Italia-Usa, nel fortino di Palazzo Chigi tra sospetti e voglia di ricucire
Roma, 27 giu. (askanews) – “Temo che non sia finita qua”. Giorgia Meloni lo aveva detto lasciando il Consiglio europeo di Bruxelles dopo il primo, duro, attacco di Donald Trump all’indomani del G7 di Evian ed è stata facile profeta: il tycoon è tornato a colpire nei giorni successivi, in interviste telefoniche a media italiani o via Truth. Meloni ha risposto, chiudendo la questione, ma poi è arrivata la “sortita” di Mark Rutte, segretario generale della Nato, che il 24 giugno, da Washington, all’emittente (trumpiana) Fox News ha sganciato quella che si è rivelata una “bomba” politica in Italia. “500 aerei americani sono decollati dalle basi Usa in Italia per sostenere Epic Fury, quindi è una cosa enorme”, ha detto Rutte. Suscitando la reazione delle opposizioni italiane, che hanno subito, e coralmente, chiesto al governo di riferire in Parlamento.
A stretto giro è arrivata la replica del Ministero della Difesa, secondo cui il governo ha fatto “esattamente quanto dichiarato alle Camere” e ha autorizzato “esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche (ovvero di attacco, ndr) , nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti”. Linea poi ribadita dalla stessa premier, senza però convincere il centro-sinistra.
Al di là delle parole ufficiali, però, l’intervento di Rutte ha fatto suonare l’allarme al piano nobile di Palazzo Chigi. L’ex premier olandese aveva un ottimo rapporto con Meloni quando entrambi sedevano nel Consiglio europeo. Poi Rutte ha perso la poltrona, assicurato però dal “paracadute” Nato. Alla guida dell’alleanza si è subito distinto per una “fedeltà” totale (eufemismo) a Donald Trump e proprio questo alimenta i sospetti a Palazzo Chigi. “Ricordiamoci che è quello che chiamava Trump ‘daddy’”, sottolinea un rappresentante di primo piano del governo italiano. Il riferimento è all’appellativo daddy, che in italiano si può tradurre “papà”, “babbo” o “paparino”, usato da Rutte per il presidente Usa a margine del summit Nato del giugno dello scorso anno. “Rutte è un politico esperto, pare un po’ incredibile che si sia espresso con questa superficialità su un tema così delicato, che peraltro non riguarda direttamente la Nato”, sottolinea la stessa fonte. Anche la stessa Meloni, viene riferito, si è convinta che si sia trattato di un “tranello” concordato con Trump e ha chiamato Rutte per un ruvido chiarimento.
Comunque sia, ormai la crisi di fiducia tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca è certificata, ma la relazione con gli Stati Uniti – partner commerciale fondamentale per l’Italia – non può essere messa a rischio. Per questo, dopo l’annullamento del business forum di Miami (una decisione “a caldo” di Meloni e di Antonio Tajani, che ha visto qualche critica anche all’interno della maggioranza) l’ordine di scuderia è uno solo: “ricucire” i rapporti diplomatici, pur mostrando fermezza nei confronti di Trump. Per questo l’ipotizzata ‘diserzione’ alla festa per il 4 luglio, prevista per il 2 a Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore in Italia, è rientrata. Meloni non ci sarà ma ha dato via libera ai suoi ministri, che anzi sono sollecitati a partecipare. Ci saranno dunque, tra gli altri, i vice Antonio Tajani e Matteo Salvini, il titolare delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, quello dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e altri. Un modo per siglare, tra i tradizionali hamburger e hot dog, una pace almeno parziale.
Intanto Meloni ha voluto marcare una “svolta” nella politica estera al vertice italo-francese che si è svolto il 25 a Cap d’Antibes. Là, in compagnia del mai amato Emmanuel Macron, ha stemperato le tensioni del passato: “Mi sono un po’ divertita – ha detto – per tutti i retroscena che si facevano sulle nostre relazioni. Siamo due persone che difendono il loro interesse nazionale, ma che sanno lavorare insieme. Questo richiede chiaramente franchezza, anche quando non si è d’accordo. Credo che la cooperazione tra Italia e Francia dimostri che le nostre relazioni non sono state glaciali ma sono state relazioni tra persone serie che parlano di politica”.
I due dovrebbero essere insieme a Parigi anche il prossimo 14 luglio, quando Macron riunirà, nel giorno della festa nazionale francese, i “volenterosi” per una missione navale europea per garantire la sicurezza e la libera navigazione nello Stretto di Hormuz. E intanto procedono all’unisono sul Libano, con il lancio di una coalizione internazionale per supportare il Paese al termine della missione Unifil, e sul prossimo bilancio pluriennale europeo, in cui “il finanziamento delle nuove priorità non deve andare a scapito di Pac e coesione”. Non tutto il male (Trump) vien per nuocere?
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

