Difesa, per SAFE Ue sollecita Italia, ma governo non deciderà prima di settembre
Roma, 4 lug. (askanews) – La decisione del governo italiano sul SAFE (“Security Action For Europe”, lo strumento Ue che fornisce prestiti a tassi agevolati per aumentare gli investimenti nella difesa) sta diventando una telenovela come lo fu quella (in realtà mai conclusa) del Mes: Crosetto che rimanda la palla a Giorgetti, che la rispedisce a Meloni, che la gira al Parlamento. Un tiki-taka (del resto siamo in periodo di Mondiali di calcio) che però più che a trovare gli spazi per entrare in area è finalizzato a guadagnare tempo. Eh sì perché il governo non prenderà una decisione né ora né durante l’estate, perché aspetterà settembre. E anche dopo, visto l’avvicinarsi della campagna elettorale, l’adesione al programma sarà tutta da valutare.
A settembre, infatti, il governo spera ancora di poter uscire dalla procedura Ue per deficit eccessivo dopo aver mancato l’obiettivo per un soffio il 3 giugno scorso, quando il deficit/Pil si è fermato al 3,1%, appena sopra la fatidica soglia del 3%. Il pacchetto d’autunno del “semestre europeo” sulla sorveglianza dei bilanci potrebbe però portare – ed è su quello che punta il governo – a una revisione dei numeri e dunque a una diversa decisione da parte della Commissione. Va precisato che la clausola nazionale di salvaguardia del nuovo Patto di stabilità consiste nel permettere agli Stati membri di superare la soglia del 3% del deficit/Pil fino a un massimo di un punto e mezzo percentuale con la propria spesa per la difesa (e fino allo 0,3%, all’interno di questo margine, per la sicurezza energetica), senza che ciò comporti l’apertura di una procedura Ue per deficit eccessivo (“excessive deficit procedure”, Edp). Ma questo vale solo per i paesi che non sono già sotto procedura. Gli Stati membri in deficit eccessivo, come attualmente l’Italia, prima di poter uscire dalla Edp dovranno comunque riportare il loro disavanzo sotto la soglia del 3% del Pil, senza che sia scomputata la spesa per la difesa. Il vantaggio del ricorso alla clausola di salvaguardia, in questo caso, consiste in una deroga temporanea dal percorso di riduzione della spesa netta che questi paesi devono rispettare per rimettersi in regola. L’aumento della spesa per gli investimenti nella difesa non comporta un aggravamento della procedura, ma alla fine del percorso (di quattro anni, che possono essere estesi a sette, come nel caso dell’Italia) la spesa aggiuntiva dovrà essere stata riassorbita e il debito/Pil dovrà comunque essere in diminuzione rispetto all’anno precedente. L’Italia rischia dunque di aggravare la propria situazione di bilancio con l’indebitamento ulteriore per il prestito SAFE, senza poter usufruire della flessibilità che avrebbe se non fosse sotto l’Edp. E questo spiega la titubanza del governo.
Questa settimana, comunque, Palazzo Chigi ha fatto trapelare che l’Italia attiverà il SAFE solo quando il Parlamento approverà la richiesta della clausola di salvaguardia nazionale. Un “off” arrivato il 2 luglio, poche ore dopo che da Bruxelles era arrivata una “sollecitazione” a Roma. Il portavoce per la Difesa e i Servizi digitali, Thomas Regnier, rispondendo alla domanda di un giornalista durante il briefing quotidiano per la stampa, aveva spiegato che restano pochi mesi al governo italiano per decidere se procedere alla firma dell’accordo di prestito con la Commissione europea al fine di ottenere i prestiti del programma SAFE perchè entro la fine dell’anno, la Commissione dovrà riallocare ad altri Stati membri la parte dei fondi del programma (che in totale sono 150 miliardi di euro) che non sarà stata ancora assegnata ai paesi che ne avevano fatto inizialmente richiesta, ma senza poi confermarla formalmente.
L’Italia aveva manifestato la sua intenzione di chiedere prestiti (finanziati con emissioni di titoli di debito Ue) per 14,9 miliardi di euro nel quadro del programma Safe, senza però poi dare conferma formale di questa richiesta, e sul suo ammontare (in realtà sarebbe molto meno, si parla di 5 miliardi). Alla domanda del giornalista, che si riferiva alle affermazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto, secondo cui l’Italia potrebbe chiedere i fondi Safe da utilizzare nel 2027 e la scadenza non sarebbe la fine di luglio, il portavoce ha risposto: “Per quanto riguarda la data del 2027, vorrei innanzitutto ricordarvi che Safe, in realtà, ha un obiettivo a lungo termine fissato al 2030. Ciò significa che disponiamo di un bilancio di 150 miliardi di euro che erogheremo gradualmente agli Stati membri che hanno firmato gli accordi e i progetti, al fine di investire massicciamente nella nostra industria della difesa entro il 2030. Si tratterà quindi di erogazioni scaglionate, che abbiamo già avviato, in particolare con Polonia, Cipro e Lituania”.
Al momento, ha precisato, “abbiamo 18 Stati membri i cui piani sono stati approvati. Questi 18 Stati membri hanno ricevuto gli accordi di prestito, che devono essere rispettati prima di poter essere firmati. Oggi, mentre vi parlo, abbiamo 10 Stati membri che hanno firmato gli accordi di prestito. Cinque di loro ci hanno rimandato gli accordi e stiamo per procedere a firmarli anche con loro. Ne restano tre, tra cui l’Italia, con i quali dobbiamo assolutamente procedere rapidamente per poter firmare l’accordo ed erogare i fondi, in modo che i progetti possano iniziare sul campo”. “In termini di scadenze – ha detto ancora il portavoce -, la firma deve esserci ora o può essere più tardi? L’obiettivo è di farlo il più velocemente possibile, in modo da poter erogare i fondi ed eventualmente riallocare eventuali finanziamenti non utilizzati entro la fine dell’anno. Perché questa è la scadenza legale: la riallocazione di eventuali fondi non utilizzati deve essere fatta entro quest’anno. Quindi sì, il tempo è essenziale e limitato”, ha sottolineato Regnier. Alla domanda se l’Italia possa permettersi comunque di aspettare ancora, fino a ottobre o novembre, il portavoce ha replicato: “Credo che il contesto politico dimostri che la scadenza era praticamente ieri. Dobbiamo andare avanti, dobbiamo mettere in atto, dobbiamo erogare i fondi, dobbiamo essere in grado di sostenere la nostra industria della difesa”.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli
