se debba essere considerata necessaria per il benessere delle persone o nociva per il clima, e se l’installazione degli impianti che la producono debba essere incentivata o no, anche con misure di sostegno pubblico; dall’altra il sempre crescente problema dello ‘stress da caldo’ e delle aree esposte ad alte temperature ambientali nei luoghi di lavoro, con la necessità di una regolamentazione europea, oggi mancante, che fissi almeno degli obblighi e standard minimi da rispettare per tutelare la salute fisica e psicologica dei lavoratori e per evitare infortuni e perdite massicce di produttività quando il termometro continua a salire ben oltre le medie stagionali.
Sul primo punto, la polemica sta infuriando in particolare in Francia, dopo l’ondata di calore senza precedenti di fine giugno. Nell’Ue i condizionatori sono relativamente poco diffusi: solo il 20% delle abitazioni ne fa uso, contro il 90% di Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. Tradizionalmente, si può dire che la destra è favorevole incondizionatamente all’aria condizionata, mentre la sinistra e i Verdi la vedono come una soluzione sostanzialmente incompatibile con le politiche contro il cambiamento climatico, a cui ricorrere solo come ultima risorsa e in caso di assoluta necessità, visto l’alto consumo energetico degli impianti, con il rischio di ingolfare le reti elettriche nei momenti di picco, e il rigetto di aria calda nell’ambiente esterno, che fa salire ancora di più le temperature nei centri urbani.
Una soluzione ragionevole di compromesso, almeno dal punto di vista dell’impatto sui consumi elettrici, potrebbe essere quella di accordare incentivi all’installazione dei condizionatori d’aria solo se alimentati con energia proveniente direttamente da impianti di fonti rinnovabili locali, installati nello stesso edificio o comunque vicine, ad esempio secondo il modello dei ‘distretti’ già usato per il riscaldamento.
La Commissione europea, tuttavia, non ha ancora una posizione precisa sulla questione. Ma la situazione potrebbe presto cambiare. Durante il briefing quotidiano per la stampa del 29 giugno, un giornalista di Euronews ha posto una interessante domanda ai portavoce dell’Esecutivo comunitario. La Commissione, ha chiesto, ritiene l’aria condizionata uno strumento efficace, da sostenere e incentivare, generalizzandone il ricorso nell’Ue; o, al contrario, considera che i condizionatori peggiorino il problema, rigettando aria calda all’esterno e spingendo in alto domanda di elettricità? La risposta della portavoce per il Clima, l’Energia e l’Ambiente, Anna-Kaisa Itkonen, è stata all’inizio poco risolutiva e quasi imbarazzata, ma alla fine ha dato un’indicazione utile. ‘Non credo che abbiamo una posizione o un punto di vista particolare sull’aria condizionata. Ma abbiamo politiche in atto e stiamo intervenendo sul patrimonio edilizio degli Stati membri dell’Ue, che, come sappiamo, è costituito dalla maggior parte da edifici residenziali e appartamenti che non dispongono di aria condizionata. Non è un elemento tradizionalmente integrato, soprattutto considerando che gran parte del nostro patrimonio immobiliare è piuttosto datato. In questo contesto, la nostra politica in materia di riscaldamento e raffreddamento tiene conto anche di questo aspetto, quando sono in corso importanti ristrutturazioni negli Stati membri’. Il riferimento è, in particolare, alla direttiva sulle performance di efficienza energetica degli edifici (conosciuta in Italia come direttiva ‘case green’). ‘Insomma – ha ribadito la portavoce -, non abbiamo una posizione ufficiale a favore o contro l’aria condizionata, ma affrontiamo questo tema come un’area politica che riguarda la ristrutturazione e l’efficienza energetica degli edifici e degli appartamenti residenziali, nonché come parte della nostra strategia abitativa’. D’altra parte, ha aggiunto, ‘dobbiamo esaminare questo aspetto nell’ambito delle nostre competenze’. Bisogna chiedersi, cioè, ‘fino a che punto la Commissione intende dire ai cittadini cosa devono o non devono fare. Il punto di partenza delle nostre politiche è ovviamente dove vogliamo arrivare, come possiamo farlo nel modo più efficiente ed efficace possibile, in linea con le nostre politiche a lungo termine sulla transizione pulita e con i nostri obiettivi climatici. Ma molte di queste decisioni spettano, naturalmente, agli Stati membri’.
A questo punto, la portavoce ha finalmente introdotto un nuovo elemento. ‘Aggiungo un’altra cosa: tra qualche settimana – ha annunciato – avremo il piano d’azione Ue per l’elettrificazione. Si tratta di un piano che esaminerà gli ostacoli e le diverse misure mirate per elettrificare i sistemi di riscaldamento e raffreddamento. Perché ovviamente, una domanda che dobbiamo porci anche per i condizionatori d’aria è: come viene prodotta l’energia, come viene prodotta l’elettricità? Da dove proviene? Questi sono alcuni degli aspetti – ha concluso Itkonen – che verranno presi in considerazione nel piano d’azione per l’elettrificazione, che sarà presentato a breve’, probabilmente già a fine luglio.
L’altra questione, quella delle misure a tutela dei lavoratori contro le ondate di calore, è stata oggetto di una conferenza, il 25 giugno a Bruxelles, in cui, su proposta delle federazioni dei sindacati europei dei settori agroalimentare e turistico (Effat), delle costruzioni e del legno (Efbww) e del settore pubblico (Epsu), è stato presentato un approfondito rapporto coordinato dall’Istituto sindacale europeo (Etui), un centro indipendente di ricerca, studi e formazione della Confederazione europea dei Sindacati (Ces).
Con le sue 77 pagine, il rapporto, dal titolo ‘Cambiamenti climatici e salute dei lavoratori: proteggere i lavoratori dal calore e da altri rischi legati al clima’ contiene anche un modello per una dettagliata proposta di direttiva da sottoporre alla Commissione europea affinché la faccia propria e la presenti formalmente come proposta legislativa (naturalmente con le modifiche che riterrà opportune) al Consiglio Ue e al Parlamento europeo. Il modello di direttiva riguarda specificamente l’esposizione dei lavoratori allo stress causato dal calore eccessivo sul posto di lavoro (‘Workplace Heat Stress’), e presenta una serie di requisiti minimi di sicurezza e tutela della salute che gli Stati membri dovrebbero adottare per colmare una lacuna normativa sempre più grave, dal momento che la legislazione europea in materia di salute e sicurezza sul lavoro affronta il problema del calore eccessivo solo indirettamente. Non esistono, infatti, limiti di esposizione armonizzati a livello europeo, né norme minime vincolanti per proteggere adeguatamente i lavoratori dai rischi legati alle ondate di calore. Questa tutela dipende dunque da normative nazionali eterogenee, quando esistono, e spesso solo dalla buona volontà dei datori di lavoro.
Secondo il rapporto, che è stato redatto e presentato da Marouane Laabbas-el-Guennoni e Andreas D. Flouris, ogni anno 130 milioni di lavoratori in Europa sono esposti allo stress da calore sul luogo di lavoro, con circa 277,000 infortuni e 230 decessi correlati. E circa otto casi su 10 di infortuni correlati al calore si verificano in normali giornate lavorative calde, non durante ondate di calore ufficialmente dichiarate. Inoltre, i rischi non si limitano ai settori all’aperto come l’edilizia e l’agricoltura, ma stanno colpendo sempre più i magazzinieri, il personale di cucina e del settore alberghiero, gli operatori sanitari e altri lavoratori che operano in ambienti chiusi, privi di un’adeguata ventilazione. Va notato anche che i rischi legati al calore eccessivo non riguardano solo l’Europa meridionale, ma sono in aumento anche nell’Europa centrale e settentrionale, dove i luoghi di lavoro e le normative sulla tutela dei lavoratori non sono stati originariamente concepiti per gestire periodi prolungati di alte temperature.
Secondo gli autori del rapporto, la temperatura ottimale sul posto di lavoro dovrebbe essere attorno ai 16 gradi centigradi. Ogni grado in più comporta perdite di produttività, in media del 2%, ma incrementali: più basse del 2% fino a 21-22 gradi, e poi sempre più alte quando si supera questa soglia. E si prevede che le perdite di produttività legate al caldo aumenteranno significativamente entro il 2030 in quasi tutte le regioni d’Europa. In assenza di norme vincolanti, i lavoratori precari sono quelli meno in grado di tutelarsi: lavoratori stagionali, migranti, coloro che lavorano su piattaforme digitali e per le aziende in subappalto, che spesso non possono rifiutare lavori pericolosi o estremamente faticosi con alte temperature, e non usufruiscono di pause retribuite, idratazione e riparo in luoghi all’ombra.
Il modello di direttiva propone, in particolare: 1) Temperature massime di esercizio vincolanti e limiti di esposizione, basati su parametri scientifici riconosciuti. Superate queste soglie, il lavoro deve essere adeguato o sospeso; 2) Valutazioni del rischio legato al calore eccessivo, obbligatorie per i datori di lavoro, da inserire nelle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro; 3) Disposizioni vincolanti in materia di riposo e ciclo lavorativo, tra cui pause retribuite, idratazione, accesso a luoghi ombreggiati o con aria condizionata, e orari di lavoro modificati durante i periodi di caldo intenso; 4) Misure di protezione specifiche per i settori e i gruppi più esposti, compresi in particolare i lavoratori dell’edilizia, dell’agricoltura, dei trasporti, della gestione dei rifiuti e del settore alberghiero, nonché coloro che lavorano in ambienti interni scarsamente climatizzati, con particolare attenzione ai lavoratori con contratti di lavoro precari; 5) Misure di salvaguardia del reddito e della sicurezza del lavoro, con la garanzia che le misure preventive come la riprogrammazione, la riduzione del ritmo o le interruzioni del lavoro non comportino una perdita di retribuzione per i lavoratori; 6) Partecipazione dei lavoratori nella progettazione e nell’applicazione delle misure di protezione dal calore eccessivo sul luogo di lavoro, attraverso i loro rappresentanti per la sicurezza e il ruolo dei sindacati nella contrattazione collettiva.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli
