Oggi Giornata mondiale del gatto: l’animale che ci ha addomesticati
Roma, 8 ago. (askanews) – C’è probabilmente un equivoco all’origine del rapporto fra l’uomo e il gatto: siamo convinti di averlo addomesticato. Il gatto, con ogni evidenza, non è mai stato informato. Da millenni entra nelle nostre case, dorme sui nostri letti, pretende l’apertura immediata delle porte per poi decidere di non attraversarle, mangia a nostre spese e conserva tuttavia l’atteggiamento di un aristocratico decaduto costretto dalle circostanze a dividere l’appartamento con la servitù.
L’8 agosto, Giornata internazionale del gatto istituita nel 2002, è quindi soprattutto l’occasione per celebrare uno dei più riusciti casi di conquista silenziosa della storia.
La storia comincia migliaia di anni prima della colonizzazione felina d Instagram. Con la nascita dell’agricoltura, nel Vicino Oriente, gli uomini iniziarono ad accumulare cereali. Dove ci sono cereali arrivano i topi e dove ci sono topi, inevitabilmente, qualcuno prima o poi manda un gatto. Solo che, in questo caso, il gatto arrivò praticamente da solo. I progenitori del gatto domestico, appartenenti alla linea del gatto selvatico africano Felis silvestris lybica, trovarono nei primi insediamenti umani un ristorante aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Gli uomini si accorsero che quei piccoli predatori tenevano lontani i roditori e decisero saggiamente di non cacciarli. I gatti, da parte loro, scoprirono che gli esseri umani erano una specie tutto sommato sopportabile, purché producessero abbastanza topi. Era nato un patto che dura ancora oggi. Le evidenze archeologiche e genetiche fanno risalire questa lunga frequentazione a circa 9.000-10.000 anni fa, con una delle testimonianze più antiche a Cipro.
Poi venne l’Egitto, e il gatto comprese finalmente quale fosse il trattamento che gli spettava.
Nella civiltà egizia i felini furono associati a Bastet, divinità protettrice della casa e della fertilità femminile, rappresentata anche in forma di gatto o come donna dalla testa felina. Vennero raffigurati nelle tombe, tenuti nelle case e mummificati; a Bubastis e Saqqara sono state trovate enormi quantità di mummie e statuette votive. Attenzione, però, alla solita semplificazione secondo cui ‘gli egizi adoravano i gatti’: il British Museum precisa che i gatti erano considerati manifestazioni associate alla dea, non divinità individuali da venerare in quanto tali. Rimane comunque difficile immaginare un’altra epoca nella quale un animale domestico sia riuscito a ottenere contemporaneamente vitto, alloggio, gioielli, statue di bronzo e sepoltura rituale. Per il gatto dev’essere stato il periodo d’oro.
Da lì i gatti seguirono le rotte degli uomini. Viaggiarono nel Mediterraneo, raggiunsero l’Europa, salirono sulle navi e fecero quello che sapevano fare meglio: cacciare i roditori senza accettare ordini da nessuno. Le analisi del Dna antico mostrano una prima espansione legata alle popolazioni del Vicino Oriente e una successiva importante diffusione di gatti provenienti dall’Egitto. Secoli dopo li troviamo anche lungo le vie commerciali e sulle imbarcazioni che solcavano mari sempre più lontani. L’impero del gatto, a differenza di molti imperi umani, non aveva bisogno di eserciti: gli bastavano le stive piene di sorci.
Naturalmente, una volta sistematosi nelle nostre case, il gatto si è dedicato alla seconda fase del progetto: conquistare le celbrities.
Abraham Lincoln era un appassionato di gatti. Il segretario di Stato William Seward gli regalò Tabby e Dixie, considerati i primi gatti presidenziali della Casa bianca. Mary Todd Lincoln, interrogata su quale fosse l’hobby del marito, avrebbe risposto semplicemente: ‘i gatti’. Non la politica, non il teatro, non la lettura: i gatti. Una risposta che potrebbe forse spiegare meglio di molte biografie la pazienza necessaria per governare gli Stati uniti durante una guerra civile. Un famoso aneddoto racconta che durante una cena formale alla Casa Bianca, Lincoln nutrì Tabby usando una forchetta d’oro. Alle lamentele della moglie, rispose che se la forchetta era andata bene per il precedente presidente Buchanan, andava bene anche per il gatto.
Winston Churchill ebbe invece un debole per un gatto rosso chiamato Jock. La tradizione è sopravvissuta al primo ministro: a Chartwell, la sua residenza nel Kent, continua a vivere per volontà della famiglia un gatto color marmellata con pettorina e zampe bianche chiamato Jock. Quello attuale è Jock VII. Pochissimi statisti sono riusciti a fondare una dinastia così longeva; Churchill ci è riuscito con un gatto.
Ernest Hemingway fece ancora meglio. Nella sua casa di Key West vive tuttora una colonia di una sessantina di gatti, molti dei quali polidattili, cioè provvisti di dita supplementari. La tradizione li lega a Snow White, la gatta a sei dita ricevuta dallo scrittore. Oggi la Hemingway Home and Museum è probabilmente l’unico museo letterario nel quale metà dei visitatori entra per vedere dove lavorava un premio Nobel e l’altra metà per contare le dita delle zampe dei suoi gatti.
C’è stato perfino un gatto astronauta. Il 18 ottobre 1963 la Francia lanciò nello spazio Félicette, una gatta bianca e nera che compì un volo suborbitale e tornò viva sulla Terra. Per decenni la sua storia è rimasta molto meno famosa di quella della cagnetta sovietica Laika, finché Félicette non ha ricevuto anche una statua commemorativa. E’ difficile sapere cosa pensasse dell’esplorazione spaziale, ma conoscendo i gatti è ragionevole immaginare che, una volta recuperata la capsula, abbia preteso immediatamente di uscire e poi abbia esitato sulla soglia.
E poi c’è il gatto più celebre che non è mai esistito: quello di Erwin Schroedinger. Nel 1935 il fisico austriaco inventò il celebre esperimento mentale nel quale un gatto chiuso in una scatola, secondo una certa interpretazione della meccanica quantistica, dovrebbe essere considerato contemporaneamente vivo e morto finché qualcuno non apre il contenitore. Da allora generazioni di studenti hanno cercato di capire la fisica quantistica preoccupandosi soprattutto per la sorte del gatto. Forse è questo il vero successo dell’esperimento.
La letteratura, invece, si è arresa molto prima.
Edgar Allan Poe trasformò un gatto nero in un’incarnazione del rimorso e dell’orrore. Lewis Carroll regalò ad Alice il Gatto del Cheshire, capace di scomparire lasciando nell’aria soltanto il sorriso: comportamento che chiunque viva con un felino giudicherà perfettamente realistico. T.S. Eliot dedicò ai gatti un intero libro di poesie, ‘Old Possum’s Book of Practical Cats’, dal quale molti anni più tardi sarebbe nato il musical ‘Cats’.
Ma forse nessuno ha compreso meglio la superiorità intellettuale del gatto quanto Natsume Soseki. Nel suo ‘Io sono un gatto’ (‘Wagahai wa neko de aru’), pubblicato a partire dal 1905, a raccontare la storia è un gatto senza nome che osserva gli esseri umani del Giappone dell’epoca Meiji e ne registra ambizioni, debolezze, vanità e assurdità. Persino il giapponese scelto per dire ‘io’, wagahai, è pomposo e altezzoso, quasi da gran signore. E’ un espediente perfetto per descrivere quanto siano ridicoli gli umani: Soseki sceglie l’unico essere vivente che li osserva ogni giorno dalla distanza necessaria. Cioè, dal divano.
Anche i pittori hanno avuto poche possibilità di resistere. I gatti attraversano secoli di arte sacra e profana, ritratti domestici, stampe, disegni e manifesti. Manet piazzò un gatto nero ai piedi della protagonista della sua ‘Olympia’: schiena arcuata e coda sollevata, diventò uno degli elementi più provocatori di un quadro che al Salon del 1865 provocò già scandalo in abbondanza. Il Musée d’Orsay lo definisce probabilmente il gatto più famoso della storia della pittura. Théophile-Alexandre Steinlen fece invece del grande gatto nero del ‘Chat Noir’ uno dei simboli grafici più riconoscibili della Parigi fin de siècle. Turner, Gwen John e innumerevoli altri artisti hanno poi provato a ritrarli mentre dormono, giocano o fissano il pittore con quell’espressione che sembra significare: ‘Hai davvero intenzione di vendere questa cosa?’.
La musica non poteva essere da meno. In Italia basta dire ‘La gatta’ di Gino Paoli perché appaia immediatamente un tetto, una soffitta e una certa malinconia. Generazioni di bambini hanno invece scoperto le difficoltà della diplomazia internazionale grazie a ‘Volevo un gatto nero’, storia di una transazione commerciale fallita perché la controparte consegna un gatto bianco. I Cure fecero ballare i gatti con ‘The Lovecats’. E Freddie Mercury, che di gatti ne ebbe parecchi, dedicò addirittura ‘Delilah’, nell’album ‘Innuendo’ dei Queen del 1991, alla sua amatissima gatta. Nella registrazione Brian May arrivò a far miagolare la chitarra. Quando un gruppo capace di incidere ‘Bohemian Rhapsody’ finisce per imitare un gatto in studio, si può ragionevolmente considerare completata la conquista del rock.
Nel frattempo il gatto ha conquistato anche l’ultimo territorio che gli mancava: Internet. Qui ha trovato il proprio habitat naturale. Fotografie, video, meme, gatti che cadono, gatti che saltano, gatti che suonano il pianoforte, gatti arrabbiati, gatti perplessi e gatti che fissano il vuoto apparentemente perché vedono entità alle quali noi non abbiamo accesso. Qualunque fosse il progetto iniziato diecimila anni fa davanti a un granaio del Vicino Oriente, bisogna riconoscere che ha funzionato.
Il cane ha accettato di diventare il migliore amico dell’uomo. Il cavallo ha trasportato eserciti, mercanti e imperatori. Il bue ha lavorato nei campi. Il gatto ha scelto una strategia differente: non fare quasi nulla di quanto gli viene chiesto, rendersi indispensabile lo stesso e convincerci che ogni minimo gesto di affetto sia un privilegio. E forse è proprio questo il suo capolavoro. Da divinità egizia ad animale da compagnia, da cacciatore di topi a personaggio letterario, da compagno di presidenti e scrittori a protagonista assoluto dei social network, il gatto ha attraversato la storia senza perdere la sua caratteristica fondamentale: l’impressione di trovarsi sempre nel posto giusto e che, semmai, siamo noi a esserci seduti troppo vicino.

