Noemi e Eloïse: un anno in Irlanda e Honduras «per capire chi sei e imparare a cavarsela»
L'esperienza di un anno di studi all'estero per Noemi Torretta, studentessa del liceo artistico e Eloïse Cannatà, studentesse del liceo delle scienze applicate
Noemi e Eloïse: un anno in Irlanda e Honduras «per capire chi sei e imparare a cavarsela».
Noemi Torretta, al centro, con due exchange student
«Vivere un anno all’estero è stata un’esperienza incredibile: impari a cavartela da sola, a superare le difficoltà e a scoprire chi sei davvero» dice studentessa del liceo artistico rientrata dall’Irlanda.
Insieme a lei c’è Eloïse Cannatà, del liceo delle scienze applicate, rientrata dall’Honduras.
Entrambe hanno scelto di trascorrere un intero anno scolastico all’estero.
Noemi ha scelto l’Irlanda perché la attirava l’idea di vivere in un paese accogliente e ricco di tradizioni, mentre Eloïse voleva andare lontanissima per imparare lo spagnolo in una scuola bilingue.
Come ti sei abituata all’utilizzo di una lingua diversa?
Eloïse: «I primi giorni l’inglese è stato importante per comunicare, perché io sono arrivata non sapendo lo spagnolo. Ho iniziato piano piano ad ascoltare lo spagnolo, a ripetere, a cercare le parole che non capivo sul traduttore. La comprensione è migliorata rapidamente e da metà dell’anno sono diventata più fluente anche nel parlare. Non sono certo madrelingua, ma posso dire tutto quello che voglio, posso capire la gente se non parla in modo veramente strano».
Come ti sei trovata con la famiglia ospitante?
Noemi: «La mia esperienza con la famiglia ospitante è stata un po’ particolare, perché dopo alcuni mesi ho cambiato famiglia.
All’inizio non è stato per niente semplice, perché trovarsi in un ambiente completamente nuovo e lontano da casa richiede già di per sé spirito di adattamento e, in più, dover affrontare un cambiamento di famiglia ha reso l’esperienza molto più impegnativa.
Ho però trovato una realtà nella quale mi sono sentita a mio agio e che sicuramente ha contribuito in positivo al resto del mio percorso».
Quali sono le più grandi differenze nella scuola?
Eloïse: «In Honduras hanno una scuola unica dalla prima elementare fino alla fine del liceo, quindi tu hai sempre gli stessi compagni di classe; si instaurano così rapporti veramente profondi.
Gli anni di scuola sono 11, un po’ pochi per sentirsi pronti per l’università. La scuola che ho frequentato era bilingue, inglese e spagnolo, l’ho trovato molto utile. Ho frequentato anche dei laboratori di alto livello; per esempio ho dissezionato una rana e un cervello di mucca. Dall’altro canto però, sento di non essere abbastanza preparata per affrontare la V; in Honduras la scuola è carente sulle materie scientifiche ed è molto più incentrata sullo sport».
Cosa ti è piaciuto di più dell’esperienza?
Noemi: «La cosa che ho apprezzato di più è stata sicuramente la possibilità di conoscere persone molto diverse da me e creare legami che probabilmente non avrei mai avuto l’opportunità di costruire rimanendo a casa. Mi è piaciuto anche imparare a cavarmela da sola e sicuramente affrontare situazioni nuove e più che un anno di studio forse è stato un anno di crescita personale».
Come è stato fare nuove amicizie?
Noemi: «All’inizio fare amicizia può essere abbastanza complicato, infatti mi sono trovata a legare soprattutto con altre exchange student. Con le ragazze del posto è stato più difficile, perché ovviamente sei tu la persona nuova che arriva in un gruppo già formato e in più devi anche comunicare in una lingua diversa. Personalmente ho imparato che spesso basta iniziare con una semplice conversazione per rompere il ghiaccio e una volta superata questa timidezza, fare amicizia diventa molto più naturale».
Una giornata tipo?
Eloïse: «Sveglia alle 5.40, più o meno. Mi facevo la doccia la mattina, la gente lì esce di casa con i capelli bagnati, perché è segno di pulizia. Uscivo di casa alle 6.15 con il papà ospitante, che portava me e la mia sorella ospitante a scuola. Noi aspettavamo lì, facevamo due chiacchiere e alle 7 iniziavano le lezioni, 45 minuti ciascuna.
Avevo otto lezioni, due intervalli e finivo all’1.40. Poi prendevamo un piccolo pullman con altri studenti che ci portava direttamente a casa. Nel pomeriggio, allenamenti di beach volley con la mia sorella ospitante, poi sua mamma veniva a prendeci per andare a casa e cenare. Non abbiamo mai fatto molto tardi la sera, perché la mattina ci si svegliava presto».
Il cibo del posto?
Eloïse: « I primi giorni sono rimasta scioccata fatto che loro a colazione mangiassero fagioli liquidi con banane fritte, uova, formaggio, salse, bacon… E poi queste banane fritte, che non sono esattamente banane, si chiamano platano. Tagliate sottili e fritte, diventavano un po’ come delle patatine fritte. Alla fine sono diventata ossessionata con questa colazione. Mi sono adattata molto bene, ma non è stato uno stile di vita sano: tutto molto pesante e fritto. Devo dire che mi ha fatto molto piacere tornare in Italia e mangiare una bella pasta al ragù».
(ethienne bredy e lucrezia meloni)
