La storia della norma (cambiata) sugli incentivi ai rimpatri di migranti, spiegata bene
Roma, 26 apr. (askanews) – L’imperativo è apparso categorico: incrementare i rimpatri. Non solo quelli coatti in seguito a un ordine di espulsione ma anche i rimpatri volontari assistiti, cioè quelli di migranti che finiscono per decidere di rientrare nei propri paesi d’origine. Un impegno per il governo Meloni e la sua maggioranza, da rivendicare con il proprio elettorato, che ha portato – questa settimana – a sfiorare uno scontro istituzionale senza precedenti con il Quirinale.
Uno scontro che è rientrato, dopo giorni di polemiche politiche, con una doppia firma del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha promulgato la legge di conversione del decreto sicurezza contenente la norma ‘incriminata’ – quella sui rimpatri volontari assistiti, appunto – ed emanato, contestualmente, un provvedimento correttivo, varato in tutta fretta dal Consiglio dei ministri, per cancellare le parti ritenute incostituzionali. Provvedimento che dovrà ora essere trasmesso al Parlamento per essere convertito a sua volta e su cui resta di fatto un’alea di incertezza fino al termine dell’iter di conversione.
La norma ‘incriminata’, introdotta (durante l’iter in Senato) con un emendamento del centrodestra e a prima firma Fdi, puntava ad incentivare i rimpatri volontari assistiti attraverso un compenso di 615 euro per gli avvocati e solo “ad avvenuto rimpatrio”. Veniva coinvolto il Consiglio nazionale Forense che, non appena letta la norma, era saltato sulla sedia contestandone la sostanza perché fuori dalle proprie “competenze istituzionali” e aveva precisato di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione. “Sconcerto” esprimeva l’Associazione nazionale magistrati. Tra l’altro di fronte a un decreto che cancella il gratuito patrocinio per la difesa avverso i provvedimenti di espulsione. Emerso il problema, il 18 aprile, è iniziata una settimana di ‘passione’ per il governo con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ‘convocato’ al Colle.
“Siamo al paradosso: la Camera chiamata a votare una norma incostituzionale, per poi correggerla subito dopo con un nuovo decreto. Una forzatura mai vista”, le parole della segretaria dem Elly Schlein. “Hanno cercato di asservire i magistrati, ora vogliono asservire gli avvocati” trasformati in “burattini”, il referendum sulla giustizia, “non gli ha insegnato nulla”, stanno “creando un grave cortocircuito istituzionale”, aveva sottolineato il presidente M5S Giuseppe Conte.
Entrambi all’attacco della premier Giorgia Meloni che invece ha rivendicato la norma definendola di “assoluto buon senso”, respingendo al mittente le critiche di chi accusava l’esecutivo di aver fatto un “pasticcio” e annunciando che l’articolo 30-bis sarebbe stato rivisto con un provvedimento “ad hoc” in linea con i rilievi “tecnici” del Quirinale. Confermando così indiscrezioni che si erano rincorse per un’intera giornata sulla scelta dell’esecutivo di non modificare il dl sicurezza per evitare un terzo passaggio parlamentare, a pochi giorni dalla scadenza del termine di conversione, il 24 aprile.
Anche individuare la ‘soluzione’ non è stato banale, a cominciare dalle coperture finanziarie che sfiorano il milione e mezzo in tre anni. Il ‘correttivo’ ha fatto saltare il ‘premio’ per i rimpatri dei migranti (non sarà solo “ad avvenuto rimpatrio” ma corrisposto a conclusione del procedimento amministrativo) e lo ha slegato dall’esclusiva assistenza fornita dagli avvocati togliendo ogni riferimento al Consiglio nazionale forense, ipotizzando un ampliamento della platea dei soggetti a mediatori e associazioni. Sarà un decreto del ministero dell’Interno (da emanare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore) a decidere i criteri per l’individuazione dei soggetti che possono svolgere l’attività di assistenza al rimpatrio e per la corresponsione dei compensi.
Un esito che probabilmente lascerà degli strascichi, che giunge al termine di un iter caratterizzato dal muro contro muro in Parlamento su un decreto contestato in toto dai gruppi di minoranza (perché ritenuto “panpenalista” e “repressivo”, un “attacco al dissenso”, “monumento alla propaganda securitaria del governo Meloni”). Difeso però a ‘spada tratta’ dai partiti di governo, che sulle ‘parole d’ordine’ sicurezza e migranti dall’avvio della legislatura ha mostrata sostanziale compattezza. A maggior ragione adesso che il centrodestra deve guardarsi dalla ‘concorrenza’ di Roberto Vannacci, i cui parlamentari hanno criticato il decreto sicurezza, ritenendolo troppo ‘morbido’.
La norma sui rimpatri, in questo contesto, ha avuto un andamento carsico. Sia a Palazzo Madama che a Montecitorio, il decreto è arrivato davanti all’assemblea senza mandato al relatore e senza che la commissione avesse potuto esaminare la gran parte delle proposte di modifica. Modifiche che sono intervenute nell’aula del Senato, dove il governo non ha posto la fiducia per l’esigenza di intervenire su alcuni articoli che presentavano criticità. Dunque, l’emendamento sui rimpatri depositato il 18 marzo, alla scadenza del termine, non è stato discusso in commissione Affari costituzionali. Ripresentato in aula, non ha passato inizialmente il vaglio della commissione Bilancio per carenza di copertura. Ma ne è stato chiesto l’accantonamento in aula in attesa di una riformulazione, e poi è stato approvato, tra votazioni a raffica, il 16 aprile, a un mese di distanza.
Di Costanza Zanchini


