Un mese per dire no alla riparazione di un ausilio per disabili, poi lo aggiusta il papà con 13,99 euro
ATTUALITA', Disabilità
di Cinzia Timpano  
il 04/09/2026

Un mese per dire no alla riparazione di un ausilio per disabili, poi lo aggiusta il papà con 13,99 euro

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Corrado Adamo, papà di un ragazzo con disabilità gravissima che si è scontrato con la solita infernale macchina burocratica per la riparazione del sellino di una specie di deambulatore fondamentale per la routine del proprio figlio

Un mese per dire no alla riparazione di un ausilio per disabili, poi lo aggiusta il papà con 13,99 euro.

Riceviamo e pubblichiamo la lettera del papà di un ragazzo con disabilità gravissima la cui routine si è scontrata con l’incomprensibile e spesso infernale macchina burocratica.

Per la riparazione di un ausilio fondamentale nella quotidianità del ragazzo con disabilità, la famiglia ha aspettato un mese.

Già ma un mese per dire «non si può riparare», non per ottenere l’ausilio riparato.

E così il papà ha acquistato in autonomia il materiale per riparare l’attrezzatura – meno di 15 euro – e lo ha fatto da sé. Probabilmente l’antico adagio gli dà ragione – chi fa da sé fa per tre – ma il punto è che la riparazione è stata giudicata «non sostenibile e l’ausilio non riparabile» come si evince dalla scheda di intervento.
Possibile? «Un servizio pubblico che impiega un mese per dire “non si può fare” in situazioni di grave fragilità sociale non è né efficiente né efficace» dice il papà.

Qui sotto, la lettera aperta di Corrado Adamo, caregiver familiare convivente. che ha spedito il suo scritto anche alla direzione generale dell’azienda Usl, agli organi di informazione, all’assessorato alla Sanità, alla Presidenza del Consiglio regionale e gruppi consiliari.

Scrivo come padre di un ragazzo con disabilità gravissima: condizione ampiamente documentata agli atti dei rispettivi uffici.

Fino a poco tempo fa il servizio di riparazione ausili funzionava.

Chi vi lavorava ascoltava, sulle riparazioni rispondeva in tempo brevi, trovava soluzioni adeguate.

Gli addetti della ditta precedente hanno riparato più volte la copertura della sella, di cui più avanti, in pochi giorni, senza tante storie, perché quello era il loro lavoro.

Da quando la gestione è passata a un nuovo affidatario, le difficoltà sono emerse da subito e non si sono più fermate. Al posto di un servizio abbiamo trovato una procedura: un sistema burocratizzato alla stregua del peggior ufficio.

I fatti

5 luglio. Chiedo la riparazione della sella di un ausilio molto particolare, che mio figlio utilizza per diverse ore al giorno. Senza quell’ausilio ha limitazioni nei movimenti, ergo non si muove e, soprattutto, rischia di perdere competenze acquisite negli anni.

Non è un accessorio: è parte della sua giornata, si sposta in ambienti conosciuti.

Risposta della ditta: bisogna sentire la sede centrale, non si sa quanto tempo occorra.

Dopo dieci giorni. Torno a chiedere. Mi si risponde che è troppo presto per aspettarsi una risposta, perché si stanno raccogliendo i preventivi.

Preventivi di che cosa? L’ausilio è brevettato, il pezzo è specifico, il fornitore è uno soltanto – la ditta costruttrice – e la spesa è contenuta.
Si è dunque cercato il migliore offerente in un mercato composto da un unico venditore?

Quei preventivi non servivano a decidere nulla. Servivano ad alimentare una procedura.

Dopo un mese. Mi telefonano per chiedere se possono passare da casa nel pomeriggio a consegnarmi una nota scritta: l’ausilio non è riparabile.

Un mese per arrivare a un “no”, e la premura di portarmelo a domicilio, impiegando ore di lavoro per un foglio che un’email avrebbero recapitato in tre secondi.

In tutta questa storia, l’unica cosa consegnata con sollecitudine è stata la comunicazione che non si sarebbe fatto nulla.

Il giorno dopo decido di andare io a ritirare la scheda di intervento – che naturalmente va firmata: in linea con l’efficienza, non certo con l’efficacia. U

n rifiuto, si sa, deve restare agli atti con la controfirma del cittadino. La tracciabilità è obbligatoria; il risultato, facoltativo. Leggo: «riparazione non sostenibile. Ausilio non riparabile».

Mi si spiega che la ditta non ha colpa, perché la decisione spetta all’ufficio responsabile dell’azienda Usl.

Sterile calcolo di convenienza economica?

Cerchiamo di capirci.

La riparazione ha un costo “non sostenibile”: quindi, anziché sostituire la copertura di una sella, è conveniente, ergo sostenibile, comprare, un May Walk nuovo.

Proviamo ad applicare il principio al mondo in cui vivono tutti gli altri.

Si taglia il sedile dell’automobile: si compra un’automobile nuova.
Si rompe la sella della bicicletta: si cambia la bicicletta.
Si scuce una tasca: si butta il cappotto.

Ma conviene a chi? Non a mio figlio, che nel frattempo resta senza.

Non al contribuente, che pagherebbe circa 2600 euro iva 22% (4% all’avente diritto) invece di qualche cento euro per la sola sella, sedile, seduta.

Io non ho chiesto una modifica, una personalizzazione, un’applicazione aggiuntiva. Ho chiesto la riparazione di un guasto. Si chiama manutenzione ordinaria. Siamo punto e a capo.

Come è andata a finire?

17 agosto. Risalgo al referente del servizio riparazione ausili dell’azienda Usl della Valle d’Aosta e chiedo di sapere perché tutti questi ritardi e in base a quale criterio si sia deciso di non ammettere la riparazione dell’ausilio per il semplice ricambio della similpelle lacerata della sella – guasto documentato dalle fotografie inviate a più persone.

Persona gentilissima: mi assicura che hanno molto a cuore le persone con disabilità e il corretto funzionamento del servizio, che indagherà e mi farà sapere. Nel frattempo la sella rimane lacerata, 1° settembre, due settimane, 14 giorni. Il nulla.

La riparazione fai da te

Nel frattempo, conoscendo il funzionamento di certi “meccanismi”, ho comprato una similpelle adesiva sul mercato online. Ho tolto quattro viti e staccato la copertura lacerata. Ho inserito una fascia di rinforzo. Ho messo la similpelle nuova – purtroppo, me ne avanzerà per altre due riparazioni!
Ho speso ben 13,99 euro e francamente mi sono vergognato, ma non certo per me.
Certo il lavoro è fatto da un caregiver familiare convivente (CFC), un padre con un minimo di manualità, non certo da ditta specializzata ma la sella svolge nuovamente la sua funzione. Certo che io costo proprio poco!

Mi chiedo, allora, a che cosa serva questo servizio come tanti altri? A fare stancare le famiglie?

A prenderci per stanchezza? A farci girare come delle trottole con il cappello in mano? E questo fatto è solo la punta dell’icerberg e l’elenco è lungo, senza soluzione di continuità, qualsiasi passo risulta sempre più problematico e le inefficienze si moltiplicano.

Un servizio pubblico che impiega un mese per dire “non si può fare” in situazioni di grave fragilità sociale non è né efficiente né efficace. È un muro in più fra chi ha un bisogno reale e la risposta a quel bisogno.

Non stavo aspettando un giocattolo. Non stavo aspettando un paio di occhiali da sole. Non chiedo un privilegio.
Chiedo che qualcuno verifichi, con nomi e numeri:

  1. quali tempi di risposta prevede il contratto di affidamento del servizio;
  2. quali penali sono previste in caso di inadempienza;
  3. chi ne controlla il rispetto, e con quale periodicità;
  4. in base a quale criterio scritto un ausilio venga dichiarato “non riparabile” quando la riparazione costa 13,99 euro e mezz’ora di lavoro;
  5. chi è, con nome e cognome, la persona che ha firmato quella valutazione e che si giustifichi ai suoi superiori;
  6. quante altre famiglie stanno aspettando, quante sono soddisfatte o “prendono quello che arriva” per stanchezza o poca padronanza con la burocrazia?

Sono sei domande. Nessuna richiede un preventivo.

L’appello alle altre famiglie

Questa lettera non è soltanto per gli uffici.

So che non sono l’unico, e so che moltissimi non scrivono: per stanchezza, per timore di passare da piantagrane, perché il tempo che resta lo si spende con i propri figli, perché abbiamo capito che se hai bisogno di qualcosa te la devi fare senza troppi protocolli.

Chiedete per iscritto. Fatevi rilasciare per iscritto i dinieghi, con la data e la firma di chi decide.
Conservate le fotografie. Annotate i giorni, abbiate chiaro che siete voi a decidere e non altri per voi.
Raccontatelo: finché ciascuno aspetta da solo, ogni ritardo, ogni disguido ogni inefficienza dei vari servizi di cui i nostri cari hanno diritto, sembra un caso isolato; messi in fila, i casi isolati diventano quello che sono, cioè un sistema che funziona male.
La vergogna non è nostra.
In conclusione i miei sinceri complimenti per l’ennesima riprova del marasma e dell’apatia ma sia chiaro che questo è solo un episodio non paragonabile a quello che viviamo h24, 7/7 in difesa dei diritti dei nostri cari e in qualità di caregiver famigliari conviventi.
Prima o poi capita che la pazienza finisce e i sorrisini non si digeriscono più.

(corrado adamo)

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