Giappone, riforma legge imperiale non apre a successione femminile
Roma, 4 lug. (askanews) – Il Giappone prova a salvare la continuità della monarchia ereditaria più antica del mondo, ma senza toccare il nodo che divide politica e società: la possibilità che una donna, o un discendente per linea femminile, salga sul Trono del crisantemo. Il governo della premier Sanae Takaichi ha approvato un disegno di legge di modifica della Legge sulla Casa imperiale che punta ad arrestare il restringimento della famiglia imperiale: le principesse potranno conservare lo status anche dopo il matrimonio con un cittadino comune e potranno essere adottati nella Casa imperiale maschi discendenti per linea paterna dagli ex rami collaterali privati del rango dopo la seconda guerra mondiale.
La riforma, però, non cambia la regola fondamentale: la successione resta riservata ai soli maschi della linea maschile. In altre parole, la figlia dell’imperatore Naruhito, la principessa Aiko, 24 anni, continuerà a non poter succedere al padre. E il Giappone, pur avendo avuto nella sua storia otto imperatrici regnanti per dieci periodi di regno complessivi, continua a escludere sia un’imperatrice donna in base alla legislazione attuale, sia soprattutto un futuro imperatore nato da una linea materna.
La famiglia imperiale conta appena 16 membri e gli eredi dell’imperatore Naruhito, 66 anni, sono soltanto tre: il fratello minore, il principe ereditario Fumihito, 60 anni; il figlio di quest’ultimo, il principe Hisahito, 19 anni; e lo zio dell’imperatore, il principe Hitachi, 90 anni. Se Hisahito non avrà figli maschi, la linea successoria tornerà a dipendere da una soluzione costruita per via legislativa.
Il disegno di legge tenta di prevenire questo scenario. I maschi adottabili dovranno avere almeno 15 anni, non essere sposati e non avere figli, e dovranno provenire dagli undici ex rami imperiali che condividono con l’attuale dinastia un antenato comune risalente a circa 600 anni fa. Gli adottati, secondo la bozza, non avranno essi stessi diritto di successione, ma i loro discendenti maschi sì. E’ una soluzione tecnicamente complessa, pensata per rafforzare la famiglia imperiale senza modificare l’ordine già previsto, che vede Fumihito tecnicamente primo in linea di successione, poi Hisahito, infine Hitachi.
Takaichi, prima donna alla guida del governo giapponese, ha chiarito che l’urgenza di garantire una successione stabile non significa aprire una discussione sulla linea femminile. “Il fatto storico senza paragoni che la linea imperiale sia stata mantenuta per 126 generazioni attraverso la linea maschile è il fondamento dell’autorità e della legittimità dell’imperatore”, ha detto ai parlamentari del Partito liberaldemocratico. Per la premier conservatrice, il tempo “non è maturo” per discutere ciò che verrà dopo la generazione del principe Hisahito.
Una posizione, questa, che segnala una contraddizione nel messaggio di Takaichi: una premier donna difende una delle istituzioni più rigidamente maschili del sistema giapponese. E lo fa in un Paese nel quale la condizione femminile resta segnata da un divario profondo tra modernità economica e strutture sociali tradizionali. La riforma imperiale, in questo senso, non è solo una questione dinastica, ma è anche il riflesso di una società che continua a chiedere alle donne di reggere molte funzioni pubbliche e familiari senza riconoscere loro pienamente lo stesso potere simbolico e istituzionale degli uomini.
Anche la parte apparentemente più progressiva della riforma mostra questo limite. Le principesse potranno restare nella famiglia imperiale dopo il matrimonio, evitando nuove uscite come quelle avvenute in passato quando le donne della Casa imperiale hanno sposato cittadini comuni. Ma i loro mariti e i loro figli non diventeranno membri della famiglia imperiale. La principessa resterà iscritta nel registro genealogico imperiale, mentre coniuge e figli saranno registrati separatamente nel comune registro di famiglia. Un alto funzionario dell’Agenzia della Casa imperiale ha definito questa condizione come una sorta di posizione “a metà” tra membro imperiale e cittadina comune.
Le dirette interessate sarebbero, oltre ad Aiko, la principessa Kako, 31 anni, seconda figlia del principe ereditario Fumihito; le principesse Akiko e Yoko del ramo Mikasa; e la principessa Tsuguko del ramo Takamado. La loro permanenza servirebbe soprattutto a sostenere le attività pubbliche della Casa imperiale, sempre più difficili da gestire con una famiglia ridotta e anziana. Tuttavia, non avrebbero alcun effetto di allargamento del perimetro reale della successione.
L’opinione pubblica appare molto più avanti della politica. Un sondaggio Kyodo di maggio ha indicato che l’83 per cento degli intervistati sostiene la possibilità di una donna sul trono. Anche in Europa le monarchie hanno progressivamente abbandonato il principio della preferenza maschile: il Regno unito lo ha fatto nel 2013, mentre Svezia e Norvegia hanno già introdotto da tempo criteri di successione fondati sulla primogenitura senza distinzione di sesso.
In Giappone, invece, il tema resta bloccato dall’intreccio tra legittimità imperiale, conservatorismo politico e paura di aprire la porta a un imperatore di linea femminile. I sostenitori della riforma affermano che il mantenimento della linea maschile è la continuità stessa dell’istituzione; i critici rispondono che proprio questa rigidità rende più fragile il futuro della monarchia, perché concentra tutto su pochissimi eredi uomini e continua a escludere figure popolari e preparate come Aiko.
Il caso imperiale si innesta su un quadro più generale. Il Giappone resta ultimo tra i Paesi del G7 nel Global Gender Gap Report del World Economic Forum, con una posizione particolarmente debole nella rappresentanza politica e nell’empowerment economico. Nella Camera bassa le donne sono 68 su 465 deputati, il 14,6 per cento. A livello locale, secondo il Libro bianco governativo sulla parità di genere, le donne sono appena il 4,3 per cento dei governatori prefetturali e il 3,7 per cento dei sindaci.
Anche il mercato del lavoro racconta la stessa asimmetria. Il divario salariale di genere resta tra i più ampi dell’area Ocse e molte donne continuano a concentrarsi in lavori part-time o non regolari, spesso dopo la maternità. Il Libro bianco del governo segnala inoltre che nelle famiglie con figli piccoli le mogli dedicano oltre 210 minuti in più dei mariti alle attività domestiche e di cura, mentre gli uomini restano molto più assorbiti dal lavoro retribuito. E’ il vecchio schema “l’uomo lavora, la donna si occupa della casa”, ancora riconoscibile sotto la superficie di un Paese tecnologicamente avanzato.
L’arrivo di Takaichi alla guida del governo ha rotto un soffitto simbolico, ma non ha necessariamente cambiato l’agenda. La sua stessa compagine ministeriale è rimasta fortemente maschile e la premier si è schierata con le posizioni più tradizionali del Partito liberaldemocratico anche su altri temi sensibili, dal cognome unico per i coniugi alla struttura della famiglia. La successione imperiale diventa così il punto più visibile di un problema più largo: il Giappone accetta le donne come eccezione, come forza lavoro, come volto pubblico e talvolta come leader, ma fatica ancora a riconoscerle come principio ordinario di continuità, autorità e potere.
