Musica: L’Orage travolge Milano e La Scighera
CULTURA & SPETTACOLI
di news il
19/11/2016

Musica: L’Orage travolge Milano e La Scighera

Saranno state le (almeno) quattro generazioni di fan presenti, oppure il doppio omaggio reso al mito Leonard Cohen (con la dedica de La Teoria del Veggente e una magistrale cover di The Partisan) o ancora l’atmosfera di casa che ha pervaso le oltre due ore di concerto. Fatto sta che, venerdì sera, La Scighera di Milano ha visto abbattersi tutta l’energia che L’Orage è capace di sprigionare, regalando una seconda tappa del tour nei club da ricordare.

Il concerto

Ma d’altronde, quando Alberto Visconti e soci decidono di usare “A Loreley” come riscaldamento, per poi dare la prima botta di acceleratore con Povero Diavolo, è difficile aspettarsi qualcosa di diverso. E il pubblico ha apprezzato, restituendo un feedback continuo e affettuoso che ha messo a dura prova le gambe, le braccia e i polmoni di Rémy e Vincent Boniface, Florian Bua e Memo Crestani. Loro, però, sono già abituati anche a ben altre ribalte.

Diverso, invece, è il discorso per Luca Moccia, il giovane bassista che ha preso il posto di Marc Magliano. Il suo esordio è avvenuto la scorsa settimana a Cantù, in un contesto più intimo e raccolto, ma è in terra milanese che è arrivato il suo vero battesimo, come ha ammesso lui stesso al termine della performance: «Mi è mancato un po’ il fiato quando ho visto tutta quella gente» ha detto il giovane aostano. L’emozione, però, è durata davvero poco: le dita hanno iniziato a correre sicure su quel basso e immediatamente anche la postura si è sciolta, sotto lo sguardo attento di “Venso” con cui ben presto sono iniziati anche i continui scambi di attenzione che hanno “liberato” Luca da ogni remora.

E allora via, con “I piedi più belli del Mondo” che fa cantare l’intera Scighera, “L’Orage” che scuote le gambe, “La canzone dell’orecchino (sul sopracciglio)” che lancia l’intero circolo Arci nell’immancabile coregrafia e “Non risparmiare energia” che tira la volata al bis. Un altro sprint, poi il saluto con “Queste ferite sono verdi”. «Oblù oblò cazzo ne so»: lo sapete, lo sapete e se non lo sapete guardate gli occhi (neri o blu fate vobis) di chi era lì per voi e avrete tutte le risposte del caso.(alessandro bianchet)(Foto Roger Berthod)

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