Chi guida l’Iran? L’assenza di Mojtaba ai funerali del padre pone dubbi
Roma, 5 lug. (askanews) – Il funerale di Stato di Ali Khamenei, pensato dalla Repubblica islamica come una prova di unità dopo la guerra con Stati uniti e Israele, sta diventando anche la prima grande prova di visibilità per il suo successore. Una prova che Mojtaba Khamenei, almeno per ora, non può sostenere.
A quasi cinque mesi dall’attacco del 28 febbraio in cui la guida suprema iraniana è stata uccisa insieme a diversi familiari, Teheran ha aperto una lunga settimana di cerimonie che si concluderà il 9 luglio con la sepoltura a Mashhad. Le autorità iraniane parlano di milioni di partecipanti, con un corteo che attraverserà Teheran, Qom e le città sante sciite irachene di Najaf e Karbala prima del ritorno della salma in Iran. Ma l’assenza più evidente è quella del nuovo uomo forte della Repubblica islamica.
Mojtaba Khamenei non è apparso in pubblico dalla morte del padre e, secondo il New York Times, ripreso da diverse testate internazionali, i responsabili della sicurezza iraniana avrebbero respinto la sua richiesta di partecipare alla sepoltura e guidare la preghiera funebre. Il timore non sarebbe legato a questioni protocollari o politiche, ma alla possibilità che Israele possa colpirlo o localizzarlo seguendo i suoi spostamenti fino al luogo segreto in cui si trova.
La scena dei funerali ha reso ancora più marcato il contrasto. Le immagini diffuse da Teheran hanno mostrato tre altri figli di Ali Khamenei, Mostafa, Meysam e Masoud, accanto alla bara del padre, mentre il nuovo leader è rimasto invisibile. La preghiera funebre è stata guidata dal grande ayatollah Jafar Sobhani, 97 anni, alla Grande Mosalla di Teheran, alla presenza del presidente Masoud Pezeshkian, del presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e di vertici militari e politici.
L’assenza di Mojtaba alimenta da mesi interrogativi sulla sua salute e sulla reale struttura del potere a Teheran. Il Guardian ha riferito già a marzo, citando l’ambasciatore iraniano a Cipro, che il figlio di Khamenei era rimasto ferito nello stesso attacco in cui erano morti il padre, la moglie e il figlio adolescente. Secondo una successiva inchiesta del New York Times, ripresa da Ynet e da altri media, Mojtaba avrebbe subito gravi lesioni a una gamba, diversi interventi chirurgici, ustioni al volto e alle labbra che renderebbero difficile parlare in pubblico, e sarebbe in attesa di una protesi.
La segretezza intorno alla nuova guida suprema avrebbe modificato anche il funzionamento della Repubblica islamica. Secondo le stesse ricostruzioni, le comunicazioni con Mojtaba avverrebbero attraverso messaggi scritti a mano, sigillati e consegnati da una catena di corrieri, per evitare segnali elettronici intercettabili. Anche alti comandanti dei Guardiani della rivoluzione eviterebbero visite ripetute, per non creare schemi di movimento tracciabili dall’intelligence israeliana.
In questo vuoto di presenza pubblica, il peso dei Pasdaran appare cresciuto. Secondo ricostruzioni del New York Times riprese dalla stampa internazionale, figure come Ahmad Vahidi, Mohammad Bagher Zolghadr e Yahya Rahim Safavi avrebbero assunto un ruolo centrale nella gestione della sicurezza, della guerra e della strategia negoziale. Mojtaba, formalmente al vertice, viene descritto più come un coordinatore tra diversi centri di potere militare che come un decisore assoluto sul modello del padre.
La trasformazione si vede anche nei negoziati con Washington. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, a lungo volto della diplomazia iraniana, risulterebbe ridimensionato, mentre Ghalibaf, ex comandante dei Guardiani della rivoluzione e oggi presidente del Parlamento, è emerso come figura centrale nei contatti con gli Stati uniti. Le Monde aveva già segnalato il suo ruolo crescente nei colloqui, spiegandolo anche con l’assenza prolungata di Mojtaba e con la morte di altri uomini chiave dell’apparato iraniano.
Dietro la facciata del lutto nazionale, la successione sta quindi mostrando divisioni che con Ali Khamenei erano rimaste più contenute. Da un lato c’è una linea più pragmatica, legata a Pezeshkian, Ghalibaf e Zolghadr, favorevole a preservare la tregua e a proseguire il negoziato con Washington per evitare il collasso economico. Dall’altro, settori oltranzisti dei Guardiani della rivoluzione e del fronte conservatore continuano a opporsi a concessioni agli Stati uniti, chiedendo di mantenere la linea dello scontro.
La pressione economica pesa sulla scelta. Secondo le ricostruzioni circolate sulla stampa internazionale, il governatore della Banca centrale Abdolnaser Hemmati avrebbe avvertito i vertici del sistema del rischio di una grave crisi di bilancio e di carenze di cibo e medicinali se guerra e sanzioni fossero proseguite. E’ su questo sfondo che Mojtaba avrebbe autorizzato il negoziato, pur mantenendo una retorica pubblica di resistenza.
Il funerale di Ali Khamenei, che avrebbe dovuto offrire l’immagine di una Repubblica islamica compatta, capace di trasformare la morte della sua guida storica in una nuova liturgia di mobilitazione, starebbe invece mostrando, quindi, la fragilità della transizione: un leader supremo che non può apparire alla sepoltura del padre, un sistema di comando costretto alla clandestinità e un apparato militare sempre più visibile al centro della macchina dello Stato.

