Taiwan, pressione militare Cina si rafforza a est dell’isola
Roma, 25 giu. (askanews) – La pressione militare e marittima cinese su Taiwan entra in una fase nuova e più insidiosa. Alle incursioni quasi quotidiane di aerei e navi militari intorno all’isola, Pechino sta affiancando operazioni di “controllo” e “applicazione della legge” nelle acque a est di Taiwan, un’area cruciale per le rotte commerciali, per i collegamenti con il Pacifico e per un eventuale sostegno esterno a Taipei in caso di crisi.
La Cina ha difeso oggi le attività di pattugliamento e controllo condotte in quell’area, respingendo le preoccupazioni espresse da Stati uniti, Regno unito, Francia e Germania sui rischi per la stabilità regionale, la libertà di navigazione e la sicurezza del traffico marittimo internazionale. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha affermato che, in base al diritto interno cinese e al diritto internazionale, compresa la Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare, Pechino dispone di una zona economica esclusiva e di una piattaforma continentale nelle acque a est di Taiwan.
Secondo Guo, le attività condotte dalle autorità cinesi rappresentano “un legittimo esercizio della giurisdizione” e una misura necessaria per “mantenere la stabilità regionale e l’ordine marittimo”. Il portavoce ha legato le operazioni alle iniziative di Giappone e Filippine sulla delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive e della piattaforma continentale, un dossier che Pechino considera lesivo dei propri diritti e interessi marittimi.
Taipei legge invece la mossa in modo opposto: non come una risposta tecnica a una disputa di delimitazione, ma come un tentativo di trasformare una rivendicazione politica in un fatto amministrativo sul mare. Un alto funzionario taiwanese citato da Nikkei Asia ha accusato la Cina di usare i colloqui tra Tokyo e Manila come pretesto per proiettare la propria pressione più lontano dalle coste cinesi e interferire con la navigazione commerciale in una delle aree più trafficate al mondo.
Il viceministro taiwanese del Consiglio per gli affari oceanici Sung Chen-en ha avvertito che Pechino sta cercando di replicare a est di Taiwan il modello già usato intorno alle isole Senkaku, amministrate dal Giappone e rivendicate dalla Cina, e nel Mar cinese meridionale: presenza costante, pattugliamenti, comunicazioni radio, richieste di informazioni alle navi in transito e progressiva normalizzazione di una giurisdizione contestata. Taipei ha denunciato il caso di tre navi commerciali che sarebbero state “molestate” da unità cinesi impegnate nell’operazione, con richieste su origine e destinazione.
Il punto strategico è che le acque a est dell’isola non sono periferiche. In uno scenario di crisi nello Stretto di Taiwan, proprio da lì potrebbero arrivare rifornimenti, sostegno logistico e accesso da parte di Stati uniti e Giappone. Per questo, secondo diversi analisti, l’attività cinese non riguarda solo il piano diplomatico o giuridico, ma anche la preparazione militare di un eventuale accerchiamento dell’isola.
Negli ultimi anni la Cina ha intensificato la pressione su Taiwan attraverso una combinazione di strumenti militari e di “zona grigia”: sorvoli, attraversamenti della linea mediana dello Stretto, pattugliamenti navali, esercitazioni su larga scala e operazioni della Guardia costiera. Il passaggio della portaerei Fujian nello Stretto di Taiwan, segnalato da Taipei questa settimana, si inserisce in questo quadro di pressione crescente. Il ministro della Difesa taiwanese Wellington Koo ha avvertito che il tempo di preavviso per un eventuale attacco cinese si sta riducendo, mentre le forze armate dell’isola hanno avviato esercitazioni di “prontezza immediata al combattimento”.
La novità, secondo Taipei, è l’integrazione tra presenza militare e strumenti di polizia marittima. Sung ha sostenuto che da circa due anni la Cina fa stazionare unità navali a est di Taiwan con l’obiettivo di sviluppare la capacità di accerchiare l’isola, tagliare i collegamenti con il Pacifico e rendere più difficile un intervento esterno. L’impiego di navi della Guardia costiera e di unità di polizia marittima aggiunge un ulteriore livello di pressione sotto la soglia del conflitto aperto.
La preoccupazione è condivisa da alcune capitali occidentali. La rappresentanza americana de facto a Taipei ha respinto qualsiasi pretesa cinese di interferire con la libertà di navigazione, di sorvolo, di posa dei cavi e con gli altri usi legittimi del mare. Regno unito, Francia e Germania hanno definito “nuove” le azioni cinesi nelle acque orientali e hanno avvertito che minacciano la stabilità regionale e la sicurezza del traffico marittimo internazionale.
Secondo il China Strategic Risk Institute, le operazioni cinesi potrebbero costituire un precedente per future azioni di quasi-blocco o di “law enforcement” capaci di interrompere le catene di approvvigionamento critiche di Taiwan. L’obiettivo, nella lettura del centro di ricerca, sarebbe cancellare Taiwan come attore marittimo autonomo e convertire le rivendicazioni politiche di Pechino su acque internazionali in un “fatto amministrativo”.
Per Taiwan, il rischio più immediato è quello di un incidente. L’aumento di unità militari, navi della Guardia costiera e traffico commerciale in aree contese moltiplica le possibilità di collisioni, errori di calcolo e escalation involontarie. Taipei ha rafforzato negli ultimi anni la propria Guardia costiera e le capacità di sorveglianza delle infrastrutture marittime, compresi i cavi sottomarini, ma la pressione cinese punta anche a logorare le risorse dell’isola e a testarne la volontà politica.
Ogni nuova operazione cinese, ha spiegato Sung, viene contrastata da Taiwan con l’invio di un numero equivalente di unità di pattuglia e con messaggi radio che contestano la giurisdizione di Pechino. Ma il quadro generale resta quello di una pressione progressiva: la Cina non si limita più a mostrare forza nello Stretto o a sud-ovest dell’isola. Ora cerca di rendere permanente anche la sua presenza a est di Taiwan, là dove passano le rotte del commercio e, in caso di crisi, potrebbero passare quelle della sopravvivenza strategica dell’isola.
