Il Giappone invierà 30mila giovani nel mondo per “imparare” l’Ia
AskaNews
di admin Administrator  
il 16/06/2026

Il Giappone invierà 30mila giovani nel mondo per “imparare” l’Ia

Roma, 16 giu. (askanews) – Il governo giapponese punta a mandare all’estero 30mila giovani ricercatori nei prossimi cinque anni per periodi di studio di medio-lungo termine, con l’obiettivo di formare una nuova generazione di scienziati in settori considerati decisivi per la competizione tecnologica globale, dall’intelligenza artificiale al calcolo quantistico.

Il nuovo obiettivo, che coprirà gli anni fiscali dal 2026 al 2030, sarà inserito nella strategia per l’innovazione 2026 che il governo del primo ministro Sanae Takaichi dovrebbe adottare già questo mese. Tokyo considera lo sviluppo delle risorse umane un elemento essenziale per rafforzare la ricerca di base, in un momento in cui Cina, Stati uniti e paesi europei hanno fatto della formazione dei giovani scienziati uno dei pilastri delle rispettive politiche industriali e tecnologiche.

La strategia per l’innovazione sarà la bussola delle politiche scientifiche e tecnologiche per il prossimo anno fiscale. Intelligenza artificiale, semiconduttori e calcolo quantistico sono tra le 17 aree strategiche individuate dal governo Takaichi come prioritarie per mantenere il Giappone agganciato alla frontiera della ricerca mondiale.

Il Giappone dispone già di un programma per inviare all’estero per due anni giovani scienziati che abbiano conseguito il dottorato nei cinque anni precedenti o che siano ancora impegnati nel percorso di dottorato. Il governo valuterà ora un ampliamento del sostegno economico, in modo da ridurre il peso finanziario dei soggiorni all’estero. Dopo la pandemia di Covid-19, vivere fuori dal Giappone è diventato più costoso per l’aumento dei prezzi e per l’indebolimento dello yen. “Abbiamo aumentato alcuni aiuti, ma i nostri sforzi non hanno tenuto il passo con l’inflazione”, ha riconosciuto un funzionario del ministero dell’Istruzione.

I dati del ministero indicano che nell’anno fiscale 2023 i ricercatori giapponesi partiti per programmi di medio-lungo periodo, cioè di almeno 31 giorni, sono stati 3.623, 378 in più rispetto all’anno fiscale precedente. Il numero resta però inferiore alla metà dei 7.674 registrati nell’anno fiscale 2000. Il Giappone è in ritardo anche per numero complessivo di studenti all’estero: nel 2023 erano 8,6 ogni mille iscritti a università e istituzioni analoghe, contro circa 40 in Francia e Germania, 18,1 in Cina e 32,5 in Corea del sud.

La debolezza della mobilità internazionale pesa anche sulla capacità di costruire reti scientifiche globali. Tra gli articoli pubblicati tra il 2019 e il 2021 che rientrano nel 10 per cento più citato, il Regno unito ha registrato 16.801 lavori con coautori internazionali e la Germania 12.617. Il Giappone si è fermato a 4.913.

La scelta di investire sull’invio all’estero di giovani ricercatori si inserisce però in una tradizione molto lunga. La storia giapponese è attraversata da fasi in cui l’apprendimento fuori dai confini dell’arcipelago è stato considerato uno strumento decisivo di modernizzazione, adattamento e rafforzamento nazionale.

Già nell’antichità, monaci, funzionari e studenti giapponesi attraversavano il mare per raggiungere la Cina e acquisire saperi religiosi, amministrativi e tecnici. Tra il VII e il IX secolo, le missioni verso la Cina dei Sui e poi dei Tang portarono in Giappone dottrine buddiste, testi sacri, modelli istituzionali, conoscenze mediche, calendari, forme artistiche e sistemi di scrittura e burocrazia. Figure come Saicho e Kukai, partite per la Cina all’inizio del IX secolo, tornarono con insegnamenti che avrebbero trasformato in profondità il buddismo giapponese e la cultura dell’epoca Heian. L’apprendimento all’estero non era allora una forma di imitazione passiva, ma un processo di selezione e rielaborazione: ciò che veniva acquisito sul continente era adattato alle esigenze politiche, religiose e sociali dell’arcipelago.

Lo stesso schema riemerse con forza nel periodo Meiji, dopo il 1868, quando il Giappone fece dell’acquisizione di conoscenze occidentali uno dei motori della costruzione dello stato moderno. La nuova classe dirigente inviò studenti, funzionari e tecnici in Europa e negli Stati uniti per studiare sistemi costituzionali, diritto, eserciti, marina, ferrovie, industria, università e amministrazione pubblica. La missione Iwakura, partita nel 1871 e rientrata nel 1873, fu il simbolo di questa strategia: osservare da vicino le potenze occidentali per capire come riformare il Giappone e renderlo capace di competere con esse. Visitò anche il giovane Regno d’Italia. Parallelamente, il governo chiamò esperti stranieri (o-yatoi gaikokujin) in patria, ma l’invio di giovani giapponesi all’estero restò un elemento centrale della modernizzazione.

Il nuovo piano per i 30mila ricercatori riprende dunque un motivo ricorrente della storia giapponese: uscire dall’arcipelago per acquisire conoscenze avanzate, costruire reti e poi riportare competenze in patria. La differenza è che oggi il terreno non è più quello dei testi buddisti, delle costituzioni europee o delle tecniche industriali ottocentesche, ma quello della competizione su algoritmi, chip, tecnologie quantistiche e ricerca di base. Tokyo teme che, senza una maggiore esposizione internazionale dei suoi giovani scienziati, il paese possa perdere terreno proprio nelle aree da cui dipenderanno produttività, sicurezza economica e autonomia tecnologica nei prossimi decenni.

[Un’antica tradizione: dai monaci del IX secolo, ai ricercatori di oggi|PN_20260616_00150|sp19| https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/06/20260616_181008_CD9CF1FF.jpg |16/06/2026 18:10:23|Il Giappone invierà 30mila giovani nel mondo per “imparare” l’Ia|Giappone|Estero, Asia]

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