Le camere a gas sono «una bufala» per infangare «il grande Hitler»: chiuse le indagini su Fabrizio Fournier
Uno dei due cancelli; l'aquila è stata poi rimossa
CRONACA
di segreteria il
08/05/2019

Le camere a gas sono «una bufala» per infangare «il grande Hitler»: chiuse le indagini su Fabrizio Fournier

Il 55enne di Saint-Vincent è indagato per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa

Le camere a gas sono «delle bufale» servite per far passare per «mostri» persone che non lo sono state per niente come «il grande Adolf Hitler». Questo il contenuto dei messaggi che Fabrizio Fournier, 55 anni, avrebbe inviato – utilizzando whatsapp – ad alcuni sui contatti telefonici.

Il nome di Fournier era salito agli onori della cronaca per la vicenda legata ai presunti simboli nazisti che spiccavano sui cancelli della sua abitazione di Saint-Vincent. Proprio in questi giorni, il sostituto procuratore Francesco Pizzato ha notificato a Fournier l’avviso di conclusione delle indagini.

L’accusa

Il reato per cui chiede di procedere l’ufficio inquirente coordinato dal procuratore capo Paolo Fortuna è propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa; la pena massima prevista dalla fattispecie di reato è 6 anniLa Procura ha infatti evidenziato varie condotte dell’indagato, che sarebbero state poste in essere in esecuzione di un medesimo disegno criminoso.

In primo elemento evidenziato dal pm Pizzato nell’atto di notifica riguarda l’installazione «sul cancello d’accesso alla propria abitazione, il quale insiste sulla pubblica via del comune di Saint-Vincent, un pannello raffigurante un’aquila riconducibile a quella del Terzo Reich e a quella rappresentata nello stemma del partito nazionalsocialista tedesco». Non solo. Gli inquirenti sottolineano che, proprio ai lati dell’aquila, vi erano due ulteriori pannelli raffiguranti due triangoli (di cui uno capovolto) «analoghi a quelli utilizzati dal regime nazista per identificare le categorie dei prigionieri ristretti nei campi di concentramento».

Un’aquila simile alla prima era presente anche sul cancello d’ingresso pedonale della villetta dell’indagato.

Sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti anche alcuni post pubblicati sulla pagina Facebook da Fournier, come una foto che lo ritrae mentre effettua il saluto romano davanti al collegio – quindi in un luogo pubblico – dove aveva conseguito il diploma. Sempre su Facebook, il cittadino di Saint-Vincent aveva postato due «video riferibili all’autore negazionista Robert Faurisson, aventi a oggetto contenuti negazionisti dell’olocausto, nonché asserenti che la Shoah è uno strumento propagandistico sionista e che le camere a gas non sono mai esistite». Tesi che Fournier avrebbe abbracciato e diffuso anche tramite whatsapp. Utilizzando la piattaforma, infatti, l’indagato avrebbe diffuso link a filmati «che fanno riferimento al pensiero negazionista, alla convinzione che la Shoah sia uno strumento propagandistico sionista e al fatto che le camere a gas non sono mai esistite». Secondo quanto ricostruito dalla Procura aostana, i video sarebbero stati accompagnati da messaggi, anche vocali, che ne sollecitavano la visione, «allo scopo di comprendere il reale svolgimento degli accadimenti storici».

Disegnata una cornice dettagliata, gli uffici inquirenti di via Ollietti sostengono che Fournier «ha propagandato idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, e ha istigato a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». Il tutto con l’aggravante di aver basato l’istigazione e la propaganda sulla «grave minimizzazione» o «sull’apologia della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra».

Le possibili azioni dell’indagato

Fournier ha quindi 20 giorni per presentare memorie, produrre documenti o chiedere il compimento di ulteriori atti d’indagine, oppure presentarsi per rendere dichiarazioni o chiedere di essere interrogato.

I cancelli

A febbraio, i simboli – per la Procura un’aquila nazista e i triangoli usati sulle divise degli internati – erano stati eliminati da un fabbro, il quale aveva lavorato sotto la supervisione della Digos. A gennaio il tribunale di Aosta aveva respinto l’istanza di dissequestro presentata da Fournier, per il quale si tratta solo di “esoterismo”.

(f.d.)

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