«Vi faccio vedere io chi è Heidi», Roberta Brunet a 30 anni dal meraviglioso bronzo olimpico di Atlanta
Roberta Brunet avvolta nella bandiera tricolore
SPORT
di Enrico Formento Dojot  
il 21/08/2026

«Vi faccio vedere io chi è Heidi», Roberta Brunet a 30 anni dal meraviglioso bronzo olimpico di Atlanta

La campionessa di Gressan, protagonista il 28 luglio di una serata celebrativa a Rieti, ripercorre la leggendaria carriera che l'ha portata a salire sui podi più importanti del mezzofondo

Una leggenda chiamata Roberta Brunet.

Atlanta è distante più di 7000 chilometri.

E 30 anni.

Ma le distanze, di spazio e di tempo, sono nulla.

Il tempo, soprattutto, è una variabile indipendente se parliamo di emozioni, di affetti.

Quei 7.000 chilometri e quei 30 anni sono evaporati nella serata che Rieti ha dedicato a Roberta Brunet per la ricorrenza del podio olimpico.

La meravigliosa carriera di Roberta Brunet

Ripercorrerne la carriera non è semplice, tanti sono gli allori: 47 presenze in Nazionale, medaglia di bronzo ai Campionati Europei e alle Olimpiadi, argento ai Mondiali, oro, due volte, ai Giochi del Mediterraneo, prima nella finale del Grand Prix, terza prestazione mondiale del 1996, 8 Campionati Italiani.

La mezzofondista di Gressan non si è fatta mancare niente.

Frutto di indubbio talento sublimato da una volontà d’acciaio, da una voglia assoluta di competere, quasi una forza cui non è possibile resistere, e Roberta vi si è piacevolmente affidata.

Roberta Brunet festeggiata a Rieti 30 anni dopo il bronzo di Atlanta

A Rieti si è compiuta una magia.

La Roberta 30enne del 1996 assieme alla figlia Dominique, 30enne oggi elevata al ruolo di co-protagonista, la medaglia di bronzo di Atlanta che la mamma non si lascia rimettere al collo, beneficiando la figlia che a sua volta la onora con il gesto.

Brunet conferma nel nostro colloquio una verve intatta, un fiume in piena che si compiace nel raccontare, mischiando atletica, persone, incontri, in ricordi vividi e attuali.

L’impressione è di una vita pienamente vissuta, mangiata, non certo una di quelle esistenze passive e insapori.

Roberta Brunet: «Un balzo temporale che mi ha regalato emozioni forti»

Roberta, un ritrovo con al centro la sua stupenda storia.

«Il Circolo di Letteratura Sportiva Vaccarezza invita personaggi che, a vario titolo, hanno illustrato lo sport. Conoscendomi, mi hanno rivolto una sola domanda, anzi un invito: sei il libro di te stessa, parla e vai. Era il 28 luglio, esattamente come 30 anni fa ad Atlanta, quando conquistai quel podio olimpico che stravolse la mia vita. Un balzo temporale con immagini, video, una serata davvero ben riuscita. Può immaginare l’emozione».

L’incantesimo aveva preso l’abbrivio in pista, una gradita sorpresa.

«Eccome, una vera sorpresa quando mi hanno portato nell’impianto di Rieti. Un tempo era a sei corsie e aveva il colore del tartan. Oggi le corsie sono otto e il colore è blu. Ero vestita in borghese, niente tuta, maglietta e scarpe. Ma non ho resistito, ho fatto un mezzo giro di quella pista a cui sono così legata. E ho rivisto Sandro Giovannelli, grande tecnico, menomato da una salute precaria ma sempre lucido: Giovannelli è Rieti. Insomma, un turbinio di emozioni».

Roberta Brunet: «Mia figlia Dominique protagonista del podio olimpico»

Ha voluto che fosse presente alla serata sua figlia Dominique.

«È stata anche lei protagonista di quel podio. La chiamavo batuffolo, era nata solo dieci mesi prima. Le ha fatto piacere sentirmi raccontare quei periodi, oggi che lei ha la mia età di allora».

Roberta Brunet e la figlia Dominique Giachello

Roberta Brunet: «Il bronzo olimpico è la punta di un iceberg di fatiche e sacrifici»

Una medaglia olimpica è il sogno di ogni atleta, pochi lo realizzano.

«Eh sì, tutti hanno quell’obiettivo, che però ai più è precluso. Io ho capito che era il mio momento e mi sono buttata con tutta me stessa. Ma quel bronzo è il risultato, la punta di un iceberg, il frutto di venticinque anni di fatiche e sacrifici, di cui vado fiera».

Roberta Brunet: «L’importanza di Lea Gal e Ornella Pompei»

Ripercorriamoli.

«Sono convinta che niente giunga per caso, avvengono episodi favorevoli che si concatenano, si incontrano personaggi fondamentali: occorre saperli cogliere e interpretare. A dieci anni l’Avis di Gressan organizza una gara mista intorno al Castello. La mia maestra, Lea Gal, è la prima di queste persone, giusta al momento giusto. Ha convinto mia mamma, che coltivava dubbi in ragione della mia gracilità, a lasciarmi partecipare. E ho vinto, prima assoluta».

Scocca la scintilla.

«La storia è ancora lunga. Alle scuole medie mi imbatto nei Giochi della Gioventù, che hanno sfornato campioni e che ora non si tengono più, purtroppo. La mia insegnante di educazione fisica, Ornella Pompei, chiede a tutti di scrivere su un biglietto quali sport pratica. Io sciorino: danza classica, che mi piaceva moltissimo, sci da discesa, pallacanestro, nuoto, e, infine, corsa, le martze a pià. Curiosamente, l’insegnante si concentra sull’ultima riga e mi porta al Tesolin, consumato e malconcio, per un test. Mi indica la partenza dei 200 metri e mi intima: ti fermi quando lo dico io. Due giri e mezzo, 1000 metri, con il cronometro che si ferma a 3’28” circa».

Un tempo che aveva dell’incredibile.

«È stata talmente stupita che ha contattato un suo collega, Gianfranco Porqueddu, di Torino, parlandogli di me. Intanto continuo con le martze a pià, dove vinco quasi sempre: mi piacevano, perché non erano lineari, e si accompagnavano a scampagnate con i miei. La pista subito la trovavo un po’ monotona. Ma continuavo a seguire allenamenti sempre più specifici. E stravincevo anche le gare “Esercito Scuola”».

Roberto Brunet: «Vi faccio vedere io chi è Heidi»

L’embrione della Roberta campionessa si stava formando.

«Ornella Pompei aveva costituito l’Atletica femminile Aosta, con me che facevo da traino. In prima superiore, ai Giochi della Gioventù, sono in finale della campestre. Una prova impegnativa: fango, balle di fieno, fossi da scavalcare, pendii, nello scenario di Villa Pamphili a Roma. C’erano tutte le migliori, compresa Alessandra Belleggia, che vinceva sempre ed era l’orgoglio della zona. Per me, si trattava della prima apparizione fuori casa».

L’allenatrice tocca le corde giuste.

«Ornella Pompei viene nella mia camera la sera precedente e mi dice: sai, qui ci sono atlete già esposte, tutti si chiedono chi è questa Heidi che viene dalle montagne. Ho subito pensato: vi faccio vedere io chi è Heidi».

La sua grinta proverbiale.

«Guardi, agonisti si nasce. C’è chi corre per divertimento e basta, soprattutto a quell’età. E poi c’è chi corre e si arrabbia se perde e gioisce se vince. Io appartengo alla seconda specie, al momento opportuno sale la carogna che ti dà la carica, la cazzimma».

Eccoci alla gara.

«Primo giro: sto nel gruppo delle migliori. Secondo giro: salgo tra il secondo e il terzo. A 500 metri dal traguardo sono testa a testa con Belleggia. Mi sembrava una favola vissuta realmente, come poi, peraltro, sarà tutta la mia vita. Avevo calcolato male il rettilineo finale, più lungo di quanto ipotizzato. Parte la volata, reggo fino alla fine, si lotta con il coltello tra i denti. Heidi vince. Davanti ai rappresentanti della Federazione che cercavano nuovi talenti e non potevano capacitarsi di come Heidi avesse osato battere la grande Belleggia».

Roberta Brunet: «Quella tavola rotonda a casa per decidere il mio futuro»

È la svolta.

«Il momento della tavola rotonda con i miei genitori e gli allenatori federali, che propongono il trasferimento a Ostia per quello che chiamano da subito “Progetto Brunet”. Capirà, allora andare a Ostia è come oggi andare in America. Avevo 17 anni. I miei non mi hanno ostacolato: mio padre mi conosceva bene e sapeva che la consideravo la mia strada. Oscar Barletta, per me non solo un tecnico sopraffino, ma anche un uomo a tutto tondo, il mio guru, mi prende sotto la sua ala, e alterno la pista agli studi di ragioneria, che completo, vivendo in albergo. Mi è spiaciuto lasciare le mie cugine, con le quali avevo un rapporto stupendo, e non godermi il periodo da adolescente, le prime uscite in discoteca. Ma ero molto determinata. Con un groppone alla gola faccio questo balzo non indifferente».

Roberta Brunet: «Oscar Barletta, uomo a tutto tondo con il suo inseparabile Ciao blu»

L’accoglienza a Ostia è da romanzo.

«Trovo in albergo Barletta e mi dico: è qui a disposizione per me. Arriva con l’inseparabile Ciao blu scuro. Era il 30 novembre 1982, anniversario di matrimonio dei miei. Ricordo il suo sorriso carismatico: ci siamo reciprocamente innamorati, tecnicamente parlando. Vedendolo con i miei avevo capito quanto sentisse su di sé la responsabilità di condurmi nel mio percorso».

La crescita continua.

«Due volte campionessa italiana, nei 1500 e nei 3000 metri piani. E salgo di ambizioni».

Roberta Brunet: «Dieci anni di vita da zingara tra allenamenti invernali e meeting estivi»

Che si concretizzano al Centro Coni di Tirrenia.

«Un centro polivalente, che trattava mezzofondo, ginnastica artistica, calcio, tiro con l’arco. Inizia una vita… da zingara. D’inverno gli allenamenti, d’estate meeting in ogni dove. Dieci anni, con gli acuti della partecipazione a tre Europei, tre Mondiali e quattro Olimpiadi».

Tra i tanti, un episodio indimenticabile.

«Sì, perché lo sport non è solo il risultato. Olimpiadi di Barcellona 1992. Ero appena fuori dal villaggio olimpico e vedo arrivare i miei genitori, mio zio e l’allenatore. Prima della finale dei 3.000, mia mamma mi consegna il nastro che mi contraddistinguerà. Non può capire l’emozione di quel momento e di quel gesto».

Roberta Brunet: «A 29 anni divento mamma, lo sport è vita»

Restando all’ambito personale, si forma una famiglia.

«Conosco mio marito e a 29 anni divento mamma di Dominique. Era la mia favola: avevo tutto, una famiglia che adoravo, lo sport che mi aveva dato tanto. Lo sport che mi accompagnava da bambina, poi da adolescente, poi da madre. Simboleggiato dalla presenza del mio allenatore al matrimonio e alla nascita di mia figlia. Vede, lo sport è vita».

Dominique Giachello con la medaglia di bronzo vinta dalla mamma alle Olimpiadi di Atlanta

E lei ha coniato una locuzione personalissima e molto efficace per illustrare il concetto.

«Io ho vinto la medaglia olimpica, ma ognuno può vincere la sua Olimpiade: può essere la laurea, un posto di lavoro, qualsiasi traguardo. Questo è il senso».

Roberta Brunet: «Barletta mi fa correre per testarmi, volo, è la seconda giovinezza»

Con la maternità, si insinua l’idea che Brunet con lo sport avesse chiuso.

«Poteva starci. Passo un anno a godermi la famiglia. Ma, il 1°ottobre 1995 viene a trovarmi Barletta e mi trova in piena forma, anche se avevo appena partorito, una vitalità genetica che ritengo di avere ereditato da mio padre. Mi fa correre per testarmi. Volo. È la seconda giovinezza».

Che parte in una circostanza del tutto insolita.

«Mi iscrivo fuori gara agli Italiani indoor a Torino. E vinco. Senza potermi fregiare del titolo, ma vengo reinserita in nazionale. Agli Europei indoor sono settima, ma ora che ho famiglia, è Barletta a raggiungermi per gli allenamenti».

Roberta Brunet: «Barletta mi propone di passare ai 5.000 per andare alle Olimpiadi di Atlanta»

Barletta ha un’intuizione che sembra una follia.

«Vedeva in anticipo, possedeva un dono incredibile. Mi chiede di condividere un piano: le Olimpiadi di Atlanta 1996. Replico che è una pazzia: si corre sui 5000 metri, quasi il doppio della distanza cui ero abituata. Rivinco il titolo italiano all’aperto. Ci sto. E salgo sul podio di Atlanta, terza e prima delle europee, a dieci mesi dal parto. Incredibile, Roberta è ancora qui».

Ripercorriamo come.

«Staccato il biglietto per la terza Olimpiade, partiamo per gli Usa. Una ventina di giorni per acclimatarci al fuso orario, è il momento delle batterie. Tre da quindici atlete. Passano le prime quattro più i terzi migliori tempi. È intuitivo come sia preferibile restare nel gruppetto di testa, per evitare cadute e rischi da gara tattica che penalizza sui tempi. Oscar Barletta mi consiglia di affrontare la batteria come una finale, proprio per evitare insidie. Vinco la batteria ed è un’arma a doppio taglio: da una parte mi ha dato la garanzia di entrare in finale, dall’altra ho scoperto le carte, si capiva che stavo bene».

Roberta Brunet: «La telefonata con Barletta la sera prima della finale mi dà una carica portentosa»

Si avvicina la finale.

«Ancora una telefonata di Barletta la sera prima. Mi dice che a suo parere siamo in sette a giocarci il podio. Mi aggiunge: Robertì, ti ho visto bene, rimani nel gruppetto delle migliori. Quelle parole sono una carica portentosa. Un altro allenatore, dopo il preriscaldamento, mi conferma: ti giochi la gara della vita. Altro carburante. Occorre essere mentalmente pronte per reggere la pressione, si corre prima con la testa, che poi trascina il fisico. E gestire l’inevitabile ansia, pena rimanere scarica. E, ancora, saper affrontare sia una gara tattica che una gara tirata. Io possedevo la maturità per mettere tutto insieme. Esco in pista, farfalle nello stomaco, centoventimila spettatori nello stadio. Più tutti quelli che erano rimasti svegli di notte in Italia. Che brividi!».

Parte la gara della vita.

«Ondeggio tra la quinta e la settima posizione, assaggio il ritmo. Con le antenne per capire ciò che accade davanti e dietro, tutto deve essere sotto controllo. E lo è. La notte avevo dormito bene, consapevole di avere immaginato a tavolino ciò che poteva accadere. Sapevo di poter dare il massimo».

Roberta Brunet: «Barletta diceva sempre che nell’ultimo giro anche i morti resuscitano»

Arriva il quarto chilometro.

«Non lo dimenticherò per il resto della vita. La fatica mi stava sbranando e mancavano ancora due giri e mezzo. Le prime due si erano involate, io e la britannica Paula Radcliffe lottavamo per il podio, tutte le altre erano lontane. Ultimo giro. “Ricordati”, altre parole sacrosante di Barletta, “a quel punto anche i morti resuscitano”. Chi tifava per il nastro, il mio segno distintivo, chi per la testa ciondolante, caratteristica di Radcliffe. Ci facevamo forza a vicenda, sentivo il suo fiato. Con pensieri opposti. Io dovevo restare attaccata perché vantavo un miglior spunto in volata, lei doveva staccarmi. In quel momento pregavo, pensavo alla mia famiglia. Stavo svenendo, mi aspettavo di crollare sul cordolo da un momento all’altro. Mi sono detta: stringi i denti, stai lottando per la grande occasione. Appaiate a ottanta metri dal traguardo. Rush finale. Sono terza, passo dall’inferno al paradiso in un attimo. Che spettacolo con Radcliffe, la gente delirava. I commentatori in trance, urlavano “l’improbabile sta accadendo!”».

Roberta Brunet sul podio olimpico di Atlanta

Domanda forse banale: meglio il record o la medaglia?

«Domanda ricorrente. C’è una netta differenza. Il record puoi tentarlo in qualsiasi meeting, anche con lepri adatte. La medaglia no, devi coglierla quel giorno a quell’ora in quel luogo. E l’Olimpiade, in particolare, arriva solo ogni quattro anni».

Roberta Brunet: «Il Mondiale ti fa entrare nella storia, le Olimpiadi nella leggenda»

L’anno successivo, l’argento mondiale. Ma l’alloro olimpico rappresenta un unicum.

«Per sintetizzare: al Mondiale entri nella storia, alle Olimpiadi nella leggenda. Credo di avere reso l’idea».

Subito, una nuova sfida.

«Finale del Grand Prix a Milano, un mese dopo Atlanta. Ci sono tutte le migliori, si trattava di rigiocarsi la nobiltà della medaglia olimpica. L’allenatore mi dà libertà di scelta, la competizione non vedeva coinvolta la Federazione. Secondo lei cosa scelgo»?.

Di partecipare, ovviamente.

«Esatto. La sede a Milano consente ai miei tifosi di essere presenti con bandiere e campanacci. Vinco la finale mondiale, davanti alla mia gente».

Roberta Brunet nella finale del Grand Prix vinta a Milano

È l’apoteosi di una carriera, che poteva sfociare in altre esperienze.

«Noi atleti olimpici veniamo premiati e si profila per noi un futuro interessante. Personalmente, si parlava di un incarico come ambasciatrice della Valle d’Aosta in Europa e per tutti un ruolo nelle scuole. Nessuna delle possibilità si è avverata. Peccato».

(enrico formento dojot)

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